Saturday, 21 May 2011
Tuesday, 17 May 2011
Amministrative, le urne bocciano Berlusconi
Al centrosinistra Bologna e Torino, Pisapia al ballottaggio e avanti a Milano. L'ira della Lega. Bersani: «inversione di tendenza»
di Emiliano Biaggio
Silvio Berlusconi ha perso: il test elettorale delle amministrative boccia infatti il Pdl e la maggioranza, che esce sconfitta al primo turno a Bologna e Torino, e che si vede costretta al ballottaggio a Milano e Napoli. Nel capoluogo lombardo, addirittura contro ogni pronostico il centrosinistra è avanti e i partiti di governo arrivano al secondo turno dovendo inseguire. Nessuno avrebbe potuto prevedere un simile esito, e a questo punto occorrerà capire come Berlusconi intenderà procedere di qui in avanti. Il presidente del consiglio si è speso in prima persona, e in nessuno dei casi ha saputo ripetere quel ciclo virtuoso che lo aveva visto finora vincente ovunque aveva portato la propria persona. Toni forse troppo alti, promesse troppo difficili da poter mantenere o spiegazioni della realtà difficili da far passare come credibili i tre fattori che probabilmente hanno pesato sul centrodestra, dove adesso è difficile credere che non si aprirà una resa dei conti interna. La Lega anche più del Pdl mal digerisce il ballottaggio a Milano con la sinistra in vantaggio, e non è un mistero che il partito di Bossi non aveva preso bene la candidatura di Letizia Moratti a sindaco; Milano è e resta un obiettivo del Carroccio, che non accetta di vedersela sfilare da Giuliano Pisapia. «La Lega ha sempre fatto vincere Berlusconi, questa è la prima volta che Berlusconi fa perdere la Lega», sibila un furibondo Umberto Bossi. «Non siamo più noi a far vincere Silvio, ma è Silvio a far perdere noi», aggiunge rincarando la dose. Segni di spaccatura all'interno di una maggioranza dove dalle parole del leader leghista si capisce chiaramente quali siano ormai i veri rapporti di forza. E' forse presto per parlare di crisi, ma una cosa è certa: come sottolinea un raggiante Pier Luigi Bersani, «vinciamo noi e perdono loro». Questo, del resto, sembrano dire i numeri: alla comunali, nei capoluoghi di provincia al primo turno vince il centro sinistra 6-3 (si va al ballottaggio in altri 6 capoluoghi), mentre alle provinciali il centrosinistra si afferma 3-2 al primo turno (vittoria a Gorizia, Ravenna e Lucca, mentre il centrodestra prevale a Treviso e a Campobasso). Attenzione, però: perchè il centrosinistra al momento non avanza. Conferma infatti i propri sindaci e i propri presidenti di provincia, senza strappare niente al centrodestra, centrodestra che viceversa toglie campobasso al Pd. Bersani insiste col sostenere che «l'inversione di tendenza c'è stata», ma restano ancora da assegnare sei capoluoghi e altrettante province. E' dunque presto per tirare somme e stilare bilanci, poichè il quadro vero e completo si avrà solo a fine mese. Solo allora si potrà dire come sono andate realmente le cose. Intanto le certezze sono due: Berlusconi ha perso il test politico nelle 4 principali città (Bologna, Torino, Milano e Napoli), Bersani raggiunge i suoi obiettivi: conquistare al primo turno Bologna e Torino e costringere il centrodestra al ballottaggio a Milano e Napoli. In questo il Pd ha certamente vinto: ma a Bologna deve fare i conti con i grillini, al 10%, mentre a Napoli deve cedere al candidato dell'Idv: sarà infatti De Magistris a sfidare Lettieri. Più che vera vittoria per il centrosinistra sembra essere reale sconfitta per il centrodestra. La sintesi della situazione politica prova a darla Nichi Vendola: «Il miracolismo di Berlusconi ha smesso di incantare. La sinistra ce la può fare, ma deve superare le fratture innaturali come quelle di Napoli».
