Friday, 12 July 2013

FACT SHEET / European Councils


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Breviario

«L'integrazione è un fatto culturale. L'integrazione deve nascere sui banchi di scuola».
Cécile Kyenge, ministro per l'Integrazione, intervenendo in commissione Libertà civili del Parlamento europeo (Bruxelles, 10 luglio 2013)

Marchionne: «Di soli diritti moriremo»

Replica della Fiom: «si muore quando non ci sono».

di Emiliano Biaggio

Di diritti si muore. Parola di Sergio Marchionne, l'amministratore delegato della Fiat. Il concetto è stato espresso ai lavoratori impiegati nello stabilimento Sevet di Atessa (Chieti), dove il numero uno del gruppo ha portato la propria persona con il proprio pensiero. Un pensiero coerente con quanto già ampiamente detto e soprattutto fatto negli ultimi anni: basta guardare il piano Fiat per Pomigliano per capire quale sia la concezione di Marchionne del rapporto datore di lavoro-impiegato: una visione che va oltre il padre-padrone, riportando al modello del padrone più classico e più fine ottocentesco. Con la sola differenza che oggi è un altro secolo. Una differenza non di poco. Lo sa anche Marchionne. «Oggi viviamo in un’epoca in cui si parla sempre e solo di diritti», lamenta. «Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, il diritto a urlare e a sfilare, il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo». Marchionne non è uno sprovveduto nè un ingenuo: si chieda allora perchè - come ammesso da lui stesso - tanta gente parli sempre di diritti. Probabilmente perchè ci sono persone come lui che lavorano per cancellarli. La risposta la offre Maurizio Rinaldini, ed è di quelle chiare. «Si muore quando i diritti non ci sono», ricorda il segretario generale della Fiom. «Basti pensare alle morti sul lavoro». Non c'è altro da aggiungere. O sì. Marchionne ad Atessa ha annunciato un investimento da 700 milioni di euro, per poi mettere in chiaro che i diritti sono letali. La dialettica Fiat ormai è questa: vi dò i soldi quindi non chiedete nulla. Il rispetto, signor Marchionne, prima ancora che un diritto è una questione di educazione.

Tuesday, 9 July 2013

FACT SHEET / Quanto pagano i creditori greci


La Grecia e le potenze vincitrici

Si garantisce aiuto ma a strette condizioni. L'ultimo capitolo della tragedia greca.

di Emiliano Biaggio

La Grecia riceve gli aiuti economici di cui ha bisogno, ma solo a rate e per di più a condizione che faccia quello che è ritenuto necessario per la concessione dei prestiti. La vicenda greca mette in mostra la classica delle situazioni, quella del creditore che impone le condizioni al debitore. Al termine dell'ultima riunione dei ministri dell'Economia e delle Finanze dei paesi della zona Euro, il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem ha annunciato che la Grecia riceverà a luglio 2,5 miliardi di euro – due dei quali dalle banche centrali dei paesi dell'Eurozona e mezzo miliardi dal Fondo monetario internazionale – a patto però che il paese ellenico «metta in opera le azioni programmate entro il 19 luglio». E se Atene compirà le riforme fiscali e della pubblica amministrazione, e se procederà alla privatizzazione del mercato dei beni e servizi, a ottobre riceverà altro mezzo miliardo dal fondo monetario internazionale. Se farà la brava, insomma, sarà aiutata. Se con Cipro si è assistito a un goffo quanto sciagurato tentativo di trovare una soluzione che poi si è rivelata peggiore del problema, guardando il caso greco si ha invece l'impressione che ci siano potenze vincitrici che impongono condizioni allo sconfitto. Garantire aiuti così vuol dire umiliare un paese, con tutto quello che può derivarne. Alimentare il sospetto, sempre crescente, che si stia imponendo un prezzo troppo alto e un costo troppo salato non giova all'Europa. Il sentimento anti-europeista è in crescita ovunque, e in Grecia l'Ue ormai è vista come un nemico, un insieme di persone che stanno affamando un paese già messo a dura prova dalla crisi senza fine. Considerando che il prossimo anno si vota per il rinnovo del Parlamento europeo davvero non giova. Le potenze vincitrici, soprattutto in Europa, dovrebbero ricordare che condizioni troppo umilianti per gli sconfitti possono innescare dinamiche esplosive. C'è almeno un precedente storico di pericolosa entità, sarebbe bene tenerlo a mente.

