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Monday, 30 July 2012

La straordinaria invasione dei russi in Sicilia

La Commissione Ue dà il via libera all'acquisto di Isab da parte di Lukoil.

Gli impianti Isab a Priolo
di Emiliano Biaggio

Le raffinerie di petrolio italiane finiscono in mani russe. Lukoil, la più grande compagnia petrolifera di Russia, intende acquistare Isab srl, società di raffinazione al 40% Erg con sede a Priolo Gargallo (Siracusa). Lukoil, che già detiene il 60% di Isab, intende ora rilevare la quota mancante per il controllo totale, e ha presentato un'offerta pubblica d'acquisto per fare man bassa sul mercato e arrivare al controllo del 100% della compagnia per ora italo-russa. La richiesta è finita sui tavoli della Commissione europea, che con un comunicato ufficiale fa sapere che una simile operazione di Lukoil non viola in alcun modo le regole di mercato, in particolare quelle relative alla concentrazione e alle fusioni. Per questo motivo, ha fatto sapere la direzione generale per la Concorrenza, la Commissione Ue «ha garantito» l'autorizzazione all'acquisizione di Isab da parte di Lukoil.

Friday, 13 April 2012

La Spagna teme la "reconquista" argentina di Ypf

Il governo di Buenos Aires vorrebbe che la filiale di Repsol, già statalizzata argentina, diventasse società mista. Insorge Madrid. L'Ue: «Difenderemo gli investimenti all’estero dei nostri paesi membri»

di Emiliano Biaggio
 
Ypf verso la nazionalizzazione. La compagnia petrolifera controllata al 57,4% dalla spagnola Repsol, e già ex statalizzata argentina, è finita nel mirino del governo di Cristina Kirchner, che vorrebbe riconvertire la filiale Repsol in società mista (vale a dire in parte privata e in parte a partecipazione statale) arrivando racimolare sul mercato il 30% delle azioni Ypf. Un’ipotesi che ha innescato un incidente diplomatico tra Madrid e Buenos Aires. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Garcia Margallo, ha richiamato l’ambasciatore argentino per esprimere la preoccupazione spagnola per quanto sta accadendo. Intanto Repsol ha diramato un comunicato in cui fa sapere che finora «non è stata ricevuta alcuna comunicazione da parte delle autorità argentine su una partecipazione azionaria nella filiale Ypf».
   Proprio su questo a Bruxelles si spera che tutto possa essere risolto nel migliore dei modi e il prima possibile. «Non è stata presa alcuna decisione definitiva da parte dell’Argentina», sottolinea un portavoce della Commissione Ue. L’organismo comunitario auspica quindi «una soluzione che non alteri i rapporti economici tra Ue e Argentina». A Bruxelles comunque ricordano che il Trattato di Lisbona ha dato alla Commissione Ue «strumenti per fare pressione e competenze in materia di investimenti all’estero». L’Europa per il momento monitora e lavora sottotraccia. Un portavoce della Commissione Ue fa sapere che «al momento non c’è alcun contatto diretto tra il presidente della Commissione europea e le autorità argentine, ma la Commissione, attraverso al delegazione Ue in Argentina, ha espresso le proprie preoccupazioni» per quanto sta accadendo. Della questione l'Ue discute per ora «con alcuni paesi membri del Mercosur». Ma una cosa deve essere chiara: «Ci adopereremo per difendere gli investimenti all’estero dei nostri paesi membri», sottolineano da Bruxelles.
   La Ypf era una compagnia petrolifera argentina, privatizzata dal governo di Carlos Menem nei primi anni Novanta. Nel 1999 Repsol acquisì il 25% del pacchetto azionario, salito col tempo al 57%. Oggi l'Argentina sembra la rivoglia indietro.

Friday, 23 September 2011

Cipro divisa anche su gas e petrolio

Greco-ciproti e turchi si contendono le risorse appena scoperte nel sottosuolo marino dell'isola. Che pensa a estrazioni con Israele. E Ankara mobilita la flotta.

di Emiliano Biaggio
Gas e petrolio nel fondale marino di Cipro. Una buona notizia per chi l'ha scoperto e per chi vuole estrarre le risorse, un po' meno per gli equilibri della regione e l'alta tensione che si respira da decenni attorno all'isola, ancora divisa tra un nord turco e un sud greco-ciprota. Il punto è il seguente: nella zona economica esclusiva di Cipro, la compagnia texana Noble Energy ha individuato il “blocco 12”, giacimento che sembrerebbe essere ricco di petrolio e gas. La società Usa – che ha appena condotto ricerche anche nelle acque territoriali israeliane – ha chiesto la partecipazione nelle attività estrattive i greco ciprioti e Israele. La Turchia però non riconosce la parte indipendente dell'isola, e vede come una provocazione l'idea di estrazione delle risorse in quanto il governo di Ankara ritiene che qualsiasi risorsa naturale offshore appartenga sia alla comunità greco-cipriota sia a quella filo-turca. Inoltre la Turchia è in crisi diplomatica con Israele. Per cui le notizie pervenute oltre Bosforo non possono che scatenare le immediate reazioni e innescare una nuova crisi. «Se insisteranno per metterci davanti al fatto compiuto – afferma il ministro degli esteri turco Davutoglu - faremo anche noi le nostre azioni, tra cui un patto sulle frontiere marittime tra Turchia e Cipro del Nord». Cipro Nord, fa sapere Davutoglu, «può condurre le stesse esplorazioni con la Turchia e la sua compagnia per il petrolio e il gas Tpa». Dichiarazioni che non intimoriscono le autorità ciprote, che attraverso il ministro per l'Energia annunciano l'intenzione di accelerare con le attività estrattive. «Stiamo compiendo anche noi questo passo, assieme a Cipro Nord», annuncia a stretto giro il premier turco Recep Tayyip Erdogan. «Potremmo cominciare molto presto, probabilmente questa settimana», aggiunge. «Inizieremo questi lavori nella nostra zona economica esclusiva». Questo significa che navi da guerra e aerei turchi monitoreranno, pronti ad intervenire, le operazioni di trivellazione che Cipro ha avviato in mare. I mezzi militari, inoltre, difenderanno le analoghe perforazioni che Ankara avvierà nei prossimi giorni.
La vicenda, oltre a riproporre la questione di Cipro, pone problematiche anche di più ampio spettro: il “blocco 12”, infatti, è un enorme giacimento sottomarino di gas al centro di una disputa anche tra Israele e Libano, trovandosi tra le acque territoriali di questi due Paesi e di Cipro. Israele, ovviamente, non molla. L’Onu invita alla calma i contendenti, temendo che queste nuove tensioni facciano allontanare il traguardo della riunificazione tra Cipro Nord e Sud. E anche l'Unione europea guarda con apprensione agli ultimi sviluppi nel Mediterraneo orientale. L'Ue ha addirittura invitato Turchia e Cipro a trovare «una soluzione complessiva» sullo status dell'isola. Per tutta risposta Ankara ha minacciato di sospendere le relazioni con l’Unione Europea se l’anno prossimo Bruxelles assegnerà a Cipro la presidenza di turno.

