Wednesday, 6 October 2010

Rom, immigrati ed espulsioni da Milano a Roma: Italia come la Francia? L'Ue si oppone

Sarkozy e Berlusconi "uniti" dalla stretta sull'immigrazione e dalle politiche dei rimpatri. Ed entrambi trovano le critiche di Bruxelles

di Marianna Quatraro

E’ scontro aperto tra l’Eliseo e l’Ue: la Francia espelle rom e immigrati, smantella i loro campi e l’Unione Europea apre una procedura di infrazione contro il governo guidato da Nicolas Sarkozy, sostenendo che si tratta di una violazione della Carta europea sui diritti fondamentali. La vice presidente Viviane Reding ha detto: “Sarò molto chiara: non c'è posto in Europa per la discriminazione basata sulle origini etniche o di razza. E' incompatibile con i valori su cui si fonda l'Unione europea. Le autorità nazionali che discriminano gruppi etnici violano anche la Carta europea dei diritti fondamentali, che tutti gli Stati membri, compresa la Francia, hanno firmato”. Sarkozy ha definito le critiche del commissario alla sua politica inaccettabili e se inizialmente aveva invitato tutti a moderare i toni ed evitare di alimentare ‘una sterile controversia’, poi ha provocato il commissario Reding dicendo “Che faccia venire i rom nel suo Paese, che li accolga nel Lussemburgo”.
La posizione di Sarkozy incontra la piena approvazione del premier italiano, Silvio Berlusconi: “Sostengo Nicolas Sarkozy. L'Europa non ha ancora compreso affatto che quello dei rom non è un problema unicamente francese o italiano, greco o spagnolo. Il presidente Sarkozy ne è invece pienamente cosciente. La Reding avrebbe fatto meglio a trattare la questione in privato con i dirigenti francesi prima di esprimersi pubblicamente come ha fatto”. Si oppone, invece, l’Ue, difendendo la posizione della Reding e spiegando che le sue parole sono a nome di tutta la commissione. Dalla Francia all’Italia, la questione rom si fa di portata sempre più rilevante. Mentre a Venezia sono stati sgombrati alcuni campi e dati alloggi fissi, a Milano è stata avviata una campagna di sgomberi da due anni: ogni settimana viene cancellato un insediamento abusivo, con conseguente transumanza da un campo all'altro. Dal 2007 ci sono stati 315 sgomberi e la settimana scorsa è stato chiuso il più grande campo abusivo in città: quello in via Rubattino, Lambrate, dove vivevano 200 rom in condizioni igieniche disastrose. Nella Capitale, invece, la prefettura ha censito circa 200 insediamenti abusivi, alcuni dei quali si stanno smantellando. Ai rom vengono offerti alloggi temporanei in residence, ma i capifamiglia temendo la disgregazione dei nuclei familiari preferiscono trasferirsi in altri campi. Il sindaco Gianni Alemanno prevede la costruzione dai 10 ai 12 campi attrezzati fuori dal raccordo anulare per un massimo di 6mila posti. Il progetto del comune è costruire degli alloggi con la collaborazione dei capifamiglia. (fonte: businessonline.it del 16 settembre 2010)

Tuesday, 5 October 2010

Bosnia Erzegovina, uno stato in dieci punti


di Emiliano Biaggio - La Bosnia Erzegovina è frutto di negoziazioni internazionali intraprese all'indomani della dissoluzione della Yugoslavia e a seguito delle guerre intestine che ne derivarono. Con gli accordi di Dayton (Daitona), o più precisamente il General framework agreement for peace (GFAP), stipulati il 21 novembre 1995 nella base Wright-Patterson Air Force, si è posto fine alla guerra civile jugoslava. L'accordo prevede il passaggio, o meglio il ritorno, della Slavonia orientale alla Croazia, appartenente fino alla fine della guerra alla Serbia. Viene riconosciuta ufficialmente la presenza in Bosnia Erzegovina di due entità ben definite: la Federazione croato-musulmana che detiene il 51% del Territorio bosniaco e la Repubblica Srpska (49%). Ciascuna entità è dotata di un parlamento locale: la Repubblica Serba di un'assemblea legislativa unicamerale, mentre la Federazione croato-musulmana di un organo bicamerale. A livello statale vengono invece eletti ogni quattro anni gli esponenti della camera dei rappresentanti del parlamento, formata da 42 deputati, 28 eletti nella Federazione e 14 nella Repubblica; infine della camera dei popoli fanno parte 5 serbi, 5 croati e 5 musulmani. Qua sopra le dieci condizioni alla base dello stato di Bosnia Erzegovina.