poi editoriale del 20 maggio 2011 per E' la stampa bellezza, su radioliberatutti.it
di Emiliano BiaggioSilvio Berlusconi ha perso: il test elettorale delle amministrative boccia infatti il Pdl e la maggioranza, che esce sconfitta al primo turno a Bologna e Torino, e che si vede costretta al ballottaggio a Milano e Napoli. Nel capoluogo lombardo, addirittura contro ogni pronostico il centrosinistra è avanti e i partiti di governo arrivano al secondo turno dovendo inseguire. Nessuno avrebbe potuto prevedere un simile esito, e a questo punto occorrerà capire come Berlusconi intenderà procedere di qui in avanti. Il presidente del consiglio si è speso in prima persona, e in nessuno dei casi ha saputo ripetere quel ciclo virtuoso che lo aveva visto finora vincente ovunque aveva portato la propria persona. Toni forse troppo alti, promesse troppo difficili da poter mantenere o spiegazioni della realtà difficili da far passare come credibili i tre fattori che probabilmente hanno pesato sul centrodestra, dove adesso è difficile credere che non si aprirà una resa dei conti interna. La Lega anche più del Pdl mal digerisce il ballottaggio a Milano con la sinistra in vantaggio, e non è un mistero che il partito di Bossi non aveva preso bene la candidatura di Letizia Moratti a sindaco; Milano è e resta un obiettivo del Carroccio, che non accetta di vedersela sfilare da Giuliano Pisapia. «La Lega ha sempre fatto vincere Berlusconi, questa è la prima volta che Berlusconi fa perdere la Lega», sibila un furibondo Umberto Bossi. «Non siamo più noi a far vincere Silvio, ma è Silvio a far perdere noi», aggiunge rincarando la dose. Segni di spaccatura all'interno di una maggioranza dove dalle parole del leader leghista si capisce chiaramente quali siano ormai i veri rapporti di forza. E' forse presto per parlare di crisi, ma una cosa è certa: come sottolinea un raggiante Pier Luigi Bersani, «vinciamo noi e perdono loro». Questo, del resto, sembrano dire i numeri: alla comunali, nei capoluoghi di provincia al primo turno vince il centro sinistra 6-3 (si va al ballottaggio in altri 6 capoluoghi), mentre alle provinciali il centrosinistra si afferma 3-2 al primo turno (vittoria a Gorizia, Ravenna e Lucca, mentre il centrodestra prevale a Treviso e a Campobasso). Attenzione, però: perchè il centrosinistra al momento non avanza. Conferma infatti i propri sindaci e i propri presidenti di provincia, senza strappare niente al centrodestra, centrodestra che viceversa toglie campobasso al Pd. Bersani insiste col sostenere che «l'inversione di tendenza c'è stata», ma restano ancora da assegnare sei capoluoghi e altrettante province. E' dunque presto per tirare somme e stilare bilanci, poichè il quadro vero e completo si avrà solo a fine mese. Solo allora si potrà dire come sono andate realmente le cose. Intanto le certezze sono due: Berlusconi ha perso il test politico nelle 4 principali città (Bologna, Torino, Milano e Napoli), Bersani raggiunge i suoi obiettivi: conquistare al primo turno Bologna e Torino e costringere il centrodestra al ballottaggio a Milano e Napoli. In questo il Pd ha certamente vinto: ma a Bologna deve fare i conti con i grillini, al 10%, mentre a Napoli deve cedere al candidato dell'Idv: sarà infatti De Magistris a sfidare Lettieri. Più che vera vittoria per il centrosinistra sembra essere reale sconfitta per il centrodestra. La sintesi della situazione politica prova a darla Nichi Vendola: «Il miracolismo di Berlusconi ha smesso di incantare. La sinistra ce la può fare, ma deve superare le fratture innaturali come quelle di Napoli».
poi editoriale del 20 maggio 2011 per E' la stampa bellezza, su radioliberatutti.it
Dietro-front di Obama: sì alle trivelle
Obama presidente "nero": autorizzate estrazioni di petrolio in Alaska e golfo del Messico. In barba alla promessa green economy.
d
i Emiliano Biaggio
Doveva essere il paladino dell'ambiente e dell'ecologia, per un rilancio in grande stile del paese e l'avvio in chiave sostenibile di una nuova era per gli Stati Uniti. Invece Barack Obama rinnega sè stesso e si rimangia parole e impegni presi in campagna elettorale, dicendo "sì" a nuove estrazioni petrolifere. Green economy addio, quindi. Il presidente Usa torna sulle proprie decisioni e dispone l'incremento di estrazioni di greggio in Alaska e nel golfo del Messico, lo stesso golfo del Messico già sommerso dalla marea nera e vittima di uno dei peggiori disastri ambientali di sempre, tanto da indurre lo stesso Obama ad annunciare il blocco dei permessi di estrazioni e regole più severe per il settore. Adesso invece il contrordine. Motivo di questo dietro-front il caro benzina, mai così alto: 4 dollari al gallone. Così se in politica estera Obama ha ottenuto nuovi apprezzamenti e consensi grazie all'uccisione di Bin Laden, sul fronte interno il presidente degli Stati Uniti rischia seriamente pericolosi scivoloni. E quindi l'annuncio: «sono state date direttive al ministero dell'Interno per consentire vendite con patto di locazione nelle riserve nazionali petrolifere dell'Alaska, rispettando le aree più sensibili e per accelerare la valutazione delle riserve petrolifere e di gas nell'Atlantico centrale e meridionale». Non siamo proprio al "drill baby drill" (trivella baby, trivella) di Sarah Palin, ma pur con tutte le garanzie ecologiche del caso si aprono nuovi territori all'estrazione del greggio per contribuire ad aumentare la produzione interna e «rendere il Paese meno dipendente dalle importazioni». Obama schiavo delle lobby del petrolio come il suo predecessore Bush junior? Il diretto interessato sembra lasciar intendere di no, quando annuncia controlli e giro di vite contro gli speculatori. «Dobbiamo essere certi che nessuno se ne approfitti alle spalle del consumatore al distributore di benzina», afferma Obama. «Per questo ho chiesto al segretario per la Giustizia di condurre un'inchiesta per essere certi che non vi siano manipolazioni dei prezzi con l'unico intento di favorire la speculazione». Green economy? Yes we can. Ma non oggi.