Wednesday, 13 July 2011

Artico, la Russia all'Onu: rivedere i confini

Mosca accelera nella corsa alle risorse sotto i ghiacci del Polo, Canada e Danimarca rivendicano i territori per sè.
di Emiliano Biaggio

La Russia avanza. Complici lo scioglimento dei ghiacci e le ricchezze naturali censite nel sottosuolo artico, il gigante euroasiatico intende espandersi sempre più verso nord. Con tanto di annuncia ufficiale. Il governo di Mosca ha infatti annunciato che il prossimo anno presenterà una richiesta formale alle Nazioni Unite per ridefinire la mappa dell'Artico, espandendo i propri confini sul territorio ricco di risorse naturali. Era il marzo del 2009 quando la stessa Russia minacciava il ricorso alla forza e alle armi per accaparrarsi il polo nord con le sue risorse. Secondo il Geological Survey americano, il fondale artico dovrebbe contenere 90 miliardi di barili di petrolio e il 30% delle risorse di gas ancora non sfruttate: nuermi da capogiro, che ben lasciano intendere gli interessi in gioco. Interessi che fanno gola alla Russia, e a tutti gli altri paesi che si affacciano sull'area: Stati Uniti, Canada e Norvegia (tutti, come la Russia, produttori di greggio ma non appartenenti all'Opec), oltre alla Danimarca, che però è presente grazie alla Groenlandia in odor di indipendenza. il governo di Copenhagen avrà dunque forti motivi per evitare l'indipendenza dell'isola, ma questa è una questione tutta danese. Sul fronte geopolitico la Russia, uno dei principali produttori al mondo di energia, ha annunciato la spesa di milioni di dollari per studi scientifici che dimostrino che la catena montuosa sottomarina - ricca di petrolio, gas naturale e depositi minerari - sia da ricondurre al territorio euroasiatico di sua competenza. A repingere le velleità russe sono principalmente Canada e Danimarca, secondo cui che la formazione geografica (conosciuta come la dorsale di Lomonosov del Mar Artico), sarebbe un'stensione geografica dei loro territori. La corsa, insomma, non si arresta. Anzi, prosegue a ritmo serrato.

Thursday, 26 May 2011

Iraq, fiumi di greggio grazie a Eni

La società del cane a sei zampe pronta all'aumento delle attività estrattive con 68 nuove trivellazioni. Che fanno ben capire il motivo della presenza straniera su suolo iracheno.


di Emanuele Bonini - Eni perfora ed estrae greggio in Iraq. Sempre meglio e sempre di più, con il chiaro e dichiarato obiettivo di «incrementare la produzione del campo petrolifero iracheno di Zubayr», il giacimento di cui Eni si è aggiudicato lo sfruttamento nell'ottobre del 2009. Adesso un funzionario iracheno ha fatto sapere che la società energetica italiana intende accrescere l'estrazione e la produzione di petrolio attraverso la perforazione di «circa 68 nuovi pozzi nel corso del prossimo anno». Si tratterebbe, più nello specifico, di aumentare le attività di estrazione da inizio 2012, così da portare la produzione del campo di Zubayr a 700.000 barili al giorno entro il 2013. L'attività sarebbe in linea con quanto Eni stabilì già nel 2009 - quando si aggiudicò i diritti del giacimento nei pressi di Bassora, nel sud dell'Iraq - e cioè di far sì che Zubayr fosse in grado di garantire una riserva di quattro miliardi di barili di petrolio, dei quali Eni intenderebbe estrarre 1,125 milioni di barili di petrolio al giorno nei prossimi 6 anni. L'esportazione della democrazia fa bene, insomma. Sicuramente all'Italia che, proprio come gli altri paesi, in Iraq non è andata per interessi economici. (fonte foto: Staffetta Quotidiana)

Wednesday, 16 February 2011

Petrolio, una guerra grande nella grande guerra

Durante il primo conflitto mondiale l'avvio alla corsa per le risorse, con soggetti e in zone di grande attualità.

di Jacopo Gilberto

La prima guerra del petrolio si combatté nel 1916, mentre in europa gli eserciti si massacravano nella prima guerra mondiale. La Gran Bretagna aveva deciso di alimentare le navi della royal navy non più con il carbone ma con la nafta. Per assicurarsi gli approvvigionamenti di nafta per la flotta, tentò di mettere le mani sui giacimenti del golfo persico. Invase l’Iraq di allora, che si chiamava ancora Mesopotamia e dipendeva dall’impero ottomano: una storia tragica ed esaltante, e una vicenda in due tempi. una prima spedizione tentò di arrivare a Baghdad, ma fu una sconfitta sanguinosa e dolentissima. Il corpo militare inglese si ridusse a Kut el-Amara, sulla sponda del Tigri, in un assedio senza speranze: dovettero arrendersi in 13.000, la metà morì dopo una prigionia straziante. Fu organizzata una seconda spedizione: questa volta bene armata, dotata delle migliori tecnologie belliche. bagdad fu conquistata, l’armata arrivò fino alla Siria e alla Palestina, che entrarono nell’orbita di Londra, e i giacimenti iracheni furono ripartiti fra le compagnie petrolifere di allora: la Standard oil di Rockefeller (la So, poi Esso, poi Exxon e infine ExxonMobil), la Shell, l’Anglo-Persian diventata Bp, la Gulf, la Mobil.
Tutto nasce da Winston Churchill: nel 1911 era primo lord dell’ammiragliato, cioè ministro della marina, e come tale approvò il piano di costruzioni della flotta per gli anni successivi. Si trattava della costruzione di una divisione di cinque grandi corazzate di ultimo modello. Il nome della prima nave della serie, la "Dreadnought", divenne per antonomasia il termine di nave da battaglia, ovvero corazzata. (leggi tutto)

Thursday, 12 August 2010

Angola, Total "affila" le trivelle

La compagnia francese sfrutterà 4 giacimenti petroliferi in mare.

di Emiliano Biaggio

Total avvia l'estrazione di petrolio dai fondali del mar dell'Angola. La multinazionale francese ha annunciato l'avvio dello sfruttamento dei giacimenti off-shore al largo delle coste del paese africano. Si tratta di quattro giacimenti (Cravo, Lirio, Orquidea e Violeta - Clov) del Blocco 17, posti a una profondità che varia dai 1.100 ai 1.400 metri. Nel caso di maggior profondità, quindi, solo appena poco prima rispetto ai pozzi su cui operava la Bp sulla piattaforma Deepwater Horizon prima dello scoppio delle tubature che poi hanno riversato nel golfo del Messico milioni e milioni di litri di greggio. Le riserve previste sono stimate in circa 500 milioni di barili di petrolio: una grande risorsa economica, insomma. Per farla sua Total davanti alle coste dell'Angola realizzerà altri 34 pozzi collegati ad una unità Floating production, storage and offloading (Fpso), un impianto galleggiante che può trattare 160.000 barili di greggio al giorno e ne potrà stoccare circa 1,8 milioni. «Le operazioni di perforazione inizieranno nel 2012 e l'inizio della oproduzione è previsto nel 2014», annuncia la compagnia, spiegando che i pozzi si trovano nel blocco 17 (bloc 17), dove Total partecipa al 40%. Gli altri operatori che partecipano all'affare dell'offshore profondo angolano sono Statoil (23,33%), Esso Exploration Angola (Block 17) Limited (20%) e Bp Exploration (Angola) Ltd. (16,67%). Yves-Louis Darricarrère, direttore generale Exploration & Production della Total, ricorda che la compagnia francese «è anche operatore del Block 32 situato in off-shore molto profondo, nel quale detiene una partecipazione del 30%. Dodici scoperte sono state realizzate, confermando il potenziale petrolifero del blocco». Un potenziale che ha indotto Total ad annunciare il mantenimento dei suoi investimenti in Angola di 18 miliardi di dollari per il 2010. Insomma, la compagnia resta e non ha alcuna intenzione di andarsene. Del resto La Total è una vecchia conoscenza in Angola: sbarcata nel paese africano nel 1953, quando era ancora una colonia portoghese, è rimasta sul territorio durante la guerra di liberazione, la guerra civile e negli anni del regime marxista dell'Mpla. Nel 2009, la produzione petrolifera angolana della Total ha raggiunto i 491.000 barili al giorno, tutta estratta dai Blocchi 17 e 14.