Saturday, 6 July 2013

bLOGBOOK

Il mare di Knokke

Il sole sulla pelle, la sabbia calda sotto i piedi, l'odore della salsedine sono più le prove generali per le vacanze che verranno che la voglia di riscoprire sensazioni lontane. Non che una giornata di mare non sia più che un valido motivo di spendere il proprio tempo libero, ma a Knokke si va per godersi l'estate, che per chi lavora è solo sinonimo di meritato riposo. Quello di un giorno è solo un momento di relax, che è forse la stessa cosa, anche se non proprio identica dal punto di vista temporale. Le case basse, ordinate, pulite, i locali con tavoli all'aperto e verande, i negozi che vendono prodotti da mare, mostrano la natura balneare di questa cittadina belga dall'atmosfera molto olandese. Nei giorni di sole e di estate vera, ogni ora il treno lascia in stazione centinaia e centinaia di persone: Knokke è uno dei centri turistici più importanti della costa belga e attrazione per buona parte della popolazione locale. Le condizioni sono le migliori per abbandonarsi sulla sabbia: venticinque gradi, cielo limpido, e lieve brezza a mitigare l'effetto del sole. Ma le condizioni sono anche le migliori per i tipici arrossamenti da mare, e cadere nel sonno può essere - ed inevitabilmente finisce con esserlo - un errore. Poco male. Al risveglio basta rivestirsi e concedersi passeggiate per il lungomare della città, davvero unico, o birre rinfrescanti in uno dei mille punti di ristoro che costellano la parte di città a ridosso del mare. Le cabine disseminate ordinatamente su tutto il litorale sono tante case di villeggiatura ormeggiate sulla riva delle acque in odor di oceano, e per i pochi giorni in cui la stagione deciderà di fermarsi per tutti sarà vita in costume. Sulle increspature dell'acqua corrono e si rincorrono wind-surfers scatenati, mentre nel cielo è un continuo scintillare di aquiloni di ogni forma e colore.
  Stabilimenti e abitazioni, ristoranti e cabine. Ma Knokke è anche natura incontaminata e selvaggia, dune e silenzio. E le ore del pomeriggio inoltrato sono quelle che donano quelle colorazioni tipiche che solo l'arrivo del crepuscolo sa attribuire alle cose. E col passare del tempo, con le famiglie che svuotano la battigia, lo spazio diventa più intimo, più raccolto, a tratti più malinconico, ma assai più affascinante. Come un naufrago abbandonato su delle coste sconosciute e misteriose, allora ci si perde in sè stessi...

Friday, 5 July 2013

Bruxelles, l'Hôtel de ville

Da più di un anno Emiliano Biaggio ha spostato la propria sede operativa in Belgio. E' stato deciso di dedicare delle testate tematiche per offrire una panoramica della città che ospita le istituzioni comunitarie. Ogni settimana, quindi, comparirà una banda fotografica diversa con immagini di Bruxelles. Ogni volta che ci sarà una nuova testata fotografica si proporrà l'immagine originale con la spiegazione, per quella che si prepone di essere una piccola guida di Bruxelles.