Bosnia Erzegovina, dalle urne solo incognite

L'ombra di brogli e irregolarità sulle elezioni presidenziali. Con i serbi della Srpska che avvertono: se vinciamo è sessione.

di Emiliano Biaggio

Incertezza e attesa nel cuore dei Balcani: si sono concluse le elezioni politiche in Bosnia, paese ancora diviso che ancora non riesce a rilanciarsi dopo la guerra del 1992-1995. E ancora una volta pare che lo stato debba fare i conti con le proprie questioni irrisolte, perchè sul voto aleggia lo spettro dei brogli. Lo stato nato dalla dissoluzione della Jugoslavia, schiacciato tra Croazia e Serbia, si prepara ad eleggere i tre uomini che dovranno governare le tre regioni autonome che la compongono, il Distretto di Brčko, la Repubblica Serba (Srpska) e la Federazione croato-musulmana. Un paese che non ha in croati e serbi i vicini di casa e i popoli d'oltreconfine, ma che vede una non facile convivenza anche al proprio interno con i medesimi soggetti. Dalle urne non dovrebbe uscire la risposta politica che ci aspetta: anche i più ottimisti ritengono infatti le elezioni non segneranno una definitiva stabilità alla nazione bosniaca, dal 2006 alle prese con le continue tensioni tra Federazione (croati e bosniaci) e Repubblica (serbi) che costringono il governo centrale di Sarajevo al compromesso. Per il malumore dei bosniaci. In questo rebus politico, la situazione diventa difficile da pronosticare: di certo si sa solo che l’Unione europea ha già allertato gli enti internazionali sui possibili brogli, in ogni regione. E l'Ocse avverte: alle elezioni ci sarebbero troppe schede non valide. Gli osservatori dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico hanno infatti espresso preoccupazione per il numero molto alto di schede non valide registrato nella Republika Srpska (Rs), l'entità a maggioranza serba del paese. Un elemento di ulteriori attriti all'interno di un paese che ha nella Srpska un'entità desiderosa di indipendenza. Proprio nell'area serba c'è attesa per capire chi la spunterà: vanno infatti al ballottaggio Nebojsa Radmanovic e Milorad Dodik. Il primo è il candidato ideale per la politica del compromesso e rappresenta l’attuale premier al governo di Sarajevo, Nikola Špirić. Milorad Dodik, dei socialdemocratici indipendenti, ha già minacciato la secessione dalla Bosnia in caso di vittoria schiacciante. Attese e incertezze animano dunque la Bosnia-Erzegovina, che vede già assegnato il seggio croato: l'ha spuntata, alla fine, il candidato della socialdemocrazia Zeijko Komsic. Per il seggio del Distretto di Brčko, terzo e ultimo in questa repubblica federale semipresidenziale tripartita, sembra abbia vinto Bakir Izetbegovic, figlio del leader musulmano bosniaco ai tempi della guerra, Alija. Il passato, insomma, ritorna. E sembra che non si riesca proprio a voltare pagina. (fonte foto: Wikipedia)

Monday, 4 October 2010

Energia, ecco dove si gioca una partita importante per gli assetti futuri del mondo

Gli equilibri geopolitici, vecchi e nuovi, passano per le risorse energetiche. E da una fase che vede nuovi soggetti protagonisti del presente e già proiettati al futuro.