Monday, 2 August 2010

Brasile, in arrivo piano anti-disastri petroliferi

L'annuncio dopo l'incidente della Bp e la catastrofe ecologica nel golfo del Messico. A settembre all'attenzione di Lula.

di Emiliano Biaggio

Il Brasile lavora a un piano nazionale contro le perdite di petrolio: l'annuncio arriva dal ministro dell'Ambiente del paese sudamericano, Izabella Teixeira, che ha spiegato che il piano intende «istituire un'Autorità» che, secondo le intenzioni, agirà «nel caso di una crisi come quella avvenuta nel golfo del Messico». La strategia nazionale - il National contingency plan (in italiano suona come "Piano nazionale per ogni evenienza") sarà sottoposto al presidente Ignacio Lula da Silva «per settembre», ha anticipato Teixeira.
«L'incidente della piattaforma Bp nel golfo del Messico- ha detto il ministro dell'Ambiente del Brasile- ci ha insegnato l'importanza di saper rispondere alle emergenze». Per questo «è necessario disporre di un'amministrazione responsabile». Teixeira ha quindi spiegato che il Piano «è pensato per il settore petrolifero, ma in caso potrà essere anche messo in atto in caso di calamità naturali come esondazioni e altri disastri naturali».

Tuesday, 27 July 2010

Affari e accordi segreti dietro il petrolio della Bp

Allarmi disattivati nella piattaforma del golfo del Messico, e l'ombra di intese con la Libia per le operazioni della compagnia Britannica nelle acque della Sirte. "Chiudendo un occhio" sul disastro di Lockerbie.

di Emiliano Biaggio

Politica e affari, diplomazia segreta e accordi sottobanco, prigionieri in cambio di petrolio: Libia e Gran Bretagna, per un'intesa - ironia della sorte, il gioco di parole finisce con rappresentare la realtà - dai foschi contenuti. Bp, ovvero British Petroleum: la principale compagnia petrolifera di sua maestà oggi al centro della tragedia ecologica del golfo del Messico, fatta di milioni di litri di petrolio e un incidente che - man mano che passono i giorni ed emergono i piccoli tasselli dell'accaduto - ha dell'incredibile. Così come dell'incredibile quella presunta - ma sembrerebbe sempre più effettiva - trattiva tra Londra e Tripoli. Sul piatto, un cittadino libico detenuto e oro nero. Così Abdelbaset ali Mohamed al-Megrahi, uno dei responsabili della strage di Lockerbie, diventa moneta di scambio per concessioni di estrazioni petrolifere al largo delle coste libiche, nella zona della Sirte. Incarcerato in Scozia, al-Megrahi deve scontare la condanna per l'abbatimento dell'aereo della Pan Am, avvenuto il 21 dicembre 1988 e costato la vita a 270 persone (259 sul velivolo e 11 a terra). Fino al 20 agosto 2009 al-Megrahi resta nel Gateside Prison, carcere scozzese a Greenock. Poi le autorità britanniche lo rilasciano e lo riconsegnano a quelle libiche, per le condizioni di salute del detenuto: ad al-Megrahi viene infatti diagnosticato un cancro alla prostata. I medici dicono che gli restano pochi mesi di vita, ma arrivato a Tripoli la diagnosi cambia: potrà vivere altri 10 anni. Gli Stati Uniti non capiscono e non gradiscono, e oggi che aleggia con sempre maggior forza lo spettro di uno scambio tra Libia e Gran Bretagna, lo sdegno aumenta. E non solo negli ambienti di Washington. Perchè le vittime del volo PA 103 della Pan Am sono di 21 nazionalità diverse, e perchè al centro c'è la Bp. Ricapitoliamo: la Gran Bretagna libera al-Megrahi e lo riconsegna a Gheddafi, e Gheddafi permette alla British Petroleum l'accesso alle proprie riserve di petrolio off-shore (in mare). Ciò diventa ufficiale in questi giorni, a pochi mesi dal disastro del golfo del Messico e riguarda trivellazioni di pozzi a 1700 metri di profondità, 200 metri più giù, cioè, dei pozzi al largo delle coste Usa da dove continua a fuoriuscire greggio. Con gli stessi - se non peggiori - rischi. Gli scenari futuri - alla luce del disastro della piattaforma Deepwater Horizon - preccupano in molti, primi fra tutti i paesi del Mediterraneo, e la notizia imbarazza la Gran Bretagna e fa infuriare la Casa Bianca. Londra tende di defilarsi: la liberazione di al-Megrahi l'ha deciso il parlamento scozzese. Da Edimburgo, il primo ministro scozzese Alex Salmond rispedisce al mittente allusioni e accuse: «Il governo scozzese non ha avuto contatti con la compagnia britannica Bp quando ha preso la decisione di liberare il libico Abdelbaset al-Megrahi, condannato per l'attentato di Lockerbie». Tradotto: chiedete spiegazioni a Londra, dove gli imbarazzi aumentano. Adesso si apprende infatti che l'allarme sulla piattaforma Bp esplosa nel golfo del Messico era stato disattivato da un anno «per non disturbare l'equipaggio». Violazione delle norme, leggerezze, responsabilità per un caso sempre più politico e sempre più surreale: la Bp ha annunciato la sostituzione dell'attuale amministratore delegato Tony Hayward, mandato via con una buona uscita da 1 milione di sterline. Un motivo di ulteriore imbarazzo? Forse. O forse un'ulteriore dimostrazione di come alla fine vinca la logica dei petrodollari.

Wednesday, 21 April 2010

Perù, torna la minaccia delle trivelle in Amazzonia

La denuncia arriva da Survival, che da sempre si batte per i popoli indigeni. Che rischiano di venire spazzati via nel nome dell'oro nero.

di Emiliano Biaggio

Repsol Ypf ha inoltrato al Governo del Perù la richiesta di autorizzazione a tracciare 454 chilometri di linee sismiche e a costruire 152 eliporti in un'area della remota foresta amazzonica abitata dagli indiani incontattati. A denunciarlo è Survival, l'organizzazione internazionale di tutela delle popolazioni indigene. Stando a quanto riferito dall'associazione, «i progetti della Repsol sono stati rivelati in un rapporto recentemente inviato al ministro dell'Energia del Perù, che ora dovrà decidere se approvare o meno i piani presentati». La realizzazione delle linee sismiche «è parte fondamentale dei processi di prospezione petrolifera e comporta l'apertura di percorsi nella foresta lungo cui vengono fatti detonare esplosivi a intervalli regolari».
L'area dove la compagnia petrolifera spagnola vorrebbe lavorare, conosciuta come "Lotto 39", è abitata da «almeno due gruppi di indiani isolati» che, in caso di contatto con gli operai della compagnia, «rischierebbero di essere decimati», avverte Survival. Se la Repsol Ypf dovesse trovare «petrolio in quantità adeguate alla sua commercializzazione», Survival fa sapere che «dovrà essere necessariamente costruito un oleodotto per il trasporto del greggio dalla foresta Amazzonia fino a un terminale sulla costa pacifica del Perù». Il progetto di costruzione di un impianto, peraltro, e' appena stato reso pubblico dalla Perenco, compagnia anglo-francese che ha già trovato grandi giacimenti di petrolio nella regione. Ma c'è un altro problema: il "Lotto 39" «include ampie zone di una riserva proposta per tutelare gli indiani incontattati», secondo quanto riferisce Survival. L'organizzazione indigena Asociacion interetnica de desarrollo de la selva peruana (Aidesep), infatti, sta intentando causa alle compagnie per aver lavorato in queste aree. Ma c'è ancora di più: recenti ricerche realizzate da un gruppo di scienziati ambientali e pubblicate su Plos One hanno concluso che «questa è una delle regioni a maggior biodiversità del mondo». Di fronte al rischio trivelle, Stephen Corry, direttore generale di Survival International, si chiede «che cosa penseranno gli Indiani incontattati delle linee sismiche e degli eliporti in questa regione?». Forse, prosegue, «reagiranno in due modi: fuggendo oppure attaccando gli operai, che vedranno come invasori ostili». Ma in entrambi i casi, «le conseguenze potrebbero essere estremamente gravi», avverte. «La Repsol Ypf e le autorità peruviane- conclude Corry- dovrebbero già sapere che non è possibile effettuare attività petrolifere nelle foreste di proprietà degli Indiani incontattati in modo sicuro».

