¡Curioso!
No creìa de regresar a utilisare esta lengua. Es curioso y extraño
a lo mismo tiempo. Pero esta bien con todo lo que esta pasando desde
un año y mas. No se si mi español es asi bueno como tenieria que
ser, pero seguro es mejor de como me mismo piensa. Entoces, tiene que
ser bastante bueno para comunicar. Voy a Bruselas y me aprendo una
lengua: que cuando lo dijo todos creyeron que yo iba a hablar el
frances, que es la lengua hablada par una parte della poblaciòn de
Belgica. Es verdad que no es la mas hablada a Bruselas, pero queda la
lengua nacional y – en teoria – la lengua oficial por los
trabajos de la Union europea. ¡Curioso! Aunque sea asì, estoy
desarollando un otro canal de comunicacion. ¿Estas a Bruselas y tu
no sabes el frances? Cuando me lo piden – y esto sucede muy
frecuentemente, para no decir casi siempre – entiendo que por la
jente yo soy una persona extraña. Y sinceramente puedo comprenderlo.
Porque siempre do razon a ellos. ¿Y yo, que soy? Si hablo y escribo
en español a Bruselas, cuando no soy ni español ni de sudàmerica,
no puedo que ser cuanto menos una persona particular. Acaso. Pero va
dicho que por la primera vez en mi vida he encotrado el coraje de
utilizar este idioma nunca hablado. ¡No come aquella vez en Galicia!
No se que pasò ni porque, pero ahora es asì. Puede ser que mañana
voy a perder esta rencontrada ganas de probar a enfrentarme con
l'español. Por pireza, ¡claro!, que la pireza hace siempre 180.
Sino sobre todo porque estoy ponendome a la prueba. Español es solo
una representaciòn – pero en pequeño, ¡claro! – de mis dudas y
mi miedos. Sino lo stoy hablando. No siempre, y solo un poco. Pero empecè, y empezar es siempre la cosa mas importante que todas, porque es la mas dificil. Y ahora escribo tambièn, que acaso es la sola cosa que se
hacer. Y esto por alguien podria aparacer extraño o curioso, no se, pero a mi aparece que sea bueno. Quisas, puede ser que voy a hacer lo
mismo con el frances. ¡Ojala! Pero, ¿porque no? Tengo todo el
tiempo que quiero...
Thursday, 8 November 2012
Wednesday, 7 November 2012
Breviario
«La rielezione di Obama, il presidente-simbolo dell’America multietnica, non è certo di buon auspicio per il futuro del mondo. Venti di guerra spirano sul mondo grazie a questa vittoria realizzata da un’America multirazziale guidata da un leader debole e incerto».
Mario Borghezio, deputato europeo della Lega Nord, commentando i risultati delle elezioni statunitensi. (Bruxelles, 7 novembre 2012)
Mario Borghezio, deputato europeo della Lega Nord, commentando i risultati delle elezioni statunitensi. (Bruxelles, 7 novembre 2012)
Lo storico presidente negli Usa del sogno infranto
Obama rivince le elezioni: dopo essere stato il primo afro-americano ad arrivare alla Casa Bianca è anche il primo afro-americano che riesce a restarci. Alimentando l'american dream oggi spento.