d
i Emiliano BiaggioDoveva essere il paladino dell'ambiente e dell'ecologia, per un rilancio in grande stile del paese e l'avvio in chiave sostenibile di una nuova era per gli Stati Uniti. Invece Barack Obama rinnega sè stesso e si rimangia parole e impegni presi in campagna elettorale, dicendo "sì" a nuove estrazioni petrolifere. Green economy addio, quindi. Il presidente Usa torna sulle proprie decisioni e dispone l'incremento di estrazioni di greggio in Alaska e nel golfo del Messico, lo stesso golfo del Messico già sommerso dalla marea nera e vittima di uno dei peggiori disastri ambientali di sempre, tanto da indurre lo stesso Obama ad annunciare il blocco dei permessi di estrazioni e regole più severe per il settore. Adesso invece il contrordine. Motivo di questo dietro-front il caro benzina, mai così alto: 4 dollari al gallone. Così se in politica estera Obama ha ottenuto nuovi apprezzamenti e consensi grazie all'uccisione di Bin Laden, sul fronte interno il presidente degli Stati Uniti rischia seriamente pericolosi scivoloni. E quindi l'annuncio: «sono state date direttive al ministero dell'Interno per consentire vendite con patto di locazione nelle riserve nazionali petrolifere dell'Alaska, rispettando le aree più sensibili e per accelerare la valutazione delle riserve petrolifere e di gas nell'Atlantico centrale e meridionale». Non siamo proprio al "drill baby drill" (trivella baby, trivella) di Sarah Palin, ma pur con tutte le garanzie ecologiche del caso si aprono nuovi territori all'estrazione del greggio per contribuire ad aumentare la produzione interna e «rendere il Paese meno dipendente dalle importazioni». Obama schiavo delle lobby del petrolio come il suo predecessore Bush junior? Il diretto interessato sembra lasciar intendere di no, quando annuncia controlli e giro di vite contro gli speculatori. «Dobbiamo essere certi che nessuno se ne approfitti alle spalle del consumatore al distributore di benzina», afferma Obama. «Per questo ho chiesto al segretario per la Giustizia di condurre un'inchiesta per essere certi che non vi siano manipolazioni dei prezzi con l'unico intento di favorire la speculazione». Green economy? Yes we can. Ma non oggi.
Saturday, 14 May 2011
(...Intervallo...) miglior programma RLT di approfondimento
(...Intervallo...) PAROLE PAROLE è il migliore programma di approfondimento dell'anno tra le trasmissioni del palinsesto di Radio Libera Tutti. Gli ascoltatori hanno infatti votato (...Intervallo...), premiando così Andrea Storani (www.andreastorani.it) e il sottoscritto con l'RLT Award 2011. Un prezioso quanto gradito riconoscimento per quanto fatto finora, e un motivo per proseguire con rinnovato e ulteriore impegno il lavoro di approfondimento. Un sentito grazie a quanti seguono e scelgono (...Intervallo...)