Monday, 22 February 2010

Petrolio sotto le Falklands, e si riaccende il conflitto

Stimate riserve di greggio per 60 miliardi di barili, che Londra già si prepare ad estrarre. Tra la contrarietà argentina che limita il traffico navale nella zona, e Chavez che mette in guardia.

di Emiliano Biaggio

Ultimo baluardo dell'imperialismo britannico? Da oggi le isole Falklands sono molto di più. perchè negli abissi tutt'intorno ci sarebbe petrolio, e non poco. Secondo uno studio effettuato dalla Geological Society of London, sotto i fondali delle isole britanniche nell'Atlantico meridionale ci sarebbe una quantità di greggio tale da riempire 60 miliardi di barili. Musica per le orecchie dei governanti d'oltre Oceano, che ha già affidato alla compagnia "di bandiera" Desire Petroleum il compito di compiere un primo tentativo di estrazione. La società petrolifera intende ricavare negli anni a venire fino a 3 miliardi di barili di greggio. Ma la cosa potrebbe non essere così semplice, e la questione sembra destinata a prendere una brutta piega: da Buenos Aires, infatti, un decreto presidenziale ha stabilito la riduzione del traffico navale verso Falklands, che in Argentina ancora considerano Malvinas e che a distanza di quasi trent'anni dalla guerra per le isole (2 aprile-14 giugno 1982) restano contese. Il presidente argentino, Cristina Kirchner, con il suo decreto ha di fatto reso obbligatoria l’autorizzazione alla navigazione per tutti coloro che intendono dirigersi verso le isole contese. Non solo: Kirchner si è rivolta all’Onu. Il presidente dell'Argentina ha denunciato infatti che non è possibile trivellare nella zona, perchè «esistono numerose risoluzioni dell’Onu nelle quali si chiede a Gran Bretagna e Argentina di riprendere le conversazioni bilaterali per arrivare ad un accordo sulla sovranità dell'arcipelago e risoluzioni nelle quali si dice che nessuna delle due parti può prendere decisioni unilaterali». La questione delle Falklands/Malvinas torna improvvisamente tema d'attualità, e al centro delle agende internazionali. Per gli altri, perchè per i due protagonisti la ferita mai rimarginata si riapre. Un doloroso inconveniente che nessuno dei due capi di governo voleva, data la crisi interna del Labour e il crollo dei consensi della Kirchner, ma forse l'occasione potrebbe essere propizia per entrambe le parti, proprio per rilanciarsi di fronte all'opnione pubblica. Nel 1983 i generali tentarono la via militare, convinti di farcela e di "conquistare" gli argentini; la Tatcher rispose per ribadire che la Gran Bretagna è una potenza, e per non perdere i suoi consensi. La fine la ricordiamo tutti: ebbe la meglio la Lady di ferro, dopo un conflitto da 905 morti (649 argentini e 258 britannici) e 1.845 feriti (1.068 argentini e 777 britannici). Adesso, invece, come finirà? In molti si chiedono se si va verso una seconda guerra delle Falklands/Malvinas, mentre la Gran Bretagna ha trasportato la piattaforma estrattiva al largo delle isole per iniziare l'estrazione del petrolio. La tensione sale: l'Argentina ha già ricevuto l'aiuto indiretto del Venezuela, con Chavez che ha ricordato ai britannici che «il tempo per gli imperi è finito». Immediata la replica del governo di Londra: l'estrazione del petrolio è «completamente in conformità al diritto internazionale», ha spiegato il ministro degli Esteri britannico, David Miliband. decisamente più sibillino il premier britannico, Gordon Brown. Londra, ha fatto sapere, «ha in atto tutti i preparativi necessari per assicurare la sicurezza degli abitanti delle isole Falkland». E' forse pronto a dissotterrare l'ascia di guerra?

Perenco nella bufera, accusata di inquinare il mare della repubblica democratica del Congo

La denuncia arriva dal Parlamento, si va verso l'apertura di un'inchiesta.

di Alberto Fiorillo

Perenco accusata di inquinare il mare congolese: un deputato della Repubblica democratica del Congo, Jean Claude Mvuemba, ha infatti sostenuto pubblicamente che la società anglo-francese avrebbe sversato rifiuti tossici in mare. Secondo quanto ha dichiarato ai giornali di Kinshasa, «almeno 10.000 pesci» sono stati trovati morti lungo il breve tratto costiero che rappresenta l'unico sbocco a mare del Paese, nei dintorni del villaggio di Tiembe, situato a circa un chilometro all'impianto della società petrolifera Perenco. Il deputato ha chiesto l'invio sul posto di una commissione d'inchiesta che dovrebbe essere composta da delegati del governo centrale, della provincia, da parlamentari e da rappresentanti delle Ong che difendono i diritti umani e l'ambiente. Insieme dovrebbero valutare il tasso di inquinamento ambientale causato dalla società. Perenco si è installata nella Repubblica democratica del Congo nel 2000, subentrando alla TotalFina, e sta sfruttando il petrolio nella zona costiera di Manda, estraendo 7.000 barili al giorno in cinque diversi impianti di produzione.

Tuesday, 9 February 2010

Aggiornamento guida delle compagnie

Rivista e - soprattutto - aggiornata la guida della compagnie petrolifere. Nell'elenco fanno la loro comparsa STATOIL, TESORO, VALERO e UZBEKNEFTEGAZ. Quattro nuove voci che vanno a completare e arricchire una lista adesso ancor più utile e aggiornata. Per gli addetti ai lavori e anche solo per i curiosi.
Dato che le compagnie dalla A alla Z sono in continua evoluzione (leggasi cessioni/acquisizioni/crescita), non sono escluse ulteriori nuovi aggiornamenti futuri.