l'e-dittoreale
Gli Stati Uniti hanno ancora il loro presidente, è vero, ma non hanno più troppa convinzione nel loro traghettatore. Barack Obama ha vinto ancora, ha riaffermato il mito del sogno americano, e mai come ora il grande paese a stelle strisce ha bisogno del suo sogno, di sapere che tutto si può fare, anche uscire da questa crisi della quale non si intravede mai la fine. Il risultato elettorale mostra un paese diviso e disamorato: il margine di vantaggio con cui Obama ha ottenuto la conferma alla Casa Bianca mostra la disaffezione dell'elettorato statunitese, comunque mai particolarmente partecipante. Il presidente rieletto ha perso nove milioni di voti rispetto alla precedente tornata elettorale, e ha staccato il rivale - lo sfidante repubblicano Mitt Romney - di appena tre punti percentuali. Ciò significa che gli Stati Uniti di oggi sono un paese diviso un due, almeno quello che è andato a votare. Un paese in bilico tra voglia di certezze e tentazioni di cambiamento, e provato dalla normale sfiducia che colpisce quandi si vive una crisi di cui non si vede la fine: così si spiega il testa a testa Obama-Romney, che dietro di sè un contesto politico delicato per un paese che cerca governabilità per ripartire. La spaccatura del paese è leggibile nella composizione del Congresso federale, per metà repubblicano (la Camera dei rappresentanti) e per metà democratico (Senato). Un dato che renderà la vita non certo facile a Obama, che sulle ali dell'entusiasmo si lascia scappare promesse forse troppo facili. «Finirò quello che ho iniziato». Davvero? Il primo mandato di Obama ha mostrato bene le difficoltà e i limiti che ha incontrato lo storico presidente afro-americano, che alla fine ha raccolto molto meno di quanti tutti si aspettassero (o forse anche qualcosa in più, se pensiamo al Nobel per la pace). «Prego Dio che sappia governare bene l'America», il commento dello sconfitto Romney. Con i numeri e le forze di cui dispone Obama governare sarà tutt'altro che semplice, e l'entusiasmo - che pure conta per un paese depresso - da solo non basta. Obama lo sa bene. Le sue parole non sono casuali. «Lavorerò con Romney», ha detto. «Lavorerò con i leader di entrambe gli schieramenti per affrontare quelle sfide che possiamo risolvere solo insieme». E' la democrazia che permette il dialogo. E' la democrazia imperfetta che il dialogo lo impone. Obama, dovendo cedere in passato, ha perso il suo fascino. Saprà ripagare la (diminuita) fiducia dell'elettorato? Ha a disposizione quattro anni per dimostrare di essere un sapiente traghettatore per un paese che si sente sempre più alla deriva.
l'e-dittoreale
Gli Stati Uniti hanno ancora il loro presidente, è vero, ma non hanno più troppa convinzione nel loro traghettatore. Barack Obama ha vinto ancora, ha riaffermato il mito del sogno americano, e mai come ora il grande paese a stelle strisce ha bisogno del suo sogno, di sapere che tutto si può fare, anche uscire da questa crisi della quale non si intravede mai la fine. Il risultato elettorale mostra un paese diviso e disamorato: il margine di vantaggio con cui Obama ha ottenuto la conferma alla Casa Bianca mostra la disaffezione dell'elettorato statunitese, comunque mai particolarmente partecipante. Il presidente rieletto ha perso nove milioni di voti rispetto alla precedente tornata elettorale, e ha staccato il rivale - lo sfidante repubblicano Mitt Romney - di appena tre punti percentuali. Ciò significa che gli Stati Uniti di oggi sono un paese diviso un due, almeno quello che è andato a votare. Un paese in bilico tra voglia di certezze e tentazioni di cambiamento, e provato dalla normale sfiducia che colpisce quandi si vive una crisi di cui non si vede la fine: così si spiega il testa a testa Obama-Romney, che dietro di sè un contesto politico delicato per un paese che cerca governabilità per ripartire. La spaccatura del paese è leggibile nella composizione del Congresso federale, per metà repubblicano (la Camera dei rappresentanti) e per metà democratico (Senato). Un dato che renderà la vita non certo facile a Obama, che sulle ali dell'entusiasmo si lascia scappare promesse forse troppo facili. «Finirò quello che ho iniziato». Davvero? Il primo mandato di Obama ha mostrato bene le difficoltà e i limiti che ha incontrato lo storico presidente afro-americano, che alla fine ha raccolto molto meno di quanti tutti si aspettassero (o forse anche qualcosa in più, se pensiamo al Nobel per la pace). «Prego Dio che sappia governare bene l'America», il commento dello sconfitto Romney. Con i numeri e le forze di cui dispone Obama governare sarà tutt'altro che semplice, e l'entusiasmo - che pure conta per un paese depresso - da solo non basta. Obama lo sa bene. Le sue parole non sono casuali. «Lavorerò con Romney», ha detto. «Lavorerò con i leader di entrambe gli schieramenti per affrontare quelle sfide che possiamo risolvere solo insieme». E' la democrazia che permette il dialogo. E' la democrazia imperfetta che il dialogo lo impone. Obama, dovendo cedere in passato, ha perso il suo fascino. Saprà ripagare la (diminuita) fiducia dell'elettorato? Ha a disposizione quattro anni per dimostrare di essere un sapiente traghettatore per un paese che si sente sempre più alla deriva.