6. Il municipio

Il municipio di Bruxelles (in francese: Hôtel de Ville; in fiammingo: Stadhuis) è l'edificio più caratteristico della Grand place. Costruito tra il 1402 e il 1455, è stato più volte ricostruito, e il risultato attuale è il frutto del lavoro di più architetti, che hanno contribuito alla particolare struttura finale costituita da diversi stili archittetonici. Originariamente costruito sua una pianta a "L", il municipio venne poi dotato di due ulteriori ali che hanno chiuso l'edificio, dotato di corte centrale. Sorprende la facciata asimettrica, con il portone principale affiancato da facciate di diversa lunghezza, come testimoniano i diversi numeri di archi che formano il portico: dieci sulla sinistra, appena sei sulla destra. Il campanile (o "Beffroi") che sovrasta l'entrata principale, affacciata direttamente sulla piazza, costituisce uno dei capolavori assoluti del gotico brabantino. Eretto tra il 1449 e il 1454 da Jan van Ruysbroeck, architetto di corte di Filippo il Buono, ha sostituito la torre originale, più piccola. Alto 96 metri, il Beffroi è una torre quadrata coronata da una svettante guglia ottagonale traforata circondata da quattro torrette angolari. Questa particolare conformazione, unita allo slancio nello spazio, gli sono valsi l'appellattivo di "torre inimitabile", e ancora oggi è considerata tra le più belle torri civiche del mondo. Posta all'apice della guglie si trova la statua in rame dorato dell'altezza di 5 cinque di San Michele Arcangelo, il santo patrono della città di Bruxelles, che combatte il diavolo. La statua venne realizzata nel 1454 di Marten van Rode. Tutta l'intera facciata del Municipio presenta una fastosa decorazione scultorea di pinnacoli, baldacchini e statue. Ma l'insieme è strutturato in modo diverso: sul lato occidentale, più corto, si aprone finestre più slanciate, con terminazione a guglia e decorazioni floreali: il lato orientale, più lungo, si aprono finestre di forma rettangolare, a eccezione di quelle dell'ultimo piano. Analogamente, sul lato occidentale statue adornano la facciata intervallando le finestre, mentre sul lato orientale lunghe file di statue separano un piano dall'altro.
   Con il pesantissimo Bombardamento di Bruxelles del 1695 da parte delle truppe francesi del maresciallo de Villeroy e l'incendio che ne seguì, il Municipio subì gravissimi danni, perdendo tutti gli interni, gli archivi e le collezioni d'arte ivi contenuti. Solo la facciata e la torre si salvarono. Vennero immediatamente ricostruite le parti perse e furono anche aggiunte due ali posteriori a chiudere la struttura, completata da Corneille van Nerven nel 1712. Il Palazzo comunale, oltre che alle autorità municipali, ospitò anche le assemblee degli Staten van Brabant (Stati del Brabante), sorta di Stati generali. In seguito all'annessione del Brabante e delle Diciassette province dei Paesi Bassi, al Ducato di Borgogna, nel Municipio di Bruxelles si tenerono anche gli Stati Generali dei Paesi Bassi, riunitisi fino al 1795. Dal 1830, durante la Rivoluzione belga, un governo provvisorio si riuniva in questo luogo. Oggi è sede del comune, e l'acceso al pubblico per visite e risalite della torre è consentito solo in singoli casi come ad esempio matrimoni.

ABBIAMO GIA' SCRITTO NELLA SEZIONE "BRUXELLES":
1 Palazzo reale | 2 Atomium | 3 Mont-des-arts | 4 Il parco del Cinquantenario | 5 La Grand place |

Breviario

«Non credo sia importante porsi domande teoretiche su colpo di stato si, colpo di stato no. Ciò che conta adesso è trovare una soluzione».
Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, a proposito della deposizione del presidente egiziano Mohamed Morsi da parte dell'esercito (Bruxelles, 4 luglio 2013).

Thursday, 4 July 2013

La credibilità degli Stati Uniti

L'alleato storico dell'Europa democratica controlla gli amici con cimici e spie dall'Agenzia per la sicurezza nazionale. E la fiducia ne risente.