Monday, 8 February 2010

Guida delle compagnie petrolifere (TO-V)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali. di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio
TOTAL: fondata nel 1924, è una società petrolifera francese, con sede a Parigi. È una delle prime quattro multinazionali del petrolio e del gas naturale insieme a Royal Dutch Shell, BP ed ExxonMobil, nonchè una dei sei "supermajor" del mondo insieme a BP, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Shell. L’azienda opera nell’intera catena produttiva degli idrocarburi, dalla ricerca di nuovi giacimenti alla vendita al dettaglio dei prodotti derivati, ma è attiva anche nel comparto della petrolchimica. La compagnia nacque per volere dell'allora primo ministro Raymond Poincaré che, rigettando ogni possibile alleanza del paese con la Royal Dutch Shell, avanzò la proposta di creare un’impresa petrolifera nazionale, vista l’importanza che il greggio avrebbe assunto nell’eventualità di un conflitto con la Germania. Nacque così, il 28 marzo 1924, la Compagnie française des pétroles (CFP), che proprio contro la Germania si rivalse immediatamente: la compagnia ottenne il 23,75% delle azioni della Turkish petroleum company (poi INOC) detenute dalla Deutsche Bank. L'acquisizione delle azioni avvenne come risarcimento per i danni subiti nel corso della prima guerra mondiale. Nel 1985 assunse la denominazione attuale, TOTAL. La società, dopo aver acquistato la belga Petrofina nel 1999, si fuse con essa e cambiò il proprio nome in Total Fina. Come risultato dell’ulteriore accorpamento con la francese Elf Aquitaine nel 2000, si optò per TotalFinaElf, fino al 2003, per poi tornare alla denominazione Total. Opera in più di 130 paesi e conta più di 96.000 dipendenti, per assett complessivi per 118 miliardi di euro. La compagnia ha fatto parlare di sè per danni ambientali e illeciti di ogni genere: nel 1999 fu condannata a pagare un multa di 375.000 euro per lo sversamento in acqua di petrolio nei pressi di La Rochelle, al largo della coste della Britannia. L'incidente è ad oggi uno dei più grandi disastri ambientali di sempre. Nel 2007 la Total è stata messa sotto accusa per presunti reati di complicità in crimini contro l’umanità commessi in Birmania, dove rappresenta la principale compagnia petrolifera nonostante le sanzioni imposte dall'Unione europea contro la giunta militare al governo nel Paese. In particolare, la Total è stata accusata di sfruttamento della manodopera locale nella costruzioni dei gasdotti. Nel 2008 l'amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, ed altri dipendenti Total vengono arrestati nell'ambito di un'inchiesta sugli appalti per l'estrazione di petrolio in Basilicata. I reati ipotizzati sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta - con riferimento specifico agli appalti dei lavori per le estrazioni petrolifere - corruzione e concussione.
UZBEKNEFTEGAZ: è la compagnia nazionale dell'Uzbekistan. E' attiva nell'esplorazione e nell'estrazione petrolifera e del gas, ma lavora anche nel settore del Petrolchimico. Nata nel 1992 a seguito della disgregazione dell'URSS e la conseguente indipendenza del paese, Uzbekneftegaz è stata trasformata nella holding di stato nel 1998. Con oltre 120.000 dipendenti, vanta un fatturato prossimo ai 3 miliardi di dollari. La sua importanza è diventata strategica grazie alle partnership strette con altre compagnie nel settore del gas: insieme a PetroChina sta realizzando la sezione uzbeka del gasdotto Cina-Asia centrale, mentre con Petronas, Petrochina e Lukoil guida il consorizio per l'esplorazione e lo sviluppo dei giacimenti di gas nel mar d'Aral.

VALERO: con 15 raffinerie e 9
impianti di produzione di etanolo tra california, Canada e Caraibi, è la più grande compagnia di raffinazione di petrolio e di prodotti petroliferi del nord America, anche grazie all'acquisizione di Ultramar, compagnia canedese di raffinazione e lavorazione di prodotti petroliferi. Valero Ha una capacità produttiva netta di 2,8 milioni di barili di greggio al giorno e asset per un valore complessivo di 34,3 miliardi di dollari. Vanta all'incirca 5.800 punti vendita al dettaglio, dislocati tra Stati Uniti (44 stati), Canada, Caraibi e America latina. Conta 21.000 dipendenti e registra - alla fine del 2008 - un fatturato di 119 miliardi di dollari. Lavora gasolio, benzina, carburante per aerei, solventi, gas naturali, propano, coke di petrolio. Vende i propri prodotti con il proprio nome e sotto altri marchi, tra i quali spicca quello di Total.

Tuesday, 29 December 2009

L'ombra delle trivelle sulle acque norvegesi

Le estrazioni petrolifere off-shore nell'arcipelago di Lofoten e Vesteralen dividono il Paese. MA adesso il governo è chiamato a dover prendere una decisione. Tra spinte di conservazione paesaggistica ed interessi economici. Guardando alla vicina Russia.

di Alberto Fiorillo

Petrolio o paesaggio? La scelta di una delle due risposte determinerà il futuro dell'arcipelago norvegese delle Lofoten e Vesteralen, un paradiso naturalistico dove il riconfermato governo laburista di Oslo vorrebbe avviare nuove trivellazioni petrolifere per sfruttare i giacimenti al largo delle loro coste. La questione divide la Norvegia da molto tempo. Il primo ministro Jens Stoltenberg ha rimandato per il momento ogni decisione sullo sfruttamento del petrolio delle Lofoten, ma il governo sta subendo fortissime pressioni della lobby petrolifera che ha già completato la fase preliminare delle ricerche (con studi sismici e geologici) propedeutica alle trivellazioni esplorative. I tre partiti di sinistra che formano la coalizione di governo in Norvegia (Partito laburista, sinistra socialista e partito di centro) nella loro piattaforma comune prevedono di non aprire le Lofoten e le Vesteralen allo sfruttamento petrolifero, confermando la decisione presa nel 2006. Però ora si trovano di fronte alla decisione se autorizzare o meno l'avvio della Valutazione di impatto ambientale (Via) e sembrano intenzionati a dare via libera. Secondo la Total, molto attiva nei mari norvegesi, bisogna rimpiazzare al più presto gli attuali giacimenti off-shore: il picco di produzione è stato ormai superato e i giacimenti si stanno riducendo, occorre quindi puntare alle isole del grande nord per garantire la continuità dell'industria petrolifera norvegese e dei posti di lavoro nel settore. Helge Lund, amministratore della Statoil, compagnia petrolifera della quale lo Stato detiene i due terzi delle azioni, calcola che le entrate potenziali che potrebbero venire dal petrolio della Lafoten siano di almeno 180 miliardi di euro. L'Olf, la Confindustria del petrolio norvegese, promette dal canto suo «duemila nuovi posti di lavoro senza il minimo danno all'ambiente o alla pesca». I petrolieri sono sostenuti dalla destra populista del Partito del Progresso (il secondo partito della Norvegia) che minimizza ogni rischio ambientale. Sul giornale Novethic un deputato della destra, Pal Arne Davidsen, spiega che «ci sono voluti circa 25 anni tra la scoperta del giacimento di Sno Hvit e l'inizio del suo sfruttamento. I progressi tecnologici saranno tali che si potranno sicuramente ridurre al minimo i rischi».
L'altro argomento forte dei petrolieri è lo sfruttamento futuro dell'enorme giacimento russo di Stockhman, attualmente in fase di sviluppo, che comporterà un forte aumento del traffico marittimo al largo delle coste norvegesi. Un'azione che forzerà in ogni modo le autorità norvegesi a sviluppare delle tecnologie e dei servizi di soccorso in caso di maree nere. Forti della vicinanza con un potenziale inquinamento prodotto dalla Russia i favorevoli all'apertura di nuovi pozzi off-shore spingono sull'acceleratore, mentre per gli ambientalisti norvegesi si tratta di un'aggressione a quello che in patria è considerato un santuario della natura. Le acque delle Lofoten ospitano l'ultimo grande stock di merluzzo del pianeta e soprattutto le sue aree riproduttive. Inoltre le Lofoten hanno una fiorente industria turistica che potrebbe essere compromessa dalle trivellazioni o, peggio, da incidenti e maree nere.

