Monday, 28 February 2011

Berlusconi esempio di animale da castrare

Il presidente del Consiglio "paga" le sue avventure e il suo stile di vita, finendo al centro di una campagna per la sterilizzazione. Perchè, dice la Peta, «troppo sesso può fare male».

di Emiliano Biaggio

Troppo sesso può fare male...
...anche a cani e gatti.

Ci sono troppi animali randagi, per favore castra o sterilizza il tuo animale da compagnia.

Campagna di castrazione con Silvio Berlusconi come protagonista e principale testimonial. O meglio: il capo di governo italiano usato per promuovere la campagna di sterilizzazione dai difensori degli animali. La Peta (People for the Ethical Treatment of Animals), organizzazione animalista internazionale, fa della vita del premier, già ampiamente raccontata dalla stampa nazionale ed estera, il motivo "ridicolizzante" del nostro paese e la ragione della campagna. Qualche dubbio sul messaggio: si intende dire che bisogna limitare le nascite per evitare di mettere al mondo idioti? Si vuole forse dire che la fica dà alla testa? O si vuole dire semplicemente che Berlusconi è un animale? Se avete pensato anche solo una di queste risposte siete maliziosi e comunisti. Si vuole solo invitare a evitare ai nostri amici animali di poter tornare a casa con pargoli al seguito non graditi...

AS Grifondoro (maggica giallo-rossa)

Maglia rossa e bordi gialli: che vi ricorda? La tenuta della Maggica. E a proposito di magie, va detto che rossa con bordi gialli è anche l'uniforme di gioco della squadra di quidditch del Grifondoro, capitanata da Harry Potter che, come detto, tifa Roma. Qui vediamo una formazione del Grifondoro prima di un incontro ufficiale.

Wednesday, 23 February 2011

«In carcere chi pubblica intercettazioni»

Il presidente del Consiglio rilancia la legge bavaglio e critica la Costituzione: nei pensieri pericolosi di Berlusconi i rischi per l'Italia.

di Emiliano Biaggio

Berlusconi detta la linea e prepare l'agenda dei lavori: da qui in avanti si lavorerà per «l`introduzione di nuove norme di garanzia che scoraggino la pratica di fornire ai giornali il risultato delle intercettazioni, così come avviene in tutti i Paesi civili». Questo vuol dire sanzioni dure, «come avviene negli Stati Uniti, dove chi passa le intercettazioni alla stampava in galera, e ci resta per molti anni». Questo, tradotto, vuol dire legge bavaglio, anche se il presidente del Consiglio parla di normativa per tutelare dalle «violazioni della privacy che si verificano in danno di chi non è neppure indagato». Altro "pallino" del primo ministro è poi la riforma della giustizia, perciò avanti con «procedure per invocare la responsabilità civile dei magistrati» e con la riforma elettorale del Csm, «per ridurre quella che oggi è una politicizzazione eccessiva e inaccettabile». Insomma, occorre intervenire per dare all`Italia «una giustizia degna di un Paese moderno», sostiene Berlusconi. Che senza dirlo, lascia intendere che si dovrebbe rivedere la Costituzione e ridisegnare l'assetto dello Stato. «Al governo- lamenta Berlusconi- resta solo il nome e la figura, l'immagine del potere: chi fa il presidente del Consiglio di potere non ne ha alcuno». Per intenderci, «da imprenditore ero guardato con attenzione e rispetto dai politici, da presidente del Consiglio vi assicuro che non ho poteri». Tanto è vero che «quello che il presidente del Consiglio e il governo avevano concepito come un focoso destriero purosangue, quando esce dal Parlamento è, se va bene, un ippopotamo». Ma, continua Berlusconi, «non è nella disponibilità del governo fare i decreti, ci deve essere l'accordo e la firma del capo dello Stato». La linea tracciata da Berlusconi è chiara: più poteri per sè, meno autonomia e libertà per gli altri. Una linea più compatibile a un golpe che a un democrazia.