Edward Snowden
l'e-dittoreale

Gli Stati Uniti spierebbero gli alleati, con la Nsa (National security agency, l'agenzia per la sicurezza nazionale) che avrebbe messo in piedi una rete di controllo di telefoni e sistemi informatici dei paesi europei. Del caso "datagate", come è stato ribattezzato, si parla ormai da giorni e giorni. Si contesta la presunta attività illecita di Washington con la complicità di alcuni governi europei - Italia compresa - per avere accesso a informazioni sensibili. La questione politica è montata e potrebbe montare ancora di più, l'asse diplomatica sembrerebbe essersi incrinata. L'Unione europea anche in questa occasione si mostra divisa, con il Parlamento che chiede spiegazioni e minaccia contromisure (così ha dichiarato Martin Schulz nei giorni scorsi) e la Commissione che se da una parte pretende - a parole - chiarimenti, dall'altra - nei fatti - non pensa a sospendere i negoziati per gli accordi di libero scambio in corso con le autorità statunitensi. La Nato fa finta di niente («non la ritengo una questione che riguarda la Nato», dice il segretario dell'Alleanza atlantica, Anders Fogh Rasmussen) e lascia ai contendenti lo spinoso caso con l'annessa soluzione. La questione solleva non pochi imbarazzi, a Washington come nelle capitali europee, e non potrebbe essere diversamente. Ciò che colpisce è il dominio pubblico di certe rivelazioni, ed è chiaro che a preoccupare è la reazione dell'opinione pubblica. Ma di veramente nuovo c'è davvero poco: quanto venuto alla luce non è che un "residuato bellico", un accordo risalente alla fine della seconda guerra mondiale in base al quale ogni paese è classificato dagli Stati Uniti secondo il livello di presunta fiducia ed è obbligato a passare alla Nsa dati se richiesto, incluse conversazioni telefoniche e informazioni Internet (anche se, va detto, l'accordo in questione risalendo al secondo dopo guerra è dell'era che precede l'avvento di Internet). Oggi il clamore da una parte è rappresentato dalla talpa che ha violato il segreto di Stato - l'ingegnere informatico ed ex dipendente della Cia, Edward Snowden - e dalla difficoltà che l'Europa ha a dover ammettere di non essere nè libera nè autonoma. Martin Schulz ha sollevato quello che forse più di tutti è il vero tema centrale di tutta la vicenda: l'affidabilità dello storico alleato. «Se queste notizie fossero confermate, la situazione sarebbe estremamente seria e sarebbe un colpo terribile per le relazioni fra Unione Europea e Stati Uniti». Di fronte alle minacce vere o presunte in giro per il mondo, sapere di non potersi fidare della Casa Bianca è un osso duro da far accettare agli elettorati di tutto l'occidente. Se, dopo operazioni anti-terroristiche, campagne di Iraq e Afghanista, impegni Nato, vertici e meeting, accordi bilaterali e plurilaterali, se dopo tutto questo sorgesse il dubbio che forse il vero nemico è chi fino a oggi abbiamo considerato un amico? I rapporti non potrebbero che cambiare. Gli Stati Uniti sono un grande paese, e più i paesi sono grandi più grandi sono le loro contraddizioni. Democrazia e imperialismo è il binomio che accompagna da sempre, ormai, il paese nordamericano considerato da tutti - a torto o a ragione - l'esempio di libertà e democrazia. Schulz, a quanto pare non troppo ascoltato in Europa, ha posto una questione di fondo affermando che «se tutto questo fosse confermato mi sentirei trattato come un nemico». Gli Stati Uniti hanno rovesciato governi e sostenuto regimi - in questo secondo caso mai democratici - a proprio piacimento (come nei casi di Panama, Cile, Afghanista, tanto per fare qualche esempio): cosa succederebbe se improvvissamente dovessere non ritenere più affidabili i governi europei, anche una sola piccola parte di essi? L'Unione europea nasce con la guerra fredda, con la voglia di non dover dipendere da soggetti estranei, eppure oggi l'Europa si mostra ancora prigioniera di logiche mai superate. Nella debolezza europea emerge il dubbio circa l'affidabilità del partner d'oltre oceano e la certezza che poco o niente, a distanza di decenni, è cambiato. A cominciare dagli Stati Uniti, paladini dei diritti del mondo che solo loro hanno in testa. Meglio i russi post-comunisti? Probabilmente no, ma l'Europa - nella sua prigionia a stelle e strisce - rischia solo di aver scelto il male minore. Nel commentare l'accaduto Schulz è stato diplomatico, o forse ha solo torto: scricchiolando la fiducia negli Stati Uniti le relazioni con questo paese sono già compromesse.