Monday, 28 September 2009

L'Abruzzo non vuole diventare un pozzo (petrolifero) senza fondo

Sulla regione incombono le trivelle, che mettono a rischio le colline del Montepulciano e il parco nazionale della Majella

di Maria Rita D'Orsogna* (dal Corriere.it)

L'Eni si appresta a trasformare l'Abruzzo in un mega campo petrolifero, trasformando il 50% del territorio in zona per l'estrazione del petrolio, comprese le colline del Montepulciano Doc, il parco nazionale della Majella, e quello di Lazio ed Abruzzo. Sono due anni che cerco di sensibilizzare abruzzesi - politici, popolo, giovani e chiesa cattolica su questo grave problema, con la stampa nazionale che sembra essere mummificata. La Basilicata, dove si trivella da 15 anni, muore, e io vorrei che per una volta in Italia fossimo preventivi e fermassimo il degrado ambientale prima di iniziare a contare i morti. In Basilicata si può.
Il petrolio abruzzese è di qualità scadente. E' un fango fortemente corrosivo e denso. L'indice API è 12. Il petrolio migliore del mondo è quello texano ad indice 40. Quello peggiore sono le sabbie del Canada con indice 8. Dunque, il petrolio abruzzese giusto un po meglio delle sabbie bituminiche dell'Alberta. L'idea dell'Eni è quella trasformare 15 ettari di terra a Montepulciano doc ad Ortona in una raffineria di petrolio creata apposta per desolforizzare le schifezze del sottosuolo abruzzese. Questo centro deve sorgere a 500 metri dal mare. Si parla di costruirne altri due nella piana di Navelli e nel Teramano. Le trivelle nel mare a Pineto ospiteranno la desolforazione sulle piattaforme stesse. L'Abruzzo quest' anno è arrivato quarto al Vinitaly di Verona per numero di medaglie sulla qualità dei vini. Questa regione fino a 50 anni fa era povera. Ora, la possiamo rigirare come vogliamo, ma vino, agricoltura, turismo e petrolio non possono coesistere. Alcuni studi dell'università californiana Davis, con uno dei dipartimenti di agricoltura più famosi d'America, ha concluso (30 anni fa!) che le emissioni di idrogeno solforato alle stesse dosi di quelle consentite dalla legge italiana, causa la morte dei vigneti. Bucare in lungo e largo l'Abruzzo significherà quasi sicuramente compromettere tutta la nostra agricoltura.
Il rapporto guadagno petrolifero/perdita agricoltura è infinitamente basso. Ad Ortona, il petrolio porterà a 30 posti di lavoro (l'ha detto l'Eni stessa) a fronte di 5000 famiglie nei vari comuni attorno alla proposta raffineria impiegate nell'agricoltura che perderanno il loro sostentamento, per non parlare del turismo e della pesca del luogo. Il petrolio abruzzese non è una risorsa per l'Abruzzo, ma per l'Eni. Non esiste un comune "petrolizzato" in Italia dove si vive bene con il petrolio: esplosioni a Trecate, petrolfiere inabissate a Genova, bimbi deformi a Gela, tumori fuori ogni limite a Falconara, inquinamento alle stelle a Melilli, Priolo, Augusta, Cremona, Falconara, Mantova, Sannazzaro, Sarroch, Marghera, Manfredonia.
Anche per quanto riguarda le famose royalties, facciamo pena. In Norvegia fra tasse locali e governative, devi lasciare l'80% del ricavato ai Norvegesi. In Italia, le tasse governative sono del 30% e poi agli Abruzzesi resterà l'1% della ricchezza estratta. Però se estrai al di sotto di un certo limite, paghi zero spaccato. Chi controlla il greggio estratto è l'estrattore stesso! Ai petrolieri si vuole regalare il 50% del territorio, compreso parte dei parchi nazionali e la costa. Su quei territori vive l'80% della gente d'Abruzzo. Un sondaggio fatto dal governo centrale mostra che il 75% degli abruzzesi è contrario alle trivelle. La terra non è dell'Eni ma degli Abruzzesi. Grazie ad altre opere già portate avanti (fra cui la centrale turbogas di Gissi), l'Abruzzo già produce più energia di quanto gli serva. Il petrolio non può coesistere con l'Abruzzo che conosciamo oggi.
(*Assistant Professor Department of Mathematics, California State University at Northridge, Los Angeles )

Monday, 21 September 2009

Oil for democracy

In Iraq per la democrazia. O per il petrolio? Per entrambe le cose. Dalla Mesopotamia tante casualità per un disegno sempre più chiaro.

di Emanuele Bonini

Democrazia in cambio di petrolio, perchè niente è gratis e tutto ha un costo. In Iraq, almeno, sembra essere così. Gli eventi sembrano seguire un corso ben preciso: quello dello sfruttamento delle risorse. In questo caso, del greggio. Già avviate le aste per l'estrazione del combustibile fossile all'interno del Paese: a concorrere, tra gli altri, ExxonMobil (Stati Uniti), BP (Gran Bretagna), Shell (Paesi Bassi) ed Eni (Italia). Tutte compagnie di Paesi che schierano soldati sul territorio a difesa della democrazia. Un caso. O forse no. Il primo lotto assegnato è infatto quello di Rumaila, nel sud dell'Iraq, concesso al "consorzio" sino-britannico di Cnpc e BP. Da notare come il contingente britannico in questi anni sia stato di stanza proprio nel sud del Paese. Un caso. O forse no. Perchè all'asta partecipa anche l'italiana Eni, in attesa di una risposta per il campo di Nassiriya, dove erano di stanza i militari inviati da Roma. Verrebbe da chiedersi a questo punto, con un interrogativo scomodo e irritante, per cosa sono morti i nostri soldati a Nassiriya: se per l'esportazione della democrazia o se per l'esportazione del petrolio negli interessi economici sottesi alle operazioni in Iraq. Domanda di cattivo gusto per molti, ma legittima per pochi altri, che si fanno prendere quantomeno dal dubbio. Perchè il caso è uno; due o più casi se non costituiscono un prova formano un indizio. E l'indizio è proprio quello energetico-petrolifero: solo per fare alcuni esempi, nella coalizione internazionale figurano Angola, Corea del Sud, Giappone. E, strano a dirsi, alle aste per i maggiori giacimenti dell'Iraq concorrono l'angolana Sonangol, la sudcoreana Kogas e la giapponese Nippon Oil. Anche questo un caso? Può darsi. Come no. La "coalizione dei volenterosi" di George W. Bush - quella formata dai Paesi che hanno inviato i contingenti più sostanziosi - racchiude Stati Uniti, Spagna, Ucraina, Paesi Bassi, Polonia, Italia, Gran Bretagna e Corea del Sud: a essere in gara per le riserve irachene sono soprattutto Chevron, ConocoPhillips ed ExxonMobil (Stati Uniti), Repsol (Spagna), Shell (Paesi Bassi), Eni ed Edison (Italia), BP, BG Group e BHP Billiton (Gran Bretagna) e Kogas (corea del Sud). Un caso? Mica tanto. Perchè ogni cosa ha un costo, e niente è gratis. E l'impressione è che in Iraq ci sia un compravendita nel nome di un programma "Oil for democracy". (fonte foto: laRepubblica)

Wednesday, 16 September 2009

Guida delle compagnie petrolifere (ST-TE)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali. di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio

STATOIL: è la compagnia petrolifera norvegese. Attiva nel settore del greggio e del gas, Statoil è anche gruppo petrolchimico. Oltre 29.000 dipendenti, ha un fatturato di 658 miliardi di corone norvegesi, pari a 110 miliardi di dollari e un reddito operativo aziendale di 33,4 miliardi di dollari. La società è partecipante e co-partecipante in numerose gasdotto e oleodotti di Europa e Asia. E' presente all'interno dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, ha stazioni di servizioni in tutta la Scandinavia, in Russia, nelle repubbliche baltiche e in Irlanda. Nel 2007 ha acquistato per 2,2 miliardi di dollari la canadese North American Oil Sands Corporation, garantendosi anche la presenza in nord America. Guarda con interesse alle risorse presenti nel sottosuolo del polo nord, con cui è in competizione con Russia, Canada, Stati Uniti e Danimarca. Oltre ad essere la maggiore compagnia scandinava, Statoil è la più grande corporation al mondo per attività off-shore (in mare aperto). Produce in 13 paesi, tra cui Singapore, e vende in 8 stati.