Berlusconi: «Limitare i poteri del presidente della Repubblica»
Show del premier a Crotone: «La sovranità è dei pm di sinistra, maggioranza coesa senza Fini e Casini»
di Emiliano Biaggio
Giustizia, riforme, assetto istituzionale. Silvio Berlusconi è un fiume in piena, tocca tutti i punti caldi della sua agenda politica e torna ad attaccare magistrati ed avversari. A Crotone, dove il presidente del Consiglio si trova per sostenere la candidatura a sindaco di Dorina Bianchi (Udc), Berlusconi infiamma la platea del Palamilone alzando i toni dello scontro: «La sovranità non è più del popolo che attraverso il Parlamento si fa le sue leggi. La sovranità in questo momento, in queste condizioni, con questa malattia della democrazia, è dei pm di sinistra. E questo noi non possiamo tollerarlo». Berluscono si scaglia poi indirettamente contro il capo dello Stato e quella Costituzione che, a suo giudizio, dà pochi poteri al capo del governo. Perciò, scandisce dal palco, «dobbiamo cambiare i poteri del presidente della Repubblica e dobbiamo attribuire dei poteri, come tutti gli altri paesi dell'Europa e dell'occidente, al governo e al presidente del Consiglio». Immediate le reazioni dei principali esponenti politici. A dette del segretario del Pd Bersani «non possiamo andare avanti in questo modo. Bisogna che l'Italia si occupi dei problemi veri e non sempre dei problemi suoi e di questo chiacchiericcio continuo». Proprio al centrosinistra Berlusconi riserva una delle sue stoccate: nel suo intervento calabrese il presidente del consiglio sostiene infatti che «quelli di sinistra sono sempre incazzati» e «si lavano poco». Ma lo show del premier continua, con Berlusconi che torna ad invocare una commissione d'inchiesta contro i magistrati. Un'ipotesi bocciata dal presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini. «Chiedere alla maggioranza che sostiene il governo di approvare una proposta di legge per una commissione parlamentare che deve indagare sui pubblici ministeri che stanno processando il presidente del Consiglio mi sembra che non accada in nessuna democrazia del mondo». Critico anche il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini: «Ma è possibile che chi governo il paese definisca cancro gli altri poteri dello Stato?». Nel suo intervento Berlusconi proprio a Fini e a Casini riserva l'ultimo passaggio, quello relativo alle riforme. «Via Casini e via Fini- afferma- abbiamo finalmente una maggioranza coesa, politicamente compatta, cose che fino ad ora non eravamo riusciti a fare per il veto che ci veniva dato da questi nostri alleati». Adesso, conclude il premier, si potrà procedere alla legge sulle intercettazioni. Come spiega, «siamo biricchini, ma questo fa parte della nostra libertà, del nostro diritto alla privacy che è una parte fondamentale del superiore diritto di libertà. Che lo Stato deve tutelare e garantire».
(editoriale del 13 maggio 2011 per E' la stampa bellezza, su radioliberatutti.it)
di Emiliano BiaggioGiustizia, riforme, assetto istituzionale. Silvio Berlusconi è un fiume in piena, tocca tutti i punti caldi della sua agenda politica e torna ad attaccare magistrati ed avversari. A Crotone, dove il presidente del Consiglio si trova per sostenere la candidatura a sindaco di Dorina Bianchi (Udc), Berlusconi infiamma la platea del Palamilone alzando i toni dello scontro: «La sovranità non è più del popolo che attraverso il Parlamento si fa le sue leggi. La sovranità in questo momento, in queste condizioni, con questa malattia della democrazia, è dei pm di sinistra. E questo noi non possiamo tollerarlo». Berluscono si scaglia poi indirettamente contro il capo dello Stato e quella Costituzione che, a suo giudizio, dà pochi poteri al capo del governo. Perciò, scandisce dal palco, «dobbiamo cambiare i poteri del presidente della Repubblica e dobbiamo attribuire dei poteri, come tutti gli altri paesi dell'Europa e dell'occidente, al governo e al presidente del Consiglio». Immediate le reazioni dei principali esponenti politici. A dette del segretario del Pd Bersani «non possiamo andare avanti in questo modo. Bisogna che l'Italia si occupi dei problemi veri e non sempre dei problemi suoi e di questo chiacchiericcio continuo». Proprio al centrosinistra Berlusconi riserva una delle sue stoccate: nel suo intervento calabrese il presidente del consiglio sostiene infatti che «quelli di sinistra sono sempre incazzati» e «si lavano poco». Ma lo show del premier continua, con Berlusconi che torna ad invocare una commissione d'inchiesta contro i magistrati. Un'ipotesi bocciata dal presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini. «Chiedere alla maggioranza che sostiene il governo di approvare una proposta di legge per una commissione parlamentare che deve indagare sui pubblici ministeri che stanno processando il presidente del Consiglio mi sembra che non accada in nessuna democrazia del mondo». Critico anche il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini: «Ma è possibile che chi governo il paese definisca cancro gli altri poteri dello Stato?». Nel suo intervento Berlusconi proprio a Fini e a Casini riserva l'ultimo passaggio, quello relativo alle riforme. «Via Casini e via Fini- afferma- abbiamo finalmente una maggioranza coesa, politicamente compatta, cose che fino ad ora non eravamo riusciti a fare per il veto che ci veniva dato da questi nostri alleati». Adesso, conclude il premier, si potrà procedere alla legge sulle intercettazioni. Come spiega, «siamo biricchini, ma questo fa parte della nostra libertà, del nostro diritto alla privacy che è una parte fondamentale del superiore diritto di libertà. Che lo Stato deve tutelare e garantire».