Saturday, 3 November 2012
Belgio alla fame, ora si ruba nei supermercati
Carrefour e Brico invitano la clientela a depositare zaini e borse all'ingresso. Avvisi che prima non c'erano mostrano l'entità della crisi.
di Emiliano Biaggio
Gente che ruba nei supermercati, e non solo. Gente che ruba. Segno che la crisi sta iniziando a mordere sempre di più. A Bruxelles la criminalità sta aumentando, ma anche i piccoli furti alimentari e di beni di prima necessità. Lo si capisce camminando per strada e, ancora meglio, entrando nei negozi. Colpisce l'avviso affisso all'ingresso di tutti i punti vendita di Carrefour, la catena francese di supermercati molto diffusa in Belgio: a Bruxelles a chiunque si chiede di depositare zaini e borse all'ingresso, altrimenti il personale si riserva di chiederlo di aprirli in qualunque momento. «La direzione – recita l’avviso, scritto ben visibile in nero grassetto su sfondo giallo – si riserva il diritto di chiedervi di aprire i vostri zaini. Per cortesia, vogliate depositarli alle casse». Un messaggio che se non rende ancora la dimensione del dramma sociale che questa crisi sta producendo, viene accompagnato da una seconda parte: «In caso di furto verrà chiesta una somma di 20 euro per frode amministrativa, e sarà immediatamente avvertita la polizia». I furti dagli scaffali degli alimentari, quindi ci sono. Non si conosce ancora quanto si rubi per mangiare, ma certo è che se si è arrivati ad affiggere questi cartelli la situazione davvero è preoccupante. E l’annuncio-shock non si esaurisce qui. C’è infatti un ultimo avviso: nei supermercati Carrefour non si accettano banconote di grosso taglio, 200 e 500 euro. Probabilmente si teme che le banconote di grosso taglio siano oggetto di falsificazione. Forse, nella disperazione e nella misera crescenti, l’acquisto di beni con carta moneta falsa sta diventando un’alternativa al fenomeno allarmante del furto materiale nei supermercati. Ma i furti non si limitano a questo: un cartello analogo è stato affisso all'interno di Brico, la grande catena di bricolage e accessori per la casa. All'ingresso sono stati sistemati degli armadietti dove viene chiesto di depositare borse e zaini prima di addentrarsi tra i reparti. Si vede che piccole sparizioni si stanno manifestando anche lì.
di Emiliano Biaggio
Gente che ruba nei supermercati, e non solo. Gente che ruba. Segno che la crisi sta iniziando a mordere sempre di più. A Bruxelles la criminalità sta aumentando, ma anche i piccoli furti alimentari e di beni di prima necessità. Lo si capisce camminando per strada e, ancora meglio, entrando nei negozi. Colpisce l'avviso affisso all'ingresso di tutti i punti vendita di Carrefour, la catena francese di supermercati molto diffusa in Belgio: a Bruxelles a chiunque si chiede di depositare zaini e borse all'ingresso, altrimenti il personale si riserva di chiederlo di aprirli in qualunque momento. «La direzione – recita l’avviso, scritto ben visibile in nero grassetto su sfondo giallo – si riserva il diritto di chiedervi di aprire i vostri zaini. Per cortesia, vogliate depositarli alle casse». Un messaggio che se non rende ancora la dimensione del dramma sociale che questa crisi sta producendo, viene accompagnato da una seconda parte: «In caso di furto verrà chiesta una somma di 20 euro per frode amministrativa, e sarà immediatamente avvertita la polizia». I furti dagli scaffali degli alimentari, quindi ci sono. Non si conosce ancora quanto si rubi per mangiare, ma certo è che se si è arrivati ad affiggere questi cartelli la situazione davvero è preoccupante. E l’annuncio-shock non si esaurisce qui. C’è infatti un ultimo avviso: nei supermercati Carrefour non si accettano banconote di grosso taglio, 200 e 500 euro. Probabilmente si teme che le banconote di grosso taglio siano oggetto di falsificazione. Forse, nella disperazione e nella misera crescenti, l’acquisto di beni con carta moneta falsa sta diventando un’alternativa al fenomeno allarmante del furto materiale nei supermercati. Ma i furti non si limitano a questo: un cartello analogo è stato affisso all'interno di Brico, la grande catena di bricolage e accessori per la casa. All'ingresso sono stati sistemati degli armadietti dove viene chiesto di depositare borse e zaini prima di addentrarsi tra i reparti. Si vede che piccole sparizioni si stanno manifestando anche lì.
Friday, 2 November 2012
In alto i calici: prendete e bevetene tutti.