Tuesday, 22 February 2011

La Libia spara con armi italiane, export a +746%

Nel biennio 2008-2009 l'Italia ha autorizzato le proprie ditte all'invio di armamenti per oltre 205 milioni di euro (piu' di un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate dall'Ue)

fonte: Unimondo.

L'Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma anche il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. Lo ricorda Unimondo, con un articolo del presidente Giorgio Beretta, pubblicato oggi sul sito della Ong (unimondo.org). «Da quando nel 2004 l'Unione europea ha revocato l'embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante», dice Beretta. Secondo Unimondo, infatti, si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 112 milioni di euro del 2009 (+746%). Un incremento esploso «soprattutto nell'ultimo biennio», e, spiega Beretta, «anche a seguito del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia, firmato a Bengasi nell'agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi». L'articolo 20 del Trattato prevede infatti "un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari", nonchè lo sviluppo della "collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate". Secondo Unimondo, i rapporti dell'Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari certificano che nel biennio 2008-2009 l'Italia ha autorizzato alle proprie ditte l'invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono piu' di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall'Ue (circa 595 milioni di euro). Dopo l'Italia, tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all'esportazione di armi alla Libia ci sono, Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), Germania (57 milioni), Regno Unito (53 milioni) e Portogallo (21 milioni).
Ma, sottolinea Beretta, «a differenza colleghi europei, Frattini si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi. Eppure da quando sono iniziate le manifestazioni di piazza in diversi paesi del nord Africa non sono mancate le dichiarazioni in tal senso delle principali cancellerie europee». Francia e Germania hanno annunciato l'interruzione della fornitura di armi all'Egitto (Parigi ha bloccato anche materiale esplosivo o lacrimogeno per il controllo dell'ordine pubblico e, il 17 febbraio, ha esteso a Libia e Bahrain lo stop nella vendita di armi) e la Gran Bretagna ha revocato numerose autorizzazioni all'esportazione di armi in Bahrain e Libia.
«Tra i principali esportatori europei di armamenti solo l'Italia tace», riprende Beretta. Eppure, fa notare, «non sono mancate le sollecitazioni: dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa, Rete Disarmo e la Tavola della pace avevano chiesto esplicitamente al Governo italiano di sospendere ogni forma di cooperazione militare con Algeria, Egitto e Tunisia e di fatto con tutti i paesi dell'area». Inoltre «simili richieste sono state inoltrate dalle associazioni pacifiste in Germania, in Francia e nel Regno Unito i cui governi, inizialmente refrattari, hanno dovuto rispondere all'opinione pubblica. Solo il ministro Frattini è sordo ad ogni sollecitazione».

Monday, 21 February 2011

AS Grifondoro (maggica giallo-rossa)

Ecco il lupacchiotto più famoso di Hogwarts: Harry Potter. Lui gioca nella squadra di quidditch del Grifondoro, ma sul calcio non ha dubbi: tifa Roma, come testimoniato dalla foto che lo ritrae con al collo la sciarpa della Maggica. E non a caso Harry Potter è un mago.

Saturday, 19 February 2011

Il programma di Berlusconi: cancellare diritti, libertà e democrazia

Legge bavaglio, immunità e magistrati sotto il controllo dell'esecutivo: dopo gli scampati pericoli il presidente del Consiglio riprende il suo regio disegno.