(editoriale del 13 maggio 2011 per E' la stampa bellezza, su radioliberatutti.it)
Monday, 9 May 2011
Friday, 6 May 2011
Engle: «Negli Stati Uniti una crisi di crediti, difficile dire quando ci sarà ripresa»
Erano gli inizi del 2008, e si iniziava a parlare di crisi e recessione. Ma soprattutto non si riusciva a capire quando il mondo sarebbe uscita dal peggior periodo dal dopoguerra a oggi. In questa brene intervista "d'archivio" al premio Nobel per l'economia Robert Engle ancora l'attualità dell'incertezza.
Intervista di Emiliano Biaggio*
La crisi economica c’è, e negli Stati Uniti sembra già aver raggiunto proporzioni più che preoccupanti. Questa l’analisi del premio Nobel per l’economia, Robert Engle che, a margine del forum di Cernobbio, spegne l’ottimismo del presidente americano George Bush.
Professore, ieri la Bear Stearns ha rivelato di essere in crisi di liquidità: c’è da preoccuparsi? Non possiamo rimanere indifferenti, perché significa che negli Stati Uniti si comincia ad avere una crisi dei crediti. E questo contribuisce ulteriormente all’incertezza sui mercati finanziari. Questa crisi è dovuta al crollo dei mutui subprime?.
«Non solo. E’ un po’ tutta l’economia statunitense ad aver problemi. Sicuramente quello del settore immobiliare è un fattore di non poco conto, ma non dimentichiamo che l’economia interna è in difficoltà. Abbiamo avuto una crescita nel settore delle esportazioni ma, al contempo, abbiamo assistito ad un declino dei settori interni. Occorre lavorare su questi fattori macroeconomici, perché l’incertezza macroeconomia per il mondo della finanza».
Il presidente Bush ha cercato di rassicurare dicendo che tornerà la crescita…
«Certo, i mercati si riprenderanno anche se è un momento difficile. Ci troviamo in un periodo turbolento, che potrebbe divenirlo anche di più».
Quando finiranno queste turbolenze economiche?
«Difficile dirlo. Potrebbero durare a lungo, ma la verità è che non lo sappiamo».
*intervista del 15 marzo 2008
Intervista di Emiliano Biaggio*La crisi economica c’è, e negli Stati Uniti sembra già aver raggiunto proporzioni più che preoccupanti. Questa l’analisi del premio Nobel per l’economia, Robert Engle che, a margine del forum di Cernobbio, spegne l’ottimismo del presidente americano George Bush.
Professore, ieri la Bear Stearns ha rivelato di essere in crisi di liquidità: c’è da preoccuparsi? Non possiamo rimanere indifferenti, perché significa che negli Stati Uniti si comincia ad avere una crisi dei crediti. E questo contribuisce ulteriormente all’incertezza sui mercati finanziari. Questa crisi è dovuta al crollo dei mutui subprime?.
«Non solo. E’ un po’ tutta l’economia statunitense ad aver problemi. Sicuramente quello del settore immobiliare è un fattore di non poco conto, ma non dimentichiamo che l’economia interna è in difficoltà. Abbiamo avuto una crescita nel settore delle esportazioni ma, al contempo, abbiamo assistito ad un declino dei settori interni. Occorre lavorare su questi fattori macroeconomici, perché l’incertezza macroeconomia per il mondo della finanza».
Il presidente Bush ha cercato di rassicurare dicendo che tornerà la crescita…
«Certo, i mercati si riprenderanno anche se è un momento difficile. Ci troviamo in un periodo turbolento, che potrebbe divenirlo anche di più».
Quando finiranno queste turbolenze economiche?
«Difficile dirlo. Potrebbero durare a lungo, ma la verità è che non lo sappiamo».
*intervista del 15 marzo 2008
Tuesday, 3 May 2011
Morto nel mistero il re del terrore
L'annuncio di Obama: «Osama bin Laden è stato ucciso». Tra mille interrogativi.