di Emanuele Bonini

Gli equilibri geopolitici mondiali presenti e soprattutto futuri passano per l'energia. Tutti, da esperti a politici a operatori del settore ne sono sempre più convinti e coscienti: quello energetico costituisce il nodo cruciale da sciogliere per capire verso quali assetti sta andando il mondo. Già adesso la corsa all'accaparramento delle risorse energetico ha determinato nuove alleanze e aperto nuovi fronti di concorrenza: l'asse Pechino-Caracas per il petrolio o i rapporti privilegiati tra Brasile, Argentina e Bolivia nel mercato del gas sono solo due dei nuovi scenari che rimettono in discussione i sistemi in vigore fino a pochi anni fa. Per intenderci, gli Stati Uniti non hanno più quella prese nel sud America che avevano fino a pochi decenni fa, e l'America Latina si sta pian piano emancipando. Ma non c'è solo il sud America: ci sono i paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina, cui si affianca un Sudafrica che avanza a ritmi forsennati), in continua, forte e costante crescita economica mentre il resto del mondo soffre una crisi che non accenna a finire. Potenze emergenti e grandi in declino: glà questa sola equazione basterebbe da sola a sintetizzare i cambiamenti geopolitici in atto. Ma la corsa all'energia è e sarà sempre più strategica: svincolarsi dalla dipendenza dell'altro garantisce libertà, la certezza di non dover concedere niente a nessuno; garantirsi alleanze - come sta facendo la Cina in Africa - e quindi accesso alle risorse è il colonialismo di nuovo corso. In questo i nuovi grandi sono in vantaggio: sono in crescita e possono offrire liquidità, ma soprattutto contropartite. E' il caso cinese. Il governo di Pechino in Africa porta infrastrutture e modernità: a differenza del vecchio occidentale che sfruttava, qui per le risorse dà in cambio contropartite che fanno comodo. Applica, in sostanza, il principio per cui il commercio internazionale porta benefici reciproci. Lo stesso sono in grado di fare India e Brasile. Questi paesi (la Russia no) si pongono inoltre all'avanguardia sul fronte energetico: conoscono un'espansione in un momento che consente loro di investire nelle fonti rinnovabili, costruendo un sistema produttivo che l'occidente non ha e che convertire sarebbe economicamente oneroso in fase di normalità, ma che diventa assai doloroso (e poco fattibile) in una fase di crisi come quella in corso. I paesi del Brics procedono in sostanza con quello che gli altri - al momento - non si possono permettere. Finendo con l'essere favoriti da uno sviluppo successivo a quello degli altri. I paesi sviluppati puntano sui combustibili fossili perchè su questi hanno costruito le proprie fortune e i propri sistemi, ma senza creare strategie alternative allo sfruttamento degli altri. Non è un caso se le politiche di sostenibilità restino lettera morta e parole mai convertite in atti concreti. Ma adesso gli ordini sono rimessi in discussione: al polo c'è una corsa alle risorse sommerse, in Africa agli europei si sono sostituiti i cinesi, nei governi di tutta Europa - e in quello statunitense - ci sono progetti per la realizzazione di gasdotti di strategico interesse (Nabucco e SouthStream) che dovrebbero bypassare la Russia, ma in chiave iraniana. Peccato che oggi non si può isolare la Russia senza fare i conti con la Repubblica islamica, che allo stato attuale offre poche garanzie. Qualcosa, insomma, cambierà. In un senso o nell'altro. Questo è inevitabile, perchè le risorse energetiche permettono di andare avanti. E rappresentano la sfida più difficile da affrontare.

Elettricità, 1/3 di quella dell'Unione europea nel 2030 sarà rinnovabile

Energia pulita dal 19% al 36%, giù carbone, gas e nucleare.

di Alberto Fiorillo (portavoce nazionale di Legambiente)
Entro vent'anni un terzo dell'elettricità consumata nell'Unione europea sarà prodotta utilizzando fonti rinnovabili. La stima è contenuta nell'ultimo rapporto della Commissione Europea (Eu Energy Trend to 2030), il documento che fotografa l'evoluzione delle tecnologie e l'andamento dei consumi energetici. Nel dossier viene evidenziato che per la prima volta si avrebbe un consumo di energia elettrica al 2030 costante rispetto ai livelli attuali e che la distribuzione della produzione di energia elettrica tra le diverse tecnologie fa emergere che le rinnovabili elettriche avranno una quota molto più elevata, passando dall'attuale 19% al 36%. Contemporaneamente si registrerà una riduzione della produzione da gas, carbone e nucleare.
Nello scenario europeo del 2030, quindi, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili sarà superiore ad un terzo, mentre diminuirà la produzione dalle fonti energetiche tradizionali. Il nucleare, in controtendenza rispetto a tutti gli scenari che prospettano un ritorno dell'atomo, sarà in sensibile calo, passando dal 28 al 24%. (fonte: agenzia Dire)

Friday, 1 October 2010

Turchia, il ritorno del sultano

Solo il 38% dei turchi vuole l'Unione europea, e appena il 23% degli europei scommette su un ingresso del paese in Ue. Mentre lo stato che fu di Ataturk riscopre il proprio passato di potenza.