(Bevi responsabile: non metterti alla guida dopo aver bevuto, e non bere se poi devi guidare. Bevi con moderazione: non eccedere con l'alcool. L'abuso di alcolici fa male alla salute. Se hai meno di 16 anni fermati a una mezzapinta).
bLOGBOOK
Torno a fine ottobre, a togliere
questo dente che di uscirne proprio non ne vuole sapere. Il
calendario dei lavori comunitari lo consente: in quei dieci giorni,
se non ci si mettono vertici straordinari, non dovrebbe succedere
niente. Ma niente, dalla terra natia non arriva l'ok: non ci sono gli
esami necessari, e il tempo per farli qui non è sufficiente per
rientrare in tempo. Tutto rimandato. Sei e tre nove, torna alla
casella dodici. Un po' come il gioco dell'oca. Fa niente. Inspira,
respira, stai calmo: non è successo niente. Vado ad Amsterdam nel
fine settimana. Con un po' di fortuna avrò a disposizione anche
venerdì, dato che qui è festa e le agende che devo redigere per
l'agenzia le fanno uscire mercoledì. Niente da fare: la prima
influenza della stagione non dà scampo. Il fine settimana lo passerò
a casa, a riposarmi e curarmi. Inspira, respira, stai calmo: non è
niente. Devo fare la spesa: l'olio è finito e non me n'ero accorto,
o forse mi sono solo dimenticato di comprarlo la volta scorsa. Non
c'è problema. Con l'occasione prendo anche l'acqua, che sta finendo.
E anche lo shampoo, che volge al termine anch'esso. Tanto oggi non
piove. Come non detto: inizia a piovere che Dio la manda proprio ora
che mi sto infilando le scarpe. Inspira, respira, stai calmo: non fa
niente, uscirai solo più tardi. E' solo tutto rimandato. Ancora.
Inspira, respira, stai calmo. C'è del lavoro da fare, un po' di sano
arretrato che non guasta mai. Il giornale non va in stampa questa
settimana, ci si può portare avanti con il lavoro. Lavoro e spedisco
al capo. Macchè: internet non va, ancora una volta la rete domestica
fa i capricci. Inspira, respira, stai calmo: non è niente. Il pezzo
è pronto, lo puoi spedire lunedì dalla sala stampa. Ma c'è
quell'altro articolo da scrivere, quello richiesto dal direttore del
quotidiano on-line per il quale non puoi figurare, e lui il pezzo lo
vuole oggi. Chiamo per dirgli che ci sono dei problemi di rete,
capirà. La linea va e viene, anzi è già andata. Il campo è minato
e una mina salta, non si può parlare. Il braccio si muove, il
cellulare prende velocità e si schianta contro il muro, cadendo a
terra in pezzi. Inspira, respira, stai calmo. Controllati, doma la
rabbia. Non è niente. La linea tornerà, il telefono se si rompe lo
devi ricomprare e non ci sono i soldi per ricomprarlo.
Chiudi gli occhi, pensa alle cose
belle. Inspira, respira. Regolarizza il battito cardiaco, doma la
rabbia. Pensa alle cose belle. Invece no. La casa che fu di nonna,
dove volevo trasferirmi a vivere. Niente. Scadenza del contratto,
fine del lavoro. Niente soldi, niente autonomia, niente casa. Stai
fermo un turno e tira i dadi: il tuo programma è rimandato al
prossimo turno. Sei e tre nove, torna alla casella dodici. Non ho
chiesto nulla, è la Dire che mi ha più volte garantito che mi
riassumono. Spiacenti: mentre eri fermo un turno un altro giocatore
ha occupato la casella dove dovevi andare tu. Torna alla partenza.
Inspira, respira, stai calmo. Una nuova vita si apre. Bruxelles.
Inspira, respira. Conta fino a dieci. Uno, due, tre... butta fuori
l'aria e continua. Quattro, cinque, sei... Inspira, respira, stai
calmo. Continua a pensare alle cose belle. Gli amici che ti vogliono
bene... Non ci sono, sono lontani. Inspira, respira. Pensa alle cose
belle. La signorina S.... Fa male, ma fa parte del gioco, e nei
giochi si può anche perdere. Non fa niente, andrà meglio la
prossima volta. Inspira, respira, stai calmo. Mi iscrivo a francese,
studio una lingua. Niente da fare. Eurogruppo lunedì: stai fermo un
turno. Ecofin mercoledì: salti un'altra lezione. D'accordo, la
settimana prossima andrà bene, non ci sono impegni. Contrordine: c'è
l'influenza, perdi le lezioni di lunedì e mercoledì. Stai fermo due
turni. Inspira, respira, stai calmo. E' inutile ripensare a queste
cose. Questo è il passato. Pensa alle cose belle. La signorina F....