di Em
iliano Biaggio
Osama Bin Laden è morto. Questo, per ora, sembra essere l'unico dato certo di una vicenda dai mille interrogativi e dai tanti aspetti ancora tutti da chiarire. «Posso dire al popolo americano e al mondo che gli Stati Uniti hanno condotto un'operazione che ha portato alla morte di Osama Bin Laden», ha annunciato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in una conferenza stampa straordinaria. Il leader di Al Qaeda è morto in Pakistan, e da quanto si è successivamente appreso non si trovava affatto in grotte o bunker, ma in una casa fortificata ad Abbottabad. Dubbi quindi sul ruolo delle autorità pakistane e sui servizi segreti del Pakistan, l'Isi, così come dubbi su chi abbia effettivamente sparato il colpo decisivo: media pakistani sostengono che Osama bin Laden sarebbe stato ucciso da una sua guardia del corpo, e che quindi il re del terrore sarebbe stato tradito. O forse venduto. Obama non è entrato nel dettaglio, limitandosi a dire che «sotto la mia direzione una piccola squadra di americani ha portato a termine l'operazione con straordinario coraggio ad abilità. Nessun americano è stato ferito. Dopo uno scontro a fuoco, hanno ucciso Osama Bin Laden e hanno preso possesso del suo corpo». Scontro a fuoco dunque c'è stato, ma non si sa di che entità. Come non si nulla del corpo di bin Laden, gettato in mare - fanno sapere dal Pentagono - per evitare che possa nascere una sorta di mausoleo e di simboli per jihadisti. Peccato che l'Islam preveda solo sepultura nel terreno col defunto rivolto verso la Mecca. Non a caso Obama ha detto che «oggi il mondo è migliore» ma non più sicuro. Il mondo islamica contesta la sepultura di bin Laden in mare, Al Qaeda annuncia nuovi attacchi. Tutto è ancora da risolvere, niente è chiaro: per il futuro e per il passato. Attorno alla figura di bin Laden restano troppi interrogativi: perchè quella foto, quella mostrata dai media pakistani e visibilmente contraffatta? Perchè nessuno ha visto il corpo? perchè bin Laden era in città? Che ruolo ha il Pakistan e cosa otterrà adesso in cambio? Sono stati i marines statunitensi a prendere il capo di Al Qaeda o fedelissimi che hanno tradito? Come cambierà lo scenario internazionale ora? Certo è che notizia migliore Obama alla sua nazione non poteva dare, in un periodo che vede gli Stati Uniti in affanno e l'inquilino della Casa Bianca in calo nei sondaggi. Obama, a quanto pare, ha diretto le operazioni e sembra abbia ordinato in prima persona di eliminare bin Laden, e questo sicuro lo premierà. L'11 settembre 2001 l'allora presidente George W. Bush disse: «Sarà fatta giustizia». Il 2 maggio 2011, «giornata storica», Obama ha detto: «giustizia è stata fatta». Sempre che di giustizia si possa parlare.
(poi editoriale del 6 maggio 2011 per E' la stampa bellezza, su radioliberatutti.it)
di Em
Osama Bin Laden è morto. Questo, per ora, sembra essere l'unico dato certo di una vicenda dai mille interrogativi e dai tanti aspetti ancora tutti da chiarire. «Posso dire al popolo americano e al mondo che gli Stati Uniti hanno condotto un'operazione che ha portato alla morte di Osama Bin Laden», ha annunciato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in una conferenza stampa straordinaria. Il leader di Al Qaeda è morto in Pakistan, e da quanto si è successivamente appreso non si trovava affatto in grotte o bunker, ma in una casa fortificata ad Abbottabad. Dubbi quindi sul ruolo delle autorità pakistane e sui servizi segreti del Pakistan, l'Isi, così come dubbi su chi abbia effettivamente sparato il colpo decisivo: media pakistani sostengono che Osama bin Laden sarebbe stato ucciso da una sua guardia del corpo, e che quindi il re del terrore sarebbe stato tradito. O forse venduto. Obama non è entrato nel dettaglio, limitandosi a dire che «sotto la mia direzione una piccola squadra di americani ha portato a termine l'operazione con straordinario coraggio ad abilità. Nessun americano è stato ferito. Dopo uno scontro a fuoco, hanno ucciso Osama Bin Laden e hanno preso possesso del suo corpo». Scontro a fuoco dunque c'è stato, ma non si sa di che entità. Come non si nulla del corpo di bin Laden, gettato in mare - fanno sapere dal Pentagono - per evitare che possa nascere una sorta di mausoleo e di simboli per jihadisti. Peccato che l'Islam preveda solo sepultura nel terreno col defunto rivolto verso la Mecca. Non a caso Obama ha detto che «oggi il mondo è migliore» ma non più sicuro. Il mondo islamica contesta la sepultura di bin Laden in mare, Al Qaeda annuncia nuovi attacchi. Tutto è ancora da risolvere, niente è chiaro: per il futuro e per il passato. Attorno alla figura di bin Laden restano troppi interrogativi: perchè quella foto, quella mostrata dai media pakistani e visibilmente contraffatta? Perchè nessuno ha visto il corpo? perchè bin Laden era in città? Che ruolo ha il Pakistan e cosa otterrà adesso in cambio? Sono stati i marines statunitensi a prendere il capo di Al Qaeda o fedelissimi che hanno tradito? Come cambierà lo scenario internazionale ora? Certo è che notizia migliore Obama alla sua nazione non poteva dare, in un periodo che vede gli Stati Uniti in affanno e l'inquilino della Casa Bianca in calo nei sondaggi. Obama, a quanto pare, ha diretto le operazioni e sembra abbia ordinato in prima persona di eliminare bin Laden, e questo sicuro lo premierà. L'11 settembre 2001 l'allora presidente George W. Bush disse: «Sarà fatta giustizia». Il 2 maggio 2011, «giornata storica», Obama ha detto: «giustizia è stata fatta». Sempre che di giustizia si possa parlare.