l'e-dittoreale

Cosa succederà appare chiaro: Silvio Berlusconi andrà avanti. Cosa sta per accadere è altrettanto evidente: Silvio Berlusconi vuole mettere il bavaglio alla stampa, circoscrivere il terzo potere dello stato facendo della pubblica accusa un organismo politico al servizio del governo, e rendersi intoccabile, improcedibile, improcessabile. La maggioranza non è in discussione al Senato, si sta ricostituendo alla Camera, dove il cavaliere vede ingrossarsi le fila grazie ai vari transfughi e ai sempre più responsabili. E quindi, scampato il pericolo sfiducia e caduta di Governo, il presidente del Consiglio e il suo entourage legal-politico lavorano ai progetti da sempre voluti e mai dimenticati, ma non ancora ottenuti: la legge bavaglio, che adesso Berlusconi può rispolverare vista l'ormai irrilevante peso di Futuro e libertà, la riforma della giustizia, in senso garantista per le cariche di Governo, e poi il ripristino dell'immunità parlamentare. In altre parole, il potere che si arrocca a difesa di sè stesso riscrivendo le leggi nel bene della propria conservazione, in nome del proprio interesse egoistico e personale e in spregio dell'interesse nazionale. Cosa ha in mente il cavaliere è chiaro: impedire alla stampa di raccontare, scrivere, informare. Rispolverando il ddl intercettazioni nella forma arenata dai finiani che adesso però non hanno più la forza nè la possibilita di imporre veti. E poi, intende impedire inchieste giudiziarie separando le carriere, con giudici - la difesa - indipendenti e magistrati - l'accusa - nominati dal governo e ad esso rispondenti. Con il principio per cui se si è riconosciuti non colpevoli in primo gradi gli altri due gradi di giudizio non si possono tenere. Ancora, il primo ministro e primo inquisito intende evitare i processi e gli scontri sul provvedimento per il processo breve attraverso la reintroduzione dell’immunità parlamentare com’era prevista dalla Costituzione con l’articolo 68. Il tutto da fare in fretta, perchè Berlusconi per sopravvivere e mantenersi sul trono d'Italia deve avere leggi e ordinamenti su misura, costruiti e riscritti a sua immagine ed esigenza. Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, ha il coraggio e la facciatosta di definire il tutto come «una storica riforma liberale in arrivo», Antonio Di Pietro, ex pm e leader dell'Idv ha invece l'onestà che serve per denunciare una «riforma per delinquenti». Fermo restando che il ognuno è innocente fino a prova contraria, Berlusconi potrebbe fare come Andreotti, presentarsi nei tribunali e uscirne da libero cittadino, come fece il senatore a vita. Invece non lo fa. Segno che ha ragione di pietro: stiamo parlando di una «riforma per delinquenti». Che solo un delinquente avrebbe interesse a volere.



(poi editoriale del 25 febbraio 2011 di E' la stampa bellezza, su RadioLiberaTutti)

Friday, 18 February 2011

Nord Africa e Medio Oriente, instabilità del presente e incertezze per il futuro

Proteste di piazza, popolazioni che insorgono, regimi che cadono: ci si interroga su quanto cambierà il mondo in regioni che vogliono cambiare.


di Emiliano Biaggio - Crisi ed "effetto domino" sul mondo arabo-islamica di nord-africa e Medio Oriente, ridisegnano quadri politici, alleanze, equilibri geopolitici, scenari. Le rivolte scoppiate in Tunisia hanno finito per contagiare un'area di mondo che corre dal Maghreb al golfo Persico, portando alla caduta del regime egiziano e sollevazioni popolari scoppiate anche in Libia, nello Yemen e in Bahrein. Il filo che sembra legare tutti questi disordini, se così si vogliono definire, è la richiesta di modernità: tutti i paesi vivono (o vivevano, nel caso tunisino ed egiziano) infatti da decenni con sistemi politici cristallizzati, fermi, lontani dai modelli occidentali e dalle libertà e dai diritti riconosciuti dalla democrazie del resto del mondo. Tunisia ed Egitto, sulla spinta di sistemi corrotti e voglia di cambiamento, hanno deposto Ben Alì e Mubarak, per decenni leader indiscussi e improvvisamente, nel giro di pochi giorni, re deposti. Difficile capire come si ridisegnerà lo scacchiere internazionale, ma certo tutti guardano col fiato sospeso agli ultimi avvenimenti, per capire come cambia e cosa cambierà. In TUNISIA si cerca ci capire quale sarà il nuovo governo, mentre si cerca di arginare il flusso migratorio di profughi. Quello che preoccupa è l'ascesa degli integralisti: la Tunisia non è mai stato un paese islamico radicale, ma con i vuoti di potere la transizione potrebbe avvenire in senso fortemente coranico. Pochi giorni fa al grido "No ai luoghi di prostituzione in un paese musulmano" gli integralisti hanno protestato davanti al ministero dell'Interno, mentre un gruppo di islamisti ha anche tentato di dare fuoco ad una strada nel centro dove lavorano le prostitute. Si pone poi "la questione algerina": il paese confinante soffre gli scontri con l'islam jihadista, con cellule di Al-Qaeda che adesso potrebbero trasferirsi dall'Algeria alla Tunisia, grazie alla fine del regime e a un movimento islamico tunisino in crescita. In EGITTO bisogna capire fino a quando l'esercito potrà contenere le spinte dei Fratelli musulmani, una delle più importanti organizzazioni islamiche con un approccio di tipo politico all'Islam. Loro sostengono di volere il cambiamento, ma la matrice islamica radicale potrebbe ridisegnare un Egitto non più laico e, soprattutto, antisionista. Più di qualcuno ha colto l'occasione della rivolta per dire che gli alleati naturali dell'Egitto sono i palestinesi e che Israele non potrà mai essere un paese amico. Questo preoccupa l'intera comunità internazionale: considerato che gli Stati Uniti danno 1,3 miliardi di dollari l'anno di aiuti militari, cosa succederebbe se con il più alto potenziale bellico dell'Africa, in pieno Medio Oriente, dovesse diventare improvvisamente una nazione non più filo-occidentale? Le alte sfere dell'esercito dovrebbero scongiurare un simile scenario, non fosse altro che chi ha ruolo di potere solo così potrebbe mantenerli. Ma certo quello egiziano è allo stato un rebus molto delicato. In LIBIA è finita l'era Gheddafi, nonostante il paese dell'area abbia il minor tasso di disoccupazione e il più elevato tenore di vita. Nonostante la repressione nel sangue, la Cirenaica è sotto il controllo dei manifestanti e anche a Tripoli il palazzo del Governo è caduto nella mani degli oppositori. Il rischio adesso è una rinascita in senso islamico del paese, fluttuazioni incontrollate del greggio e corse tutte occidentali ai giacimenti petroliferi (la Tamoil opera in partnership con i Paesi Bassi). Anche qui lo scenario è tutto da definire. Nello YEMEN si cerca di porre fine al regime corrotto di Ali Abdullah Saleh, padre-padrone del paese dal 1978 (all'epoca a capo dello Yemen del Nord, poi dal 1990 alla guida dello Yemen unificato). Ma qui il problema è legato alla guerriglia tra ribelli sciiti (qui una minoranza in un paese a maggioranza sunnita) e terroristi di Al-Qaeda, che nello stato hanno una delle basi più solide di tutto il Medio Oriente. Qui si gioca una partita di strategico interesse: i giacimenti di petrolio e il controllo del porto di Aden, "il passaggio per l'Asia", fanno gola a Stati Uniti e Cina, ed nell'interesse del mondo occidentale avere stabilità nel paese e buoni rapporti diplomatici. Disordini anche in GIORDANIA, da sempre stato chiave in Medio Oriente, filo-occidentale, vicino agli Stati Uniti e in buoni rapporti con Israele. Il re ha arginato le proteste formando un nuovo governo e annunciando riforme, ma incertezze permangono anche qui, dove molti cittadini giordani sono in realtà palestinesi immigrati. Il BAHREIN è un Iraq in piccolo: una stato a maggioranza sciita dove il potere è nelle mani della minoranza sunnita. Sulla scia delle turbolenze nel mondo arabo-islamico, gli sciiti chiedono la fine della monarchia di Hamad bin Isa Al Khalifa - al potere da 32 anni - più diritti, più poteri, più redistribuzione delle ricchezze. L'arcipelago del golfo persico che deve la sua ricchezza per le banche è un alleato chiave degli Usa: qui gli Stati Uniti hanno di stanza il V battaglione della propria flotta navale, qui gli Stati Uniti hanno un regime amico. Ma qui c'è chi sospetta un ruolo dell'Iran, paese sciita e interessato ad aumentare la propria influenza nella regione. Ma scontri si stanno riproponendo anche nella repubblica islamica, segno che il contagio ha affetto anche il regime degli Ayatollah. Che lavorano all'atomica.

Borghezio: «abolire il 25 aprile, non è una data che unisce»

L'eurodeputato leghista: «Una parte del paese non si riconosce in questo giorno, anche repubblichini volevano l'Italia»

di Emiliano Biaggio

«Dal momento un cui ci vogliono imporre il 17 marzo come festa nazionale, allora aboliamo il 25 aprile», perchè «non possiamo tenerci due feste nazionali». «Non ci trovo nulla di male a cancellare questa ricorrenza dal calendario: il 25 aprile non è certo una data unificante, c'è una parte del Paese che non ci si riconosce». A sostenerlo l'europarlamentare della Lega, Mario Borghezio, in una revisione storica dai toni destrorsi neo-fascisti. O solo storici, perchè come spiega lo stesso esponente del Carroccio «come molti storici stanno dimostrando, sono state nascoste molte cose su cosa sia successo nel post-25 aprile». Addirittura, sostiene Borghezio, «si parla addirittura di 100 mila italiani uccisi per il fatto di non essere stati simpatici ai partigiani comunisti e all'ala più dura della resistenza comunista». 17 marzo e 25 aprile, nascita dell'Italia unita e rinascita dell'Italia unita libera e democratica, date e avvenimenti che oggi più che unire e mettere d'accordo dividono e aprono scontri, avviando processi alla storia, agli avvenimenti e alle intenzioni. E alle idee. E Borghezio ha voluto dire la sua a proposito del patriottismo schierandosi con la Repubblica sociale italiana. «Vogliamo dire che chi stava dall'altra parte e non con i comunisti non era patriota?», domanda l'esponente leghista. «Vogliamo dire che non si riconoscevano nel tricolore quelli che sono andati a combattere per una causa evidentemente persa? Basta leggere le lettere dei caduti della Repubblica Sociale, che sono uguali a quelle dei caduti della Resistenza». Borghezio tranquillizza: «Non mi sento affatto un fascista», e poi «questa terminologia è ridicola, un modo per non affrontare i problemi».

Wednesday, 16 February 2011

Petrolio, una guerra grande nella grande guerra

Durante il primo conflitto mondiale l'avvio alla corsa per le risorse, con soggetti e in zone di grande attualità.

di Jacopo Gilberto

La prima guerra del petrolio si combatté nel 1916, mentre in europa gli eserciti si massacravano nella prima guerra mondiale. La Gran Bretagna aveva deciso di alimentare le navi della royal navy non più con il carbone ma con la nafta. Per assicurarsi gli approvvigionamenti di nafta per la flotta, tentò di mettere le mani sui giacimenti del golfo persico. Invase l’Iraq di allora, che si chiamava ancora Mesopotamia e dipendeva dall’impero ottomano: una storia tragica ed esaltante, e una vicenda in due tempi. una prima spedizione tentò di arrivare a Baghdad, ma fu una sconfitta sanguinosa e dolentissima. Il corpo militare inglese si ridusse a Kut el-Amara, sulla sponda del Tigri, in un assedio senza speranze: dovettero arrendersi in 13.000, la metà morì dopo una prigionia straziante. Fu organizzata una seconda spedizione: questa volta bene armata, dotata delle migliori tecnologie belliche. bagdad fu conquistata, l’armata arrivò fino alla Siria e alla Palestina, che entrarono nell’orbita di Londra, e i giacimenti iracheni furono ripartiti fra le compagnie petrolifere di allora: la Standard oil di Rockefeller (la So, poi Esso, poi Exxon e infine ExxonMobil), la Shell, l’Anglo-Persian diventata Bp, la Gulf, la Mobil.
Tutto nasce da Winston Churchill: nel 1911 era primo lord dell’ammiragliato, cioè ministro della marina, e come tale approvò il piano di costruzioni della flotta per gli anni successivi. Si trattava della costruzione di una divisione di cinque grandi corazzate di ultimo modello. Il nome della prima nave della serie, la "Dreadnought", divenne per antonomasia il termine di nave da battaglia, ovvero corazzata. (leggi tutto)