TAMOIL: marchio con cui vende OILINVEST, compagnia energetica dei Paesi Bassi. OILINVEST è una rete di 40 compagnie operanti in tutta Europa, grazie a OILINVEST BV - ramo olandese del network - e OILINVEST NV - ramo americano, con sede a Curacao, nelle Antille olandesi. TAMOIL è il marchio con cui è conosciuta nel mondo la sezione petrolifera dell'azienda olandese, impegnata nell'estrazione, acquisto, raffinazione e commercializzazione del greggio, soprattutto quello di provenienza libica. TAMOIL venne fondata nel 1988 dalla NOC dalle ceneri di quella che fu la Oil Capital Ltd, compagnie petrolifera libanese fondata nel 1965 e rilevata dalla NOC stessa. La compagnia di stato libica cedette poi agli olandesi la TAMOIL nel 1993, ma solo in parte: ancora oggi la NOC detiene degli interessi in TAMOIL, che non a caso ha proprio in Libia i propri siti di estrazione. Con sede nei Paesi Bassi, TAMOIL vanta circa 3.000 stazioni in Europa ed oltre 150 in Africa. Ha raffinerie dislocate tra Italia, Germania, SVizzera e Spagna. Nei Paesi Bassi è conosciuta come TAMOIL NEDERLAND BV e, dal 2003, come OK Nederland B.V.

TESORO: fondata nel 1968 da Robert V. West Jr, Tesoro è una compagnia di raffinazione e di vendita di prodotti petroliferi. Compagnia statunitense con sede a San Antonio, Texas, l'apertura della sua prima raffineria risale al 1969. L'impianto venne aperto in Alaska, nei pressi di Kenai. Nel corso degli anni Novanta Tesoro dà avvio a una serie di acquisizioni per consentono al gruppo di espandersi tanto da arrivare a istituire la Tesoro Corporation. Queste acquisizioni hanno permesso al gruppo di aumentare la propria capacità di lavorzione e raffinazione del greggio, passata da 72.000 barili al giorno a circa 664.000 barili al giorno, quasi dieci volte tanto. La compagnia ha sempre mantenuto la propria attività all'interno della raffinazione e della vendita. Nel 1998 ha rilevato l'ex raffineria Shell di Anacortes (Washington), mentre nel 2001 ha acquistato raffinerie a Mandan (North Dakota) e Salt Lake City (Utah) da Amoco. L'anno seguente ha acquistato poi da Ultramar - contrallata di Valero - la raffineria Golden Eagle di Martinez (California). Attualmente Tesoro annovera oltre 870 marchi di stazioni di vendita al dettaglio, alcune delle quali sotto brand Shell. Nel 2008 Tesoro ha avuto un fatturato di 28,3 miliardi di dollari.

TEXACO: compagnia statunitense fondata nel 1901 a Beaumont, Texas. E' stata la principale compagnia texana e una delle più attive tra quelle a stelle e strisce fino al 2001, quando è stata acquistata e assorbita da Chevron. E' stata per lungo tempo l'unica azienda del settore a vendere carburante in tutti i cinquanta stati degli Stati Uniti. E' diventata famosa nel mondo nel 1936, quando iniziò a rifornire di i nazionalisti spagnoli, a cui continuò a garantire il carburante per l'intera durata della guerra civile. In un primo momento Chevron ha mantenuto il marchio Texaco, poi dal 2010 ha rivisto le proprie strategie di marketing e ha rimosso 1.100 marchi Texaco tra Delaware, Indiana, Kentucky, North Carolina, New Jersey, Maryland, Ohio, Pennsylvania, South Carolina, Virginia, West Virginia, Washington D.C. e Tennessee. Oggi il marchio Texaco è ancora presente in Europa (Belgio e Gran Bretagna).

Guida delle compagnie petrolifere (SH-SO)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali.
di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio
SHELL: no
me completo "Royal Dutch Shell plc", è una multinazionale anglo-olandese nata il 20 luglio 2005 dalla fusione tra la Reale Compagnia Petrolifera Olandese - fondatanel 1890 - e la britannica Shell Transport and Trading Company - risalente al 1897. La fusione dei due gruppi ha prodotto la terza più grande corporation esistente al mondo (dopo Wal-Mart ed ExxonMobil), ma in realtà già dal 1907 le due compagnie lavoravano in partnership: la Reale Compagnia Petrolifera Olandese (nome legale in olandese N.V. Koninklijke Nederlandsche Petroleum Maatschappij) e la Shell Transport and Trading Company plc operarono insieme in una vera e propria alleanza per poter competere con il gigante petrolifero dell’epoca, la Standard Oil di John D. Rockefeller. Oggi la società è presente in oltre 140 paesi del mondo e il suo mercato principale sono gli Stati Uniti d’America, in cui opera la sussidiaria Shell Oil Company, con sede a Houston (Texas). Ha un fatturato superiore ai 450 milairdi di dollari, e asset totali per oltre 280 miliardi di dollari. Assieme a BP, ExxonMobil e Total è uno dei quattro principali attori privati mondiali nel comparto del petrolio e del gas naturale. Soprattutto, la Shell si dedica a tutta la filiera dei prodotti petroliferi, dall'esplorazione fino alla vendita al dettaglio. Ma non solo: infatti le attività principali della compagnia sono esplorazione, estrazione, trasporto e commercializzazione degli idrocarburi (petrolio e gas); petrolchimica (Shell Chemicals) e fonti rinnovabili (petrolio, idrogeno ed energia solare). Fa parte delle sei "supermajor" del mondo insieme a BP, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Total. Negli anni Shell è stata criticata da gruppi ambientalisti e per la difesa dei diritti umani per alcune questioni, in particolare in Sud Africa e Nigeria: durante gli anni Ottanta Shell fu accusata di sostenere il regime di segregazione razziale continuando ad operare nel paese. Shell fu anche accusata di aver infranto le sanzioni. In Nigeria è stata accusata di aver provocato danni ambientali connessi alle attività petrolifere nella terra degli Ogoni nella zona del delta del Niger.

SONANG
OL: è una società parastatale che detiene il controllo della produzione di petrolio e gas in Angola. Alla vigilia dell’indipendenza dello Stato africano dal Portogallo, nel 1976, la compagnia Angol (Angol Sociedade de Lubrificantes e Combustivels, sussidiaria dell’impresa portoghese Sacor) venne nazionalizzata e scorporata, dando vita, così, alla Sonangol e alla Direzione Nazionale del Petrolio (Direcção Nacional de Petróleos). Per sviluppare il proprio business, la Sonangol si è avvalsa della cooperazione tecnica della Sonatrach e dell’Eni. E' una delle principali compagnie del continente, anche in virtù del fatto che l'Angola è all'interno dell'Opec. Attualmente SONANGOL possiede stabilimenti oltreoceano a Brazzaville, Hong Kong, Houston, Londra e Singapore.