(poi editoriale del 6 maggio 2011 per E' la stampa bellezza, su radioliberatutti.it)
Sunday, 1 May 2011
Wojtyla, un criminale beato in odor di santità
Ha promosso il dialogo, la tolleranza, l'uguaglianza sociale. Ma anche condannato a morte milioni e milioni di persone per le visioni retrograde della sua Chiesa. Che lo erge a eroe.
l'e-dittoreale
Karol Wojtyla è beato. Credenti da ogni parte del mondo lo chiedevano e quasi lo pretendevano, e alla fine sono stati accontentati. Adesso la strada per la santificazione del papa polacco è più vicina. Perchè Wojtyla merita di essere santo: almeno tutti lo sostengono all'interno della Chiesa, e tanti lo credono tra i fedeli. Su una cosa non c'è dubbio: più meglio di tanti suoi predecessori Giovanni Paolo II seppe esortare il dialogo, seppe incitare la via della diplomazia e l'abbandono della violenza e delle aggressione. E poi promosse il dialogo interreligioso, mai così fondamentale in un mondo profondamente diviso su questione confessionali e teologiche, basti pensare all'eccidio di cristiani in Nigeria o in India. oggi più che mai, in un mondo dove cellule impazzite del jihadismo islamico minano la convivenza dei popoli e gli equilibri tra nazioni. Giovanni Paolo II fu anche colui che invitò tutti a non aver paura di fronte a un mondo diviso, sempre sull'orlo di una possibile nuova guerra tra blocchi e superpotenze, fu colui queste divisioni riuscì a superarle contribuendo alla caduta dei regimi oppressivi dell'altra parte del mondo. E non a caso. L'elezione di Wojtyla a capo della Chiesa di Roma non fu affatto casuale, al contrario fu una scelta consapevole e ben meditata. Era un'investitura politica, perchè la Chiesa la politica l'ha sempre fatta e non ha mai smesso di farla. In Italia, come nel resto del mondo. E proprio nel mondo Wojtyla portò la parola propria e di Cristo, i suoi messaggi di fratellanza, uguaglianza, giustizia. Al mondo il pontefice parlò sempre e continuamente, e anche quando le sue condizioni di salute non erano ottimali era sempre presente in prima persona in ogni angolo del globo per portare in prima persona il proprio messaggio. In questo Wojtyla era forse unico: era il papa di tutti. Amava la gente e stava a contatto con la gente, di ogni estrazione sociale ed età. Anche di ogni fede. Perchè seppe parlare a Israele, alla Chiesa ortodossa, all'islam, ai monaci tibetani. Anche ai generale e ai colonnelli argentini, e al più celebre alto ufficiale cileno. Perchè si dialoga con tutti, nessuno escluso. Un messaggio di pace e di speranza come grande esempio per un mondo diverso e forse migliore. Ma va detto che un pontefice resta pur sempre un pontefice, e in questo Wojtyla non fece eccezione: su temi come la vita, la famiglia e la contraccezione Giovanni Paolo II mantenne quella rigidità e quella chiusura proprie della Chiesa. No all'aborto, no alle unioni di fatto, no alla fecondazione assistita, no al preservativo: anche il papa della gente seppe voltare le spalle alla sua stessa gente, mostrando tutti i limiti non tanto propri quanto di un'intera istituzione sempre poco incline al progressismo. Negando diritti a famiglie di fatto, si venivano a generare quelle disuguaglianze da Wojtyla sempre aspramente criticate; ma soprattutto negano l'uso del preservativo vennero condannate a morte milioni e milioni di persone: studi della Banca Mondiale stimano che solo nei paesi dell'Africa subsahariana vi siano dai 25 ai 28 milioni di persone infette da HIV, più del 60% di tutta la popolazione malata di aids e più dei tre quarti delle donne. Gli stessi studi dicono che in America latina e nell'area caraibica si contino complessivamente circa 2 milioni di sieropositivi. Dire di no al preservativo in queste realtà vuol dire non fermare i contagi e la diffusione della malattia, condannando altre persone e le generazioni future. Una simile responsabilità è proprio di Karol Wojtyla, quello stesso Karol Wojtyla voluto beato e considerato santo da un mondo cieco, ipocrita e stolto. COndannare all'unanimità e dall'umanità un dittatore che stermina 6 milioni di ebrei si può e si deve, come si può invece tacere le vittime di Woytilismo? Nessuno neanche osa chiederselo, e molti riteranno questo domanda e questo accostamento blasfemo, provocatorio e insostenibile. Wojtyla come Hitler: come pensare una cosa simile? In effetti, per numero di vittime Wojtyla ne ha fatte anche di più. Con una differenza: Hitler ha ucciso e sterminato, Wojtyla ha emesso condanne a morte. Questo basta per rendere beato un boia prossimo alla santificazione? Diceva, nel 1947, Chaplin: "Se si ammazza una persona si è un criminale. Se se ne ammazzano milioni si è un eroe. Le grandi cifre santificano tutto".
