Tuesday, 17 July 2012

Mad in Italy, rubrica pseudo-politica da ridere (vol. 56, Ritorno al futuro)

Spazio dedicato a cosa succede in Italia. Chi fa che cosa, dove, come e soprattutto perchè. Protagonisti e comparsate nel paese dove tutto (ma proprio tutto!) è davvero possibile.


di Emiliano Biaggio - «Pensiamo che il Pd debba rassicurare gli italiani sul fatto che non si torna indietro: no ad un ritorno al duo Berlusconi-Tremonti». Nel partito democratico si lavora al post-montismo, ed ecco allora Paolo Gentiloni tracciare la rotta per le prossime elezioni. Anche nel Pdl si lavora al post-montismo. «E’ inutile, senza di me non andate da nessuna parte... Mi toccherà rimettermi in gioco». Silvio da Arcore scende in campo. Di nuovo. Il presidente marinaio rassicura gli elettori del Pdl e dimostra la validità delle sue promesse. «Farò il padre fondatore del mio partito e magari mi rimetterò a fare il presidente del Milan», aveva detto il giorno della sua detronizzazione. Ma adesso per l'in nero cavaliere è tempo di rimettersi in sella e condurre il paese verso la rinascita. «C’e’ un gran movimento di sostegno alla ricandidatura del presidente Berlusconi», fa sapere Angelino Alfano, il reggente del Pdl, colui per il quale lo stesso Berlusconi ha abdicato. «Credo che alla fine lui deciderà di scendere in campo», aggiunge. Berlusconi infatti ha deciso. «Vari imprenditori mi hanno detto che tutto il mondo imprenditoriale vuole il mio ritorno», spiega Berlusconi. Insomma, se torna non è colpa sua, è bene che si sappia. Ma il dado è tratto, e quindi ora si fa l'Italia. Galan è al settimo cielo: «Berlusconi in campo mi fa godere». Anche Moody's gode, perchè ha un'occasione per declassare l'Italia e portarla solo a due punti sopra il titolo "spazzatura". «Il clima politico italiano è fonte di rischio», rileva l'agenzia di rating. L'Italia è un rischio «specialmente con l'avvicinarsi del voto della prossima primavera». Da Moody's una bocciatura politica a Berlusconi? Noo, ma quando mai! «Non abbiamo nessuno di meglio di Silvio Berlusconi», tiene a precisare Daniela Santanchè. «Da mesi dico che è il nostro candidato premier». «E' chiaro che la ridiscesa in campo di Berlusconi non farà bene all'Italia», tiene a precisare Casini. «Basta pensare a quelle che in queste ore sono le reazioni internazionali e i rinnovati dubbi sulla serietà e la credibilità del nostro Paese». Ma perchè, che succede?, si domanda Bersani. «Si sente di agghiaccianti ritorni...». Macchè, si sente di gente in estasi. Galan è al settimo cielo e non riesce più a tornare sulla terra. «Sto godendo molto di più di un orgasmo, questo godimento dura di più, moltissimo». Ma una volta non tirava più un pelo di...? L'ex ministro dell'Agricoltura ed ex ministro dei Beni culturali è un momento di alta politica. «Chi tra i nostri aveva già impostato la sua vita, la carriera e le speranze sul fatto che non ci fosse più Berlusconi se la sono presa in quel posto». Tempo di consecutio temporum e persecutio per i traditori. «Spero che molti di questi vengano lasciati a casa», l'anatema di Galan. Calderoli invece chiede la testa del capo del governo. «Monti faccia come capitan Schettino, abbandoni la nave e si costituisca... Da novembre, da quando si è insediato questo Governo, non c'è un parametro economico, uno solo, che non sia peggiorato. Cos'altro deve succedere prima che Monti e i suoi tecnici si rendano conto che stanno trascinando il Paese verso gli abissi?». «Il giudizio di Moody's è del tutto ingiustificato e fuorviante», rassicura i mercati il ministro dello Sviluppo Corrado Passera. Moody's «non tiene conto del lavoro che il nostro paese sta facendo». Infatti tiene conto di quello che farà, ovvero rieleggere il Cav. Beh, che c'è di male? «Berlusconi resta il piu' bravo, il piu' fantasioso, il più innovativo», dice Galan. Sì, talmente innovativo e fantasioso che offre idee nuove e originali. «Il “Popolo della Libertà” riavrà presto il suo vecchio nome: “Forza Italia"», annuncia Berlusconi. E il programma elettorale? nuovo e fantasioso anche quello. Cosa farà lo rivela al Bild. «Il presidente del Consiglio in Italia non ha alcun potere. La nostra Costituzione non gli permette neppure di sostituire un proprio ministro. Avevo potere prima del 1994, quando facevo solo l’editore televisivo». 'E perchè non hai continuato a farlo?', domanda qualcuno. Comunisti! «Purtroppo - continua Silvio da Arcore - l’Italia è ancora oggi difficilmente governabile: il capo del governo non ha neppure il potere di decidere autonomamente sui decreti legge che sono immediatamente efficaci». Anche per risolvere la crisi Berlusconi ha idee rivoluzionarie: «Questa crisi è impregnata di una sorta di profezia che si auto-avvera, cioè il fattore psicologico è una delle cause principali della crisi. Io invece sono del parere che sia compito di un governo creare un clima di ottimismo e fiducia». Ah, beh... Intanto le frange post-fasciste del Pdl insorgono. «Non si può cambiare da un giorno all'altro un progetto», critica La Russa pensando ad un ritorno a Forza Italia. «Se si pensa che sia salvifico un salto all'indietro, al 1994, quando Fi prese il 21% dei voti e An il 13%, si sbaglia». «Io in Forza Italia non ci vado», insorge Meloni. «Alleati sì, sottomessi mai». «L’idea del cambio di nome dal Popolo delle Libertà a Forza Italia è stata equivocata», precisa immediatamente l'in nero cavaliere. Il vecchi nome nuovo «è solo di un'idea». Sì, Berlusconi è tornato.

Tuesday, 10 July 2012

Breviario

«Stiamo lavorando alla ricostruzione dell'unione economico-monetaria».
Michel Barnier, commissario europeo per il Mercato interno (Bruxelles, 10 luglio 2012, in conferenza stampa al termine dell'Ecofin)

Sunday, 8 July 2012

Roger VII, a Wimbledon il ritorno del re

Federer batte Murray e trionfa a Wimbledon per la settima volta in carriera. "King Roger" vince il suo diciassettesimo slam e torna numero 1.

di Emiliano Biaggio

Roger Federer vince il torneo di Wimbledon sconfiggendo in quattro set il rivale Andy Murray dopo oltre tre ore di gioco. 4-6, 7-5, 6-3, 6-4 il punteggio finale, al termine di una partita che riporta Federer al primo posto nel ranking mondiale e che soprattutto permette al tennista elvetico di scrivere ancora altre pagine di storia di questo sport. Con quella di oggi sono sette le coppe sollevate da Federer na Wimbledon, come Pete Sampras, il solo - fino ad oggi - ad aver sollevato così tanti trofei sull'unico campo in erba del circuito dello Slam. Ma soprattutto con quello di oggi sono diciasette i trofei del massimo circuito tennistico professionistico. Federer, che già aveva polverizzato record e riscritto classifiche e almanacchi, torna a fare la storia del tennis. I numeri del campione svizzero servono solo a confermare l'unicità di questo talento senza pari - per numeri - nella storia de tennis. A trent'anni Federer si riprende tutto: Wibledon (le due edizioni precedenti le avevano vinte, nell'ordine, Nadal e Djokovic), un trofeo dello slam (l'ultimo fu l'Open di Australia del 2010) e il primo posto al mondo. «Il primo posto nel ranking non regala niente», dice a fine gara, nella consueta cerimonia di premiazione. Federer lascia intendere che preferisce dare il meglio piuttosto che essere il migliore. «Nelle finali di Wimbledon do sempre il massimo», sottolinea. Quanto alla sua carriera e agli ultimi anni privi di vittorie non drammatizza. «Non ho mai smesso di credere che potessi tornare a vincere».
Che Federer abbia voglia di macinare tennis e vittorie si vede però solo dopo il secondo set. L'avvio di Murray è semplicemente perfetto: lo scozzese gioca bene e sbaglia poco, a differenza di Federer. Il 6-4 con cui chiude il set non sorprende. Il Regno Unito inizia a sognare, a pensare che battere "king Roger" è possibile. Lo svizzero cerca la settima affermazione a Wimbledon, Murray la prima in un torneo dello slam (dopo le finali perse nel 2008 agli Us Open e nel 2010 e nel 2011 in Australia). Lo scozzese ha già scritto un suo pezzo di storia personale, riportando un britannico a disputare una finale maschile di Wimbledon: era dal 1938 che non si vedeva un britannico all'utlimo atto del torneo, da quando Austin Bunny perse contro lo statunitense Don Budge, altra leggenda del tennis di sempre, uno dei sette ad aver vinto tutti e quattro i tornei dello Slam. Tra questo c'è anche Fred Perry, l'ultimo britannico - lui inglese, però - a trionfare a Wimbledon (nel 1936). Ma si dà il caso che anche Federer sia nella lista di quei sette, uno dei pochi davvero grandi, per molti il più grande di tutti. Murray gli strappa il primo set e nel secondo costringe Federer ad andare ai vantaggi. Finisce 7-5 per lo svizzero, che appare in difficoltà. Nel terzo set si consuma la svolta: la pioggia costringe l'arbitro a interrompere la gara per permettere la chiusura del tetto dello stadio. Siamo sull' 1-1, con Federer in vantaggio 40-0. Dopo mezz'ora si riprende, e Federer appare più fresco. Porta a casa il game, e successivamente - in vantaggio per 3-2 e con Murray alla battuta, strappa il servizio al rivale portandosi sul 4-2 recuperando da 0-40. Murray annulla cinque palle break, ma non può nulla sulla sesta. Federer conquista il game e, alla battuta del gioco successivo, allunga sul 5-2. Federer concede un gioco a Murray prima di chiudere sul 6-3. Nel quarto set break fondamentale di Federer che da 1-2 si porta sul 4-2, indirizzando di fatto l'incontro. Sul 5-4 Federer è alla battuta e Murray si porta sul 15-0. I tifosi esultano ormai a ogni errore di Federer e a ogni punto di Murray. Quando questi segna il 15-0 in un set fondamentale (in caso di parità 5-5 si vince a 7 anzichè a 6), lo stadio spera nella rimonta impossibile. Ma Federer è più forte di tutto e tutti, annulla il vantaggio dello sfidante e vince 6-4 l'ultimo set, aggiudicandosi gioco, partita, incontro.
Federer esce ancora una volta vincitore assoluto, Murray un'altra volta sconfitto. A fine gara non può fare a meno di piangere. «Ci sono andato vicino», le prime parole che fa scivolare via insieme alla lacrime. Il pubblico lo applaude. «Ci ho provato, ma non è stato facile». Ancora applausi. Murray ringrazia. «Tutti dicevano che avevo per il fatto di giocare in casa avevo una grande pressione. Non è vero. Ho avuto solo un pubblico fantastico. Grazie». Ancora applausi. Meritati, va detto. Murray elogia quindi il più forte. «Roger ha giocato alla grande, e si merita questa vittoria». Parole amare, quelle di Murray. Ma la sua è una giusta analisi: Federer ha sbagliato tanto (tre doppi falli, trentaquattro errori per colpi forzati, almeno una decina di tiri finiti a rete) e Murray ha sfoderato colpi da maestro, ma lo svizzero ha incantanto ancora una volta con il suo gioco sontuoso fatto di voleè, colpi morbidi, passanti millimetrici, pallonetti, diagonali e colpi sotto rete. Il pubblico di Wimbledon, che pure faceva il tifo per Murray, non ha potuto fare a meno di applaudire le giocate del campione e di osannare il vincitore, stavolta - contrariamente al solito - per nulla commosso. «E' una bella sensazione», si limita a dire alla fine, sorridente.

Saturday, 7 July 2012

bLOGBOOK - Mons


Mons

Mons colpisce subito. Uscendo dalla stazione si vede subito che si trova in alto, e che per raggiungere il cuore cittadino bisogna arrampicarsi per le sue vie lastricati e i suoi stretti cammini medievali. Una volta in alto, Mons colpisce ti conquista con la sua tranquillità. Pochi rumori, pochi movimenti. Tutto succede tra la Rue Grand e la Grand Place, dove si dipana la vita e l'attività di questa cittadina. La Rue Grand è la via dello shopping, tutta negozi, vetrine, insegne e marche di ogni tipo; la Grand Place ospita il comune e i tanti locali che si affacciano tutt'intorno. L'imponente edificio gotico brabantino che ospita il comune è certamente affascinante: dietro di esso spunta la torre civica, unico esempio di torre barocca di tutto il Belgio. Gli stili si sovrappongono, gli elementi si incontrano: la fontana posta al centro della piazza è costituita da getti da pompe interrate che da buchi lasciano partire getti d'acqua intermittenti, per la gioia e la sopresa dei bambini, che giocano con quell'acqua magica che va e viene.
Mons ha poco in comune con il resto delle città belga: il suo quartiere medievale, il suo essere raccolta su una rocca, la sua non freneticità. Come molte altre città del regno, anche Mons vanta una forte tradizione accademica e ancora oggi
è un polo universitario importante: il Politecnico e l'università cattolica sono tra le più importanti del regno, richiamo per migliaia di giovani ogni anno. Il cattolicesimo è un altro tratto distintivo di questa città: nel VII secolo venne fondato un piccolo monastero da quella che ancora oggi è la patrona cittadina, Waltrude. A lei è dedicata l'omonima colleggiata, uno dei simboli cittadini insieme alla torre civica. Realizzata nel XV secoli, ospita "il carro d'oro", trainato a mano in occasione delle celebrazioni del Doudou, grande festa che ripercorre le tradizioni cittadine. Sacro e profano si ritrovano nelle riproposizioni della lotta tra San Giorgio e il drago e della processione in onoere della santa patrona. Riti risalenti alla prima metà del XIV secolo, che testimoniano quanto Mons sia attaccata alle proprie tradizioni. Una città che ricorda in ogni momento la casata degli Hainaut: di questa famiglia c'è un quadro, conservato nella colleggiata di santa Waltrude, che ne ripropone l'intero albero genealogico. Fu il conte Baldovino IV che nell'XII secolo fortificò la città, donandole importanza e prestigio. Ma fu con i francesi che Mons si sviluppò ulteriormente: nel 1792 la città, la provincia di Hainaut e il Belgio austriaco vennero vinti dalla Francia con la battaglia di Jemappes. Mons è però nota per la battaglia del 23 e 24 agosto 1914: qui le truppe britanniche combatterono la loro prima battaglia della prima guerra mondiale. Furono sconfitti, e la città venne liberata dai canadesi sullo alla fine del conflitto. E anche la seconda guerra mondiale vide Mons bersaglio dei tedeschi. Mons deve la sua fortuna alla rivoluzione industriale: la città è diventato il principale polo industriale della regione, oltre che un importante centro carbonifero. Ma la chiusura delle miniere ha oggi portato ristrettezze economiche alla città.
Mons, come quasi tutte le città del regno, sembra aver perso parte del prestigio avuto in passato. ma conserva quel fascino che non può lasciare indifferente il viaggiatore, puntualmente sorpreso dalle meraviglie nascoste. Il giardino del sindaco, che si apre dietro la facciata del palazzo comunale, è un piccolo capolavoro di botanica. Alla sua sinistra, nascosto alla vista, un piccolo prato circondato da palazzi del XVI secolo regala un angolo di assoluto relax. Anche il parco della torre civica è magico. E' piccolo, raccolto attorno al tesoro architettonico (la torre è dichiarata patrimonio dell'umanità e protetta dall'Unesco), con un vialetto lastricato che corre lungo tutto il perimetro, prati e alberi. Uno spazio assolato e ombroso allo stesso tempo, dove si può ascoltare il
silenzio e il soffiare del vento. Camminare per la città, poi, è un'esperienza nell'esperienza: i vicoli stretti, gli scorci, le piccole piazzette sono tutti suggestici. E poi i colori. Mons è un tripudio di colori: facciate gialle, rosse, bianche, arancioni, celesti. Tutta la città è una festa di sfumatore e tonalità, arricchite dai fiori ai davanzali. Altre case sono verdi per via dei rampicanti che riempiono la facciata. Sì, Mons cattura. Una cittadina quasi sospesa nel tempo, dove si ritrova la quiete che la società contemporanea ha cancellato. Un posto dove rifugiarsi nel corso della giovinezza, una città dove trascorrere la propria vecchiaia. Per chi vuole viaggiare, una meta dove recarsi. Prima di andare via non bisogna dimenticarsi di salutare Singe du Grande Garde, la scimmia di ghisa posta all'ingresso del palazzo comunale: si dice che accarrezzarne la testa con la mano sinistra porti fortuna. Non fatevi illusioni: questa scimmia non potrà impedire che piova. In fin dei conti Mons è pur sempre in Belgio.


LE FOTO DI MONS

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Pechino continua con la colonizzazione del Tibet

Nel 2013 in Qinghai partiranno i lavori per un nuovo aeroporto. Che permetterà il trasferimento di cinesi Han in terra tibetana.

di Emiliano Biaggio

Col pretesto di ravvivare un'economia locale piuttosto in crisi, la Cina prepara l'ultimo colpo al Tibet. Le autorità della provincia del Qinghai hanno annunciato di voler realizzare un aeroporto nella prefettura di Golog. Ufficialmente servirà per cercare di portare turisti e uomini d'affari, così da rivitalizzare e rilanciare un'area ancora fortemente sottosviluppata. Questo almeno è quello che ha spiegato alla stampa cinese Wu Ziqiang, vicepresidente della giunta del governo della prefettura di Golog. La costruzione dell'aeroporto di Dawu, che costerà l'equivalente di 186 milioni di dollari, sarà avviata nel 2013, quando entreranno in funzione i tre nuovi aeroporti dislocati tra le provincie del Sichuan (due) e del Gansu (uno). Con l'aeroporto in cantiere in Qinghai si avranno quattro scali solo nell'Amdo, una delle tre regioni del Tibet storico, smembrato dai maoisti nel secolo scorso. Il Tibet era infatti composto dalle tre regioni del Kham, Amdo e U-Tsang; i cinesi invece- da un punto di vista territoriale-  considerano il Tibet come la Regione Autonoma tibetana (Tar), creata nel  1965 e comprendente in larga parte quella che per secoli è stata la regione dello U- Tsang. Nel 1965 il Tibet fu smembrato, dal momento che il Kham e l’Amdo divennero parte delle province cinesi del Qinghai, dello Sichuan, del Gansu e dello Yunnan. Solo nella Tar i cinesi hanno costruito sei aeroporti, l'ultimo dei quali - quello di Nagqu, realizzato a 4.436 metri d'altitudine - è operativo da quest'anno. Con gli aeroporti Pechino collega il paese alle zone dell'altopiano e rivitalizza l'economia, ma soprattutto continua nella politica di spostamento della popolazione che permette all'etnia Han di "colonizzare" il territorio e rendere gradualmente i tibetani una minoranza in quella che una volta era la loro casa. Un modo con cui cancellare ogni velleità autonomistica e ancor più indipendendistica. Con la realizzaione degli aeroporti sempre più cinesi arriveranno in Tibet, il cui destino appare irrimediabilmente segnato.

Friday, 6 July 2012

Cipro, lo sbocco russo al Mediterraneo

Il governo di Nicosia in difficoltà per la crisi del settore bancario cerca aiuti ma non vuole quelli dell'Ue per non finire come la Grecia. E allora si rivolge a Mosca.

Demetris Christofias, presidente di Cipro
di Emiliano Biaggio
 
Detiene la presidenza di turno dell'Unione europea, ma il suo presidente in questo momento trattiene rapporti più stretti con la Russia che con l'Ue. Lavora con la Troika (Commissione europea-Banca centrale europea-Fondo monetario internazionale) ma prende accordo con il Cremlino. Ancora, cerca aiuti da Bruxelles e ottiene prestiti da Mosca. Cipro il suo semestre europeo difficilmente poteva aprirlo in modo peggiore: dovrebbe cercare di rilanciare il progetto europeo, e invece rischia di consegnare alla Russia un avamposto di strategica importanza nel cuore del Mediterraneo. L'isola già divisa in due paga a caro prezzo la crisi greca: le banche, fortemente legate al sistema economico-finanziario ellenico, sono in forte affanno. Il governo di Nicosia pare abbia bisogno di dieci miliardi di euro per evitare il peggio. Ha bisogno di circa il 60% del Pil nazionale. Le autorità sudcipriote hanno già chiesto un intervento internazionale, per quello che sembra via via configurarsi come un vero e proprio salvataggio stile Grecia. Da qui l'idea del presidente cipriota: chiedere aiuto ai russi. «Possiamo benissimo associare l'aiuto russo a quello europeo, non è un problema», sostiene Demetris Christofias. Rivolgersi alla Russia è più un rischio che un problema: cosa può chiedere Mosca in cambio di un soccorso? A oggi non è dato saperlo, ma è un fatto che la Russia da sempre cerca uno sbocco sul Mediterraneo, e improvvisamente ci si ritrova. Ma la crisi del momento impone di pensare all'oggi, senza pensare al domani. E Christofias sta mettendo il futuro di Cipro sud nelle mani di un interlocutore di cui farebbe meglio a non fidarsi così ciecamente. «Abbiamo bisogno di soldi per investire nel nostro sviluppo e per ricapitalizzare le nostre banche», ammette il presidente cipriota. I soldi oggi non ce li hanno in molti, nel vecchio continente. Chi può spendere e investire sono i cinesi, gli arabi e i russi. L'Europa può venire in soccorso, ma a condizioni insostenibili. Christofias lo sa, lo sta vedendo con la Grecia, dove l'austerità spietata sta mettendo ancor più in crisi un paese sull'orlo del tracollo. Per cui «se le loro condizioni (dei russi, nda) saranno accettabili, perchè no? Quelle dell'Ue potrebbero essere più dure». Parole che sanno di bocciatura della politica anti-crisi fin qui adottata dall'Unione europea, quella stessa Unione europea che Christofias dovrebbe difendere in quanto suo timoniere di turno. Invece niente, continua ad accrescere il peso, l'influenza e la presenza del Cremlino sull'altra metà dell'isola. Sono diverse le cose che legano Cipro sud e Russia: i due Paesi hanno una stessa religione (quella ortodossa) e uno stesso alfabeto (Cipro ha il cirillico). L'Unione Sovietica fu uno dei primi Paesi a riconoscere l'indipendenza di Cipro dagli inglesi nel 1960. Mosca lavora su Cipro da sempre, verrebbe da pensare. Oggi la parte sud dell'isola è un centro finanziario e ospita 30.000 cittadini russi, pari a circa il 3,8% dell'intera popolazione. Una piccola minoranza, ma che se dovesse crescere potrebbe rappresentare un problema. Per molti Christofias, da buon politico, con le sue aperture alla Russia intende allentare le eventuali richieste dell'Unione europea, Unione che però al momento non entra nel merito della questione anche se guarda con attenzione e velata preoccuazione a quanto si sta profilando. Ma le strategie politiche sembrano aver ceduto il passo agli accordi veri e propri: Cipro ha chiesto alla Russia un prestito di cinque miliardi di euro, la metà di quello che gli occorre. L'Unione europea adesso dovrà decidere: o aiutare Cipro alle condizioni che vuole Christofias o lasciare che quel che resta di Cipro diventi russo.