
Se ne va un'altra volta Zdenek Zeman, il profeta errante di un calcio che non c'è più. Lascia la guida della Roma, la "sua Roma, quella tanto voluta, che tanto l'ha acclamato e che - causa risultati e gioco deficitari - alla fine ne ha chiesto e ottenuto la testa. Le colpe ricadono sempre sull'allenatore, si sa. Ma l'allenatore è pur sempre lo specchio di una società, e nel caso specifico Zeman paga probabilmente anche responsabilità non sue. Ma questa è un'altra storia, che qualcouno più bravo magari un giorno racconterà. Oggi salutiamo un guerriero sconfitto, un eroe solitario e ombroso, a tratti malinconico, ma mai incapace di rinnegare sè stesso, anche a rischio di sbagliare. Il pubblico non perdona, la folla non ama mai veramente il suo leader: lo adora solo quando fa comodo. Ora Zeman è rinnegato, dopo essere stato rimpianto. Pazienza, il genere sarà anche umano ma non ha umanità. Dispiace che non sia stata data a quest'uomo di altri tempi l'ultima possibilità di rivincita: mancavano appena due partite a quella sfida contro la Juventus emblema di un calcio che non è più sport, compagine societaria che ha fatto di Zeman nemico giurato solo perchè l'uomo di boemia ha avuto il coraggio, lui soltanto, di denunciare pratiche poco consone all'agonismo e per nulla compatibili con la moralità. Non è mai stato un vincente, Zeman. Almeno, non nello sport. Trofei non ne ha mai fatti vincere, ma ha sempre regalato emozioni: cosa non da poco, in un mondo che non sa più emozionarsi ma solo caricarsi di rabbia e tensioni. Chi si aspettava squadre ai vertici non aveva capito niente. Ma chi si aspettava di poter vedere Zeman guidare la riscossa contro i rivali di sempre rimarrà certamente deluso. Una partita, di per sè, non vale niente. Nulla di più sbagliato, perchè nessuna partita è uguale alle altre. E questa verità Zeman l'ha appresa a sue spese. Ma se si riesce a farsi perdonare quattro derby persi in una stagione in una città come Roma, allora vuol dire che il frutto seminato ha germogliato: il calcio rimane calcio, dimensione sportiva, certo, ma soprattutto umana nel senso più genuino del termine. Umanamente parlando, allora, quanto sarebbe stato bello - bello perchè giusto - vedere un uomo prendersi una rivincita sportiva contro l'avversario di una vita? Questa possibilità gli è stata negata, attraverso un esonero per certi aspetti prevedeibile e comprensibile, ma comunque carico di malinconia. Un esonero che ancora una volta segna la sconfitta di un uomo - sempre lo stesso - di sani principi e giusti ideali. Ma in campo contano i punti, i gol, gli schemi: se sei onesto e bravo conta poco, e interessa ancora meno. Oggi più che mai, con il pallone in borsa. I cattivi di sempre lo saluteranno come colui che tanto parlò e poco ottenne: niente di più normale, la derisione e la dannazione sono il caro prezzo che pagano gli sconfitti. E alcune sconfitte fanno più male di altre. Addio o arrivederci? Arrivederci, ovviamente. A Zemanlandia.
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