l'e-dittorealeKarol Wojtyla è beato. Credenti da ogni parte del mondo lo chiedevano e quasi lo pretendevano, e alla fine sono stati accontentati. Adesso la strada per la santificazione del papa polacco è più vicina. Perchè Wojtyla merita di essere santo: almeno tutti lo sostengono all'interno della Chiesa, e tanti lo credono tra i fedeli. Su una cosa non c'è dubbio: più meglio di tanti suoi predecessori Giovanni Paolo II seppe esortare il dialogo, seppe incitare la via della diplomazia e l'abbandono della violenza e delle aggressione. E poi promosse il dialogo interreligioso, mai così fondamentale in un mondo profondamente diviso su questione confessionali e teologiche, basti pensare all'eccidio di cristiani in Nigeria o in India. oggi più che mai, in un mondo dove cellule impazzite del jihadismo islamico minano la convivenza dei popoli e gli equilibri tra nazioni. Giovanni Paolo II fu anche colui che invitò tutti a non aver paura di fronte a un mondo diviso, sempre sull'orlo di una possibile nuova guerra tra blocchi e superpotenze, fu colui queste divisioni riuscì a superarle contribuendo alla caduta dei regimi oppressivi dell'altra parte del mondo. E non a caso. L'elezione di Wojtyla a capo della Chiesa di Roma non fu affatto casuale, al contrario fu una scelta consapevole e ben meditata. Era un'investitura politica, perchè la Chiesa la politica l'ha sempre fatta e non ha mai smesso di farla. In Italia, come nel resto del mondo. E proprio nel mondo Wojtyla portò la parola propria e di Cristo, i suoi messaggi di fratellanza, uguaglianza, giustizia. Al mondo il pontefice parlò sempre e continuamente, e anche quando le sue condizioni di salute non erano ottimali era sempre presente in prima persona in ogni angolo del globo per portare in prima persona il proprio messaggio. In questo Wojtyla era forse unico: era il papa di tutti. Amava la gente e stava a contatto con la gente, di ogni estrazione sociale ed età. Anche di ogni fede. Perchè seppe parlare a Israele, alla Chiesa ortodossa, all'islam, ai monaci tibetani. Anche ai generale e ai colonnelli argentini, e al più celebre alto ufficiale cileno. Perchè si dialoga con tutti, nessuno escluso. Un messaggio di pace e di speranza come grande esempio per un mondo diverso e forse migliore. Ma va detto che un pontefice resta pur sempre un pontefice, e in questo Wojtyla non fece eccezione: su temi come la vita, la famiglia e la contraccezione Giovanni Paolo II mantenne quella rigidità e quella chiusura proprie della Chiesa. No all'aborto, no alle unioni di fatto, no alla fecondazione assistita, no al preservativo: anche il papa della gente seppe voltare le spalle alla sua stessa gente, mostrando tutti i limiti non tanto propri quanto di un'intera istituzione sempre poco incline al progressismo. Negando diritti a famiglie di fatto, si venivano a generare quelle disuguaglianze da Wojtyla sempre aspramente criticate; ma soprattutto negano l'uso del preservativo vennero condannate a morte milioni e milioni di persone: studi della Banca Mondiale stimano che solo nei paesi dell'Africa subsahariana vi siano dai 25 ai 28 milioni di persone infette da HIV, più del 60% di tutta la popolazione malata di aids e più dei tre quarti delle donne. Gli stessi studi dicono che in America latina e nell'area caraibica si contino complessivamente circa 2 milioni di sieropositivi. Dire di no al preservativo in queste realtà vuol dire non fermare i contagi e la diffusione della malattia, condannando altre persone e le generazioni future. Una simile responsabilità è proprio di Karol Wojtyla, quello stesso Karol Wojtyla voluto beato e considerato santo da un mondo cieco, ipocrita e stolto. COndannare all'unanimità e dall'umanità un dittatore che stermina 6 milioni di ebrei si può e si deve, come si può invece tacere le vittime di Woytilismo? Nessuno neanche osa chiederselo, e molti riteranno questo domanda e questo accostamento blasfemo, provocatorio e insostenibile. Wojtyla come Hitler: come pensare una cosa simile? In effetti, per numero di vittime Wojtyla ne ha fatte anche di più. Con una differenza: Hitler ha ucciso e sterminato, Wojtyla ha emesso condanne a morte. Questo basta per rendere beato un boia prossimo alla santificazione? Diceva, nel 1947, Chaplin: "Se si ammazza una persona si è un criminale. Se se ne ammazzano milioni si è un eroe. Le grandi cifre santificano tutto".
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