di Lucio Caracciolo*

Abbiamo perso Ankara? Già antemurale atlantico lungo il limes sud-orientale, la Turchia intende mutarsi nel cuore di un impero informale esteso dal Mediterraneo orientale alla Cina occidentale, dai Balcani al Vicino e al Medio Oriente? Recep Tayyip Erdoğan, leader sempre più spavaldo della rinascente potenza anatolica, smetterà i panni del musulmano moderato e democratico per svelare il suo volto nascosto di sultano neo-ottomano e di aspirante califfo dell'ecumene islamica? La sua agenda segreta verte sulla sfida all'Occidente, sull'infiltrazione maomettana dell'Europa, sulla riconquista di Gerusalemme? Così profetizzano le Cassandre americane e israeliane, echeggiando gli irriducibili avversari domestici – non solo militari – del primo ministro turco. Se fino a ieri potevamo scartare simili voci come eccentriche, oggi gli annunci di sciagura echeggiano al Congresso di Washington, financo alla Casa Bianca. Nello Stato ebraico sono quasi senso comune: il 78% degli israeliani vede nel turco un nemico. Quanto all'Unione Europea, la mascherata allestita negli anni Novanta, per cui ci imponevamo di credere di voler integrare i turchi nella famiglia comunitaria, ha esaurito la sua pallida magia. Solo il 38% dei turchi e il 23% degli europei scommette ancora sulla bontà di un matrimonio comunque improbabile. L'effetto combinato della crisi turco-israeliana su Gaza, della tensione turco-americana sull'Iran e dei sospetti sulla deriva islamista del partito di Erdoğan (Akp) – rilanciati dalla sua vittoria nel referendum costituzionale del 12 settembre, che ha messo all'angolo i militari laici e filo-occidentali – ha diffuso nel mondo atlantico la “sindrome di Ankara”. Ci sentiamo traditi. I nostri baldi giannizzeri, pronti all'uso contro russi, arabi infidi e jihadisti, ci hanno voltato le spalle. Si apprestano a pugnalarci. “Who lost Turkey?”. La caccia ai colpevoli è in corso. Procedere a un'analisi meno eccitata della questione turca non facile. Radicati stereotipi razzisti turbano la nostra capacità di interpretare le evoluzioni della risorgente potenza bicontinentale. Un aspirante primattore, proiettato ad affermarsi entro il 2050 come terza economia europea e nona mondiale, con più abitanti della Germania, un esercito di prim'ordine e un soft power che aspira a penetrare nelle terre islamiche, turaniche e/o ex ottomane. Soprattutto, con una certa idea di sé. A suo tempo evocata da leader laici come Turgut Özal e Süleyman Demirel, per cui la missione di Ankara consiste nel guidare un universo turco “che si estende dalla Muraglia cinese fino all'Adriatico”. E oggi riassunta con candida convinzione dal ministro degli Esteri di Erdoğan, Ahmet Davutoğlu: “Il mondo si aspetta grandi cose dalla Turchia”. Non abbiamo ancora perso Ankara. Primo, perché “noi” non esistiamo: l'Occidente come insieme strategico-geopolitico è morto vincendo la guerra fredda, pur se fatica a confessarselo. Secondo, perché conviene rovesciare la prospettiva: la Turchia sta cercando di (ri)trovare se stessa, non di rompere gli ormeggi con il mondo euro-atlantico. Esercizio acrobatico. Perché infrange il tabù kemalista, che almeno nella sua vulgata contrapponeva la repubblica anatolica al passato ottomano. Noi della sedicente Unione Europea non possiamo trattare la Turchia peggio di quei paesi dell'ex Est che abbiamo non troppo spontaneamente accolto dopo l'Ottantanove. Abbiamo a che fare con i principali eredi di un impero plurisecolare. I quali erano stati costretti – si erano costretti - a dimenticarlo. Non più. Guai a pensare che si tratti solo delle megalomanie di Erdoğan o delle utopie di Davutoğlu. Chiunque guiderà la Turchia nel prossimo futuro potrà slittare questo o quell'accento, non il cuore della geopolitica turca. Una potenza è tornata. E intende restare. (articolo pubblicato su LaRepubblica del 30 settembre 2010).

*direttore responsabile di Limes

Stampa estera, la politica italiana vista da fuori

Titoli e catenacci delle testate di Spagna, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti*.

traduzioni di Emiliano Biaggio

"Silvio Berlusconi supera il voto di fiducia grazie all'appoggio di Fini", titola El Mundo. "Senza il suo sostegno il governo sarebbe caduto". "Berlusconi ottiene la fiducia condizionata della Camera", scrive El Pais. "La maggioranza evita il primo scoglio con 342 voti e guadagna tempo contro il voto anticipato". "Berlusconi assicura la sopravvivenza al suo governo", si legge su Le Figaro. "Il presidente del Consiglio italiano ha ottenuto la fiducia del Parlamento col sostegno dei dissidenti di destra". "Silvio Berlusconi salvato dai dissidenti di destra", titola Libération. "Grazie al sostegno di Gianfranco Fini il primo ministro italiano conserva il suo mandato". "Silvio Berlusconi sopravvive al voto di fiducia grazie ai ribelli", scrive il Guardian. "Gli ex-alleati fanno retromarcia e sostengono il premier". "Berlusconi supera il voto, ma dipende dai ribelli", scandisce il Finantial Times. "Il presidente del Consiglio sotto pressione". "L'Italia di Berlusconi trionfa nel voto di fiducia", scrive il Washington Post. "Ma resta lo spettro di elezioni anticipate".

*(dai siti internet delle rispettive testate, in articoli dal 29 al 30 settembre.)