Casella 58, “lo scheletro”: paga dazio e torna al punto di
partenza. Inspira, respira, stai calmo. Fa parte del gioco, ma anche
questo è il passato. Pensa alle cose belle. Sì, vado a trovare
Lucilla e Petr a Praga: è tanto che non ci vediamo. Spiacenti: non
ci sono voli low-cost da Bruxelles. Sei e tre nove, torna alla
casella dodici: anche questo progetto salta. Controllati, ridi. No,
piango. Ma non posso: ho finito anche i fazzoletti e non ho di che
asciugarmi le lacrime. Li ho consumati con questo raffreddore. Non si
può nemmeno piangere... Inspira, respira, stai calmo. Conta fino a
dieci, controllati. Uno, due, tre, quattro...
Internet ha ripreso a funzionare.
Troppo tardi. Il pezzo oggi non me lo pubblicano. Forse domani. Stai
fermo un altro turno. Inspira, respira e pensa alle cose belle. Visto
che è tornata la connessione spedisco una mail ai miei amici
lontani. Niente da fare: la connessione è troppo lenta e il server
non ce la fa. Rimandare a lunedì. Rimandare. Rimandare. Stai fermo
un turno, torna alla casella dodici, paga dazio e ricomincia da capo.
Tira di nuovo i dadi. Inspira, respira, stai calmo. La vita è bella,
la vita è meravigliosa. Ripetilo: la vita è bella, la vita è
meravigliosa. Ma allora... perchè non c'è una cosa che vada per il
verso giusto? Inspira, respira, stai calmo. Trattiene le lacrime,
ridi. Perchè? Adesso i fazzoletti ce li ho.
Thursday, 1 November 2012
Il "compagno" Van Rompuy
In Vietnam per visite ufficiali e missioni commerciali il presidente del Consiglio Ue cita Ho Chi Min per rilanciare l'Europa.
| Herman Van Rompuy |
di Emiliano Biaggio
«Come disse il presidente Ho Chi Min,
“la tempesta è un buona occasione per il pino e il cipresso di
dimostrare la loro forza e la loro stabilità”». Herman Van Rompuy
versione viet-cong nella patria del leader rosso che vinse la sporca
guerra combattuta dagli Stati Uniti in Asia. Ad Hanoi per rilanciare
il dialogo tra Ue e Vietnam, il presidente del Consiglio europeo
cerca – e trova – i consensi della classe dirigente e
dell'opinione pubblica di casa, e si affida al padre del Vietnam moderno - Ho Chi Min, appunto - per rinnovare la fiducia e la credibilità dell'Europa. In ballo ci sono interessi economici
altissimi: col sudest asiatico l'Ue ha scambi commerciali per centinaia di miliardi di euro, e dare fiducia al proprio interlocutore è
quantomai doveroso, soprattutto con un Vietnam in continua espansione
e un'Ue in continuo affanno. «Il livello di interdipendenza tra le
economie di Europa e Asia, incluso il Vietnam, è tale che anche per
voi è di cruciale importanza che stiamo iniziando a superare la
situazione di crisi», ha scandito Van Rompuy, in terra d'Oriente in
cerca di affari. «Cerchiamo un mutuo beneficio nell'accordo di
libero scambio tra Ue e Vietnam, che significherà più crescita e
più occupazione per entrambe le parti». Perchè «prosperità e
commercio procedono di pari passo». Per dare vigore al proprio
messaggio e alla propria missione, Van Rompuy ha quindi ricordato
l'importanza di relazioni amicali ritornando a quel passato che
ancora brucia nella storia recente del paese asiatico: la guerra del
Vietnam combattuta contro l'occidente del benessere, a cui il
presidente del Consiglio europeo ha fatto un implicito riferimento.
«In queste parti d'Asia molte guerre tra stati sono state
combattute, prima che lo spirito di cooperazione avesse la meglio».
Un invito ad andare avanti con le relazioni già esistenti, e magari
– questo l'auspico del “compagno” Van Rompuy – ad
accrescerle. L'università nazionale di Hanoi intanto ha conferito a Van Rompuy una laurea honoris causa in scienze: a Bruxelles si guarda a questo riconoscimento come un buon auspicio per l'avvenire.