SONATR
ACH: acronimo di Enterprise Nationale Sonatrach, è la compagnia statale dell’Algeria, che gestisce le risorse energetiche del paese. Le sue origini risalgono alla Société Nationale de Transport et de Commercialisation des Hydrocarbures, creata il 31 gennaio 1963 dal governo algerino e poi diventata, nel 1966, la Société Nationale pour la Recherche, la Producion, le Transport, la Transformation et la Comercialisation des Hydrocarbures. La denominazione Sonatrach fu assunta nel 1981, dopo che l’impresa consolidò la sua posizione grazie anche alla realizzazione di joint-ventures con le principali compagnie multinazionali, costituite soprattutto per condurre le attività estrattive. Attualmente è una delle aziende leader nella fornitura di gas e petrolio a livello globale, con l’obiettivo di espandere ulteriormente le proprie capacità produttive e di esportazione.

Monday, 14 September 2009

Guida delle compagnie petrolifere (Q-SA)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali. di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio

QP: la Qatar Petroleum è la compagnia nazionale del Qatar, fondata dal governo nel 1974 ed incaricata di gestire le risorse energetiche del paese. Dopo la prima guerra mondiale e con la caduta dell’Impero Ottomano, il Qatar entrò nella sfera d'influenza della Gran Bretagna e, di conseguenza, la prima concessione petrolifera sul territorio dell'emirato venne affidata, nel 1935, all’Anglo Persian Oil (APOC), la compagnia da cui poi sarebbe nata la BP. APOC creò, come sua controllata, la Petroleum Development Qatar Ltd., affidandole la conduzione delle attività di ricerca ed estrazione del greggio. La nazionalizzazione della società ebbe luogo un anno dopo il primo shock petrolifero del 1973, in quanto il governo di Doha era intenzionato ad acquisire pieno potere nello sfruttamento dei propri giacimenti. Oggi è attiva nelcampo dell'estrazione, della raffinazione e della vendita del petrolio. Oltre a essere la principale azienda petrolifera dell'emirato, la Qatar Petroleum è la principale azienda nazionale: il 60% del Pil del Qatar è prodotto dalle attività della QP. La compagnia ha sviluppato un'importante rete anche nel settore del gas: QP ha lavorato e tutt'ora lavora al progetto "Dolphin gas", che intende unire le reti di gasdotti di Qatar, Oman ed Emirati arabi. Presidente della compagnia è il ministro per l'Energia e l'industria nonchè vicepremier, attualmente Abdullah Bin Hamad Al-Attiyah. Nonostante sia un’impresa statale di fama internazione, la Qatar Petroleum può anche essere descritta come un’azienda “familiare”, dal momento che, nella holding, le posizioni direttive sono occupate principalmente dai membri della famiglia reale degli al-Thani.

REPSOL YPF: acronimo di Refineria de Petróleos de Escombreras Oil - Yacimientos Petrolíferos Fiscales, è una società spagnola attiva nei settori del petrolio e del gas naturale, con interessi in 30 paesi. L’azienda è nata nel 1999 dall’acquisizione dell’argentina YPF da parte dell’iberica Repsol, diventata a qul punto una amultinazionale. REPSOL è stata fondata in Spagna, nel 1986, prendendo origine dall’Instituto Nacional de Hidrocarboros (INH), un organismo costituito, a sua volta, nel 1981 - dopo la firma dei Patti della Moncloa (1977) - con l’intento di riorganizzare il settore energetico nel quadro più ampio di una nuova stagione politica ed economica. Nel 1997, completato il piano di privatizzazione, Repsol ha cessato di essere una compagnia di proprietà dello Stato e, due anni dopo, ha assunto il pieno controllo dell’impresa argentina YPF (di cui deteneva il 15% già nel 1998). Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) venne creata nel 1922, sotto il governo di Hipólito Yrigoyen, e fu la prima azienda statale a nascere fuori dall’ex URSS. Attualmente REPSOL YPF vanta più di 37.000 dipendenti in tutto il mondo, e conta oltre 250 filiali. Attiva nei campi di esplorazione, estrazione, raffinazione, trasporto e commercializzazione di petrtolio e gas, secondo la rivista Fortune è la quindicesima azienda di raffinazione del petrolio al mondo. E' prima, in termini di fatturato, tra tutte le compagnie energetiche dell'intera area di lingua spagnola (Europa e Americhe). E' al centro delle critiche delle associazioni per i diritti umani, che accusano di "svendere" lo stato e la popolazione Sahrawi in cambio dei giacimenti al largo delle coste del Sahara Occidentale. Il governo marocchino ha riconosciuto alla compagnia i diritti di esplorazione ed estrazione in cambio del riconoscimento spagnolo dell'autorità del governo di Rabat sul territorio dell'ex colonia spagnola.

SAUDI ARAMCO: è la compagnia nazionale dell'Arabia saudita. La storia della Saudi Aramco comincia il 29 maggio 1933, quando il governo saudita firmò un accordo di concessione petrolifera con la Standard Oil of California (Socal), che permise all’impresa di effettuare delle prospezioni sul territorio. Non avendo ottenuto alcun successo, nel 1934 la Socal trasferì il 50% della concessione ad una delle sue filiali, la California Arabian Standard Oil, e la parte restante fu acquistata dalla Texas Oil Company. Dopo quattro lunghi anni di ricerca infruttuosa del greggio, nel 1938 venne scoperto il primo giacimento, denominato “Dammam numero 7”. Nel 1944, il nome della società che opera in Arabia viene cambiato in Aramco (Arabian American Oil Company) e, due anni dopo, con l’intento di aumentare il capitale d’investimento dell’impresa, due nuovi partner acquisirono quote azionarie: la Standard Oil of New Jersey e la Socony Vacuum. Ad entrambe le compagnie venne offerta la medesima parte, pari al 25% delle azioni. Tuttavia, la Socony Vacuum, più cauta rispetto alla Standard Oil of New Jersey, decise di limitare la sua partecipazione al 10%. Nel 1948, la proprietà dell’Aramco era, quindi, così suddivisa: 30% alla Standard Oil of California (poi Chevron), 30% alla Texas Oil Company (successivamente Texaco), 30% alla Standard Oil of New Jersey (in seguito Exxon), 10% alla Socony Vacuum (poi Mobil Oil). Nel 1973, il governo saudita acquisì una quota dell’Aramco del 25%, per aumentarla al 60% nel 1974 ed assumerne, infine, il pieno controllo nel 1980. Nel novembre 1988, Re Fadh sancì la nascita della Saudi Arabian Oil Company, o Saudi Aramco. Nonostante il forte scetticismo di molti osservatori occidentali, la società ha conosciuto, nel tempo, un fiorente sviluppo, anche sotto la direzione del management nazionale, ed ha conquistato il primato mondiale. Lo stesso presidente della Royal Dutch Shell, Mark Moody-Stuart, dovette ammettere che «la Saudi Aramco si comporta e profuma come una normale compagnia petrolifera». Possiede la quasi totalità delle risorse di idrocarburi del regno e, dal punto di vista sia delle riserve che della produzione, è di gran lunga la prima compagnia petrolifera mondiale. Le riserve ammontano a 264 miliardi di barili, la produzione adesso è stata portata a 10,8 milioni di barili al giorno. Per produrre tanto e immettere sul mercato tutto questo occorrono alla compagnia oltre 51.000 dipendenti.