Sunday, 9 October 2011

Corea del Nord, anche l'esercito patisce la fame

Fonti nordcoreane avrebbero denunciato penuria di cibo nella macchina bellica a guardia di Kim Jong-il e del suo regime.

di Emiliano Biaggio

In Corea del Nord la crisi alimentare si aggrava, e arriva a colpire anche i militari. Da quello che trapela dal blindato e inaccessibile paese asiatico, infatti, anche tra le fila dell'esercito si starebbe iniziando a toccare con mano la penuria di cibo. I soldati semplici avrebbero lamentato di mangiare una manciata di patate al giorno, e un alto ufficiale avrebbe confermato la diffocoltà del momento dicendo che la razione per un militare è di 100 grammi di cibo al giorno, poco per chi deve addestrarsi. Un problema per il regime. La Corea del Nord vanta sulla carta il quarto esercito più potente al mondo, il quarto per numero di uomini in servizio (oltre un milione). Ma le forze armate, punto di forza del regime e del suo capo Kim Jong-il, rischiano adesso di divenire un punto di criticità per le alte sfere di Pyongyang. Tutto è avvolto dal più fitto mistero, come sempre quando si parla di Corea del Nord. Tuttavia il ministro della Corea del Sud per la riunificazione, Yu Woo-ik, fa sapere che la situazione non sarebbe più seria del solito. «Non credo che la situazione sia davvero seria, sebbene la penuria di riso sia arrivata a toccare un livello più elevato del normale».
La malnutrizione, del resto, non è un mistero. Secondo le agenzie umanitarie facenti riferimento all'Onu dalla fame sarebbe toccato in modo grave un quarto della popolazione totale del Paese (cioè circa sei milioni di persone sui 24 milioni di nordcoreani). Ma se fosse vero che anche i militari adesso sarebbero tra quanti non mangiano a sufficienza si aprirebbero scenari di instabilità interna. Tanto che gli Stati Uniti non nascondono la propria «profonda preoccupazione».

Thursday, 6 October 2011

Verità universale

Un'immagine pubblicata sul calendario pin-up del 1952. Un'illustrazione vecchia ormai settant'anni che mostra però una verità di sempre, valida nel passato più remoto come nel presente. E così sarà in futuro. A guardarla con gli occhi di oggi, alla luce degli eventi della cronaca politica di questi ultimi anni, questa immagine può anche rappresentare la sintesi del berlusconismo. Dedicato a chi ancora si ostina a credere che l'uomo conti qualcosa nel rapporto fra sessi.

Wednesday, 5 October 2011

Via da Confindustria, riecco i vecchi padroni

La Fiat annuncia l'uscita dall'associazione, che dal 2012 perderà anche Pigna. Perchè l'imprenditore vuole essere libero di fare ciò che vuole.

di Emiliano Biaggio

«Confermo che Fiat e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria con effetto immediato dall'1 gennaio 2012». Firmato: Sergio Marchionne. L'amministratore delegato del Lingotto annuncia l'uscita dall'associazione degli industriali, facendole perdere peso - e quindi importanza - ma soprattutto proseguendo in quel percorso molto chiaro che vuole il ritorno del padrone quale signore assoluto delle fabbriche. Già con l'accordo di Pomigliano, dove Marchionne impose e ottenne la cancellazione di una buona parte dei diritti dei lavoratori e la riscrittura del diritto del lavoro, si capiva che il manager intendeva ridimensionare i sindacati e accrescere il potere decisionale del datore di lavoro. Il risultato è quello che tutti conosciamo: pause pranzo a fine turno, cioè dopo 8 ore; 80 ore di straordinario in più per lavoratore all’anno, che l'azienda stabilisce senza dover rendere conto al sindacato; primi tre giorni di malattia non retribuiti se considerati "assenteismo anomalo". Definirlo un nuovo embrione di schiavismo potrebbe essere per alcuni legittimo, per altri (i diretti interessati) fuori luogo, in quanto - in applicazione di quel malsano principio ormai riconosciuto da tutti per cui se si paga si può fare ciò che si vuole - l'azienda stipendia il proprio dipendente. A maggior ragione l'uscita da Confindustria. L'accordo di Pomigliano erano le prove generali per quella libera possibilità di stipulare contratti aziendali singolarmente, come vuole Marchionne. Il liberismo sfrenato che senza regole si traduce in giungla. Questo è. E in questo Marchionne trova seguito. In politica, innanzitutto. Sia nel ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, da sempre contro i sindacati più intransigenti (Cgil e Fiom), sia nei parlamentari. Infatti, sull'onda dell'annuncio di Marchionne la Lega chiede a Tremonti di far uscire da Confindustria le aziende di Stato (Ansaldo, Enel, Eni, Finmeccanica, Ferrovie dello Stato, solo per citarne alcune). In questo modo Confindustria perderebbe notevole peso ed Emma Marcegaglia - va sottolineato, piuttosto critica con questo governo - perderebbe autorevolezza e margini di trattative, in quanto rappresentante di piccole e medie imprese. In attesa di risposte dell'azionista (il Tesoro, e quindi Giulio Tremonti), Giorgio Jannone, presidente e amministratore delegato delle cartiere Pigna nonchè deputato Pdl (nel solito intreccio e forse conflitto di interessi tra politica ed economia), annuncia l'uscita da Confindustria del proprio gruppo. Il motivo? «Confindustria - spiega Jannone - deve rappresentare tutti gli iscritti, senza assumere posizioni marcatamente politiche, e senza porre ultimatum al governo, senza avallare candidati politici o annunci a pagamento». Fondata nel 1870, Pigna è una delle industrie italiane più antiche, ed è tra le aziende che fondarono Confindustria. Una sua uscita sarebbe dunque una defezioni di non poco conto. Ma Jannone esclude i condizionali. «Dall'1 gennaio 2012 - annuncia - non parteciperemo più a Confindustria, la cui iscrizione, tra l'altro, rappresenta un onere per tutte le imprese italiane non indifferente, essendo parametrata sul monte salari». Ecco dunque svelato l'arcano: i dipendenti costano troppo, e ciò non è più tollerabile. Insomma, Marchionne detta la linea padronale e i grandi proprietari si allineano. Ferie, malattie, maternità, pause, straordinari pagati, contratti a tempo indeterminato sono ormai lussi che non ci si può permettere. Le pistole semiautomatiche, invece, possono costare appena 150 euro. Pallottole incluse. Perchè l'operaio non dovrebbe prendere la mira e premere il grilletto? In fin dei conti, «l'assassinio è l'attività imprenditoriale su cui prospera il vostro sistema e si afferma rigogliosa la vostra industria»*.

*Charlie Chaplin, dal monologo finale di Monsieur Verdoux, 1947

FACT SHEET/ Israel and Palestine


Tuesday, 4 October 2011

Il Consiglio d'Europa riconosce la Palestina

Grazie a questa decisione godrà dello statuto di osservatore.

(fonte: ilSole24ore)

Il Consiglio d'Europa riconosce la Palestina. La dizione ufficiale è «Partner per la democrazia», ma di fatto il Consiglio nazionale palestinese gode da oggi dello statuto di osservatore, come Usa, Giappone, Canada, Maessico, Israele e Vaticano. La richiesta della Palestina di poter partecipare ai lavori, alle riunioni e ai dibattiti dell'istituzione europea in qualità di osservatore è stata ratificata dall'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa con 110 voti a favore, 5 contrari e 10 astenuti.
Il relatore dell'istanza palestinese, il parlamentare olandese Tiny Kox ha insistito sull'utilità di comprendere l'Autorità nazionlae palestinese nella primavera araba. Il presidente del parlamento Salim Al Zànoon ha definito il voto un evento storico che contribuirà certamente a ristabilire la pace nella regione. Dopo la delusione della scorsa settimane all'Onu, sottolinea una nota del Consiglio d'Europa, «il riconoscimento da parte del Consiglio d'Europa è un motivo di grande soddisfazione per i palestinesi, che considerano questa nuova situazione come la prima tappa per un riconoscimento della loro entità».

Israele, il ghetto ebraico del Medio Oriente

Tra muri realizzati e progettati, reticolati di filo spinato e sensori, lo Stato ebraico si autocondanna all'isolamento.

di Emiliano Biaggio

In Medio Oriente Israele è sempre più solo e soprattutto isolato. Ormai è un dato di fatto. Con Siria e Libano i rapporti sono da sempre tesi, con la Turchia - una volta paese amico - è crisi diplomatica, il nuovo Egitto è una incognita ma la riapertura del valico di Rafah (che permette il transito di cose e persone da e verso la Palestina) rappresenta una preoccupazione per il governo di Tel Aviv, e la Giordania è alle prese con problemi di politica interna. Come se non bastasse Israele si arrocca dietro a barriere di cemento e filo spinato. Per le autorità dello Stato ebraico, protezioni come il muro di Gerusalemme servono per difesa, peraltro legittima. Ma le recinzioni servono solo a circoscrivere il problema. E se è vero che le fortificazioni possono rendere lasciare buona parte delle minacce, va detto che gli israeliani restano però intrappolati - o meglio, confinati - dentro. Con i suoi progetti Israele si sta di fatto "ghettizando" (e mai termine sembra essere più appropriato) da sola. La miopia sta nel non rendersi conto che un cinta muraria non rende più inattabili e impenetrabili, ma rende più deboli. Perchè è la dimostrazione intanto del richiudersi su sè stessi, e poi perchè si dà l'immagine di un popolo che non sa essere aperto verso il prossimo. E questo, in una regione turbolenta dove anche l'Iran si affacia con sempre più antisemitica prepotenza, non giova certo a Israele. Che ha tutto il diritto alla difesa, ma forse anche il dovere di agire in altro modo. Invece procede con il suo progetto di bel recinto.
(fonte foto: ilSole24ore)

Monday, 3 October 2011

Israele, prove di nuove trattative

Da Tel Aviv si dicono pronti a tornare al tavolo, ma con «riserve». L'Anp: «Confini del 1967 e stop colonie o nessun accordo».

di Emiliano Biaggio

Israele ci riprova. Il premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu ha annunciato di voler riprendere le trattative con l'Autorità palestinese. Una nota dell'ufficio del capo del Governo di Tel Aviv fa sapere che Israele è pronto a intavolare «trattative dirette e senza precondizioni con l'Anp». Israele asseconda dunque le posizioni del Quartetto (Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Russia) e invita a l'Anp ad «assumere un eguale atteggiamento e di associarsi alle trattative senza alcun ritardo». Ma i palestinesi mostrano scetticismo. A loro avviso Israele non intende arrivare a una soluzione che soddisfi veramente la parte arabo-islamica. Non a caso il capo negoziatore palestinese per il Medio Oriente, Saeb Ekerat, ricorda che «se il primo ministro israeliano concorda con il Quartetto allora deve annunciare un congelamento delle colonie e accettare il principio dei confini del 1967 perché è questo evidentemente che chiede il Quartetto». Uno scenario che difficilmete Israele prenderà in considerazione, se è vero - come sottolineato dalla nota dell'ufficio di Netanyahu - che lo Stato ebraico nutre «alcune riserve» sul piano proposto. Insomma, per ora ci sono le intenzioni. O solo l'annuncio della ripresa dello spettacolo dell'ormai noto teatrino della finta diplomazia. Per questo il Segretario alla difesa degli Stati Uniti, Leon Panetta, esorta israeliani e palestinesi a intraprendere «azioni coraggiose». Il rappresentante del Governo Usa esprime infatti tutta la preoccupazione che la Casa Bianca vive per le sorti di una regione più che mai turbolenta e con Israele ai margini. «In questo momento straordinario - spiega Panetta - in Medio Oriente, mentre si producono tanti cambiamenti, non è buono per Israele essere sempre più isolato. Ma questo è proprio quello che sta accadendo». Per cui «la domanda che bisogna porsi è se è sufficiente mantenere un vantaggio militare». Panetta lo chiede di fatto a Israele, che si dice disposta a trattare, «senza precondizioni» ma con «riserve». E' questa formula che lascia troppi dubbi e altrettante preoccupazioni. «Vogliamo tornare a negoziare», ammette il presidente dell'Autorità palestinese, Abu Mazen. Il problema è che «Netanyahu è libero di fare quello che preferisce perché è Israele la nazione occupante. Netanyahu occupa la nostra terra e può fare ciò che vuole».

Sunday, 2 October 2011

L'Unione che non c'è e il ritorno al passato

l'analisi di Emiliano Biaggio

La Grecia riceverà altri aiuti da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea ed Unione europea. In cambio il governo di Atene procederà al taglio di 30.000 dipendenti pubblici. La stampa internazionale dà risalto all'accordo ritenendolo un buon risultato, una vittoria e un motivo di soddisfazione. Qui si pone però un quesito che molti sembrano non essersi - forse volutamente - posti: possono tagli del 20% sulle pensioni sopra i 1.200 euro e 30 mila statali in mobilità entro la fine dell'anno essere considerati una cosa positiva? Per l'elite di banchieri e la ristretta oligarchia che ha potere e ancor più privilegi otterrà da simili misure sì, per chi dovrà essere sacrificato ovviamente no. Il quesito è però un altro: Conviene all'Ue? Decisamente no. L'Unione europea è ormai vista da tutti più come un peso (come non ricordare la bocciatura della costituzione Ue di Paesi Bassi e Irlanda), in molti mettono in discussione l'Euro e le misure imposte dagli istituti di credito dimostrano come i governi nazionali ormai subiscano il processo di integrazione. O disintegrazione. Gli stati sono svuotati di autonomia decisionali e sono con la corda attorno alla gola in attesa di essere stritolati dalle condizioni che sistematicamente vengono imposte in nome di questo modello Euro che benefici non ne sta producendo e in nome di questo modello capitalista che uccide lo Stato in nome delle privatizzazioni. Risultato? La crisi delle democrazie. Mai come oggi la democrazia in generale è alle strette, provata da un sistema economico che di fatto toglie al popolo per dare a una nuova aristocrazia. Nobiltà, clero e terzo stato: questi gli ordini in voga in Europa nel XVIII secolo. Oggi siamo forse in una condizione tanto diversa? Clero e nobiltà insieme rappresentano la minoranza dell'intera popolazione, godono di privilegi (non pagano le tasse o le evadono, ma comunque non versano all'Erario, proprio come nel 1700), contro una maggioranza eterogenea di persone che rappresentano il resto dello strato sociale, oberato e schiacciato dai più potenti e più prepotenti. Le conquiste sociali di secoli sono state spazzate vie da pochi turbolenti decenni che hanno visto la frammentazione (o forse sarebbe più appropriato definirla disgregazione) di società (con le sue convenzioni e i suoi valori) e istituzioni (con le loro regole e meccanismi). Con il conseguente risultato di un generale e diffuso ritorno di pulsioni autoritarie. Il caso ungherese ne è un caso esemplare. Ma l'ascesa dell'estrema destra austriaca, il radicalismo turco e la voglia ovunque di stati forti testimonia che la democrazia è ormai a un bivio. Molti sostengono che il fallimento dell'Euro sarebbe un problema; restare nell'Euro, in questa presunta Europa che esaspera le differenze e le sofferenze, è forse una soluzione? No. Presto o tardi la situazione esploderà, ma non saranno certo i potenti banchieri e le signorie di sempre a farne le spese. L'Unione europea ha fallito, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. La globalizzazione ha prodotto la paura nel resto del mondo, e la rincorsa ai vecchi localismi e alle barriere doganali. Il tanto decantato progresso, come neanche nelle migliori sceneggiature chapliniane, ha prodotto solo giganteschi passi indietro. Oggi pochi signori tornano a condannare a morte 30.000 famiglie, a segnare la vita di migliaia di persone, con la naturalezza e la noncuranza propria di chi lavora per tessere le maglie di una società che deve produrre sempre più incolmabili differenze. Scrivere come fa Alessandro Alviani su La Stampa che «la Grecia può tirare il fiato» vuol dire nella migliore delle ipotesi non capire la gravità dell'affermazione e nella peggiore rendersi conto di un gioco al massacro che non risparmierà nessuno, tra i più deboli. Questa Europa non ha senso e non ha nulla di buono. E ce ne accorgiamo ogni giorno di più. Le democrazie sono in pericolo, le Nazioni Unite raccolgono la triste eredità della Società delle Nazioni, incapaci come sono di gestire le crisi e di far valare le ragioni dei soggetti meno importanti. La crisi non è allora solo economica. Visto che nessuno sembra ricordarsi come si risolse la situazione pre-rivoluzione francese, sarebbe opportuno ricordare come si risolse - per così dire - la situazione di crisi politico economica degli anni '30 del XX secolo: con una guerra mondiale. Forse non ce ne sarà bisogno, ma possiamo permetterci di ignorare un fatto così rilevante?