Tuesday, 30 October 2012
La stampa si autoregola: questa è la democrazia
Si torna a discutere di leggi contro informazione e satira, e contrarie alla tutela dei diritti fondamentali degli stati occidentali.
l'e-dittoreale
Ci risiamo. Ancora una volta in Italia si torna a parlare di limitazione alla stampa, provvedimenti contro i giornalisti, linea dura contro i direttori. Si pensava che con la fine di Berlusconi fosse finita anche la crociata liberticida nei confronti dei diritti fondamentali e basilari di ogni sana democrazia. Invece a quanto pare si torna a minacciare l'informazione e la stampa. Anche se alla fine di questa nuova proposta di legge bavaglio - come ci si augura - non se ne facesse niente, comunque rimarrebbe il nuovo atto di initimadazione nei confronti di chi ha il compito di scrivere, informare, spiegare. La legge sulla diffamazione puntava molto in alto, prevedendo addirittura il carcere. Adesso tutto è stato ridimensionato, ma restano proposte come quella di multe fino a 50.000 euro per i giornalisti accusati e riconosciuti colpevoli di diffamazione, con conseguente negazione dei contributi pubblici per l'editoria per l'editore che controlla la testata per cui scrive il cronista punito per diffamazione . Ma il provvedimento non riguarda solo la stampa, che pure continua a essere nel mirino dei legislatori della democratica repubblica: alcuni emendamenti al testo, al vaglio dei rami del Parlamento, se approvati potrebbero imporre a blog, enciclopedie multimediali e portali on-line la rettifica o la cancellazione di contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine o della propria privacy, e prevedere la condanna a sanzioni pecuniarie fino a 100.000 euro in caso di mancata rimozione. Siti come Wikipedia o non-ciclopedia, tanto per citarne alcuni a mo' di esempio, finirebbero nel mirino della censura. Non-ciclopedia è già stato al centro di un caso di chiusura per diffamazione, anche senza un progetto di legge controverso come questo che se approvato rappresenterebbe un grave minaccia anche alla satira. Un'altra volta si vuole mettere il bavaglio. Il giornalismo cattivo, brutale, non professionale, si sanziona da solo: ci sono la sospensione dall'albo, la radiazione, c'è soprattutto un organismo indipendente che in nome di questa sua stessa indipendenza si autoregola, si autodisciplina, si auto-punisce (lo stesso Sallusti, va ricordato, nel 2011 venne sospeso dall'ordine dei giornalisti della Lombardia per aver fatto collaborare un giornalista radiato dall'albo). E poi c'è il diritto, quello sacrosanto, di far valere i propri diritti. Le denuncie per diffamazione sono sempre state una possibilità. Adesso l'inasprimento esagerato (e ingiustificato) delle pene rappresenta una novità, un'innovazione. Come questo cambiamento della destra che prima - quando Sallusti creava e conduceva la macchina del fango - applaudiva il grande giornalista, solo depositario della libera informazione e unico vero interprete della professione, e che invece adesso - con Sallusti condannato al carcere - difende, giustamente ma in modo sbagliato, il condannato riconosciuto colpevole delle sue malefatte. Questo cambiamento, in realtà, non cambia niente: resta un atteggiamento pericolosamente ostile nei confronti della scrittura che non fa bene a nessuno.
l'e-dittoreale
Ci risiamo. Ancora una volta in Italia si torna a parlare di limitazione alla stampa, provvedimenti contro i giornalisti, linea dura contro i direttori. Si pensava che con la fine di Berlusconi fosse finita anche la crociata liberticida nei confronti dei diritti fondamentali e basilari di ogni sana democrazia. Invece a quanto pare si torna a minacciare l'informazione e la stampa. Anche se alla fine di questa nuova proposta di legge bavaglio - come ci si augura - non se ne facesse niente, comunque rimarrebbe il nuovo atto di initimadazione nei confronti di chi ha il compito di scrivere, informare, spiegare. La legge sulla diffamazione puntava molto in alto, prevedendo addirittura il carcere. Adesso tutto è stato ridimensionato, ma restano proposte come quella di multe fino a 50.000 euro per i giornalisti accusati e riconosciuti colpevoli di diffamazione, con conseguente negazione dei contributi pubblici per l'editoria per l'editore che controlla la testata per cui scrive il cronista punito per diffamazione . Ma il provvedimento non riguarda solo la stampa, che pure continua a essere nel mirino dei legislatori della democratica repubblica: alcuni emendamenti al testo, al vaglio dei rami del Parlamento, se approvati potrebbero imporre a blog, enciclopedie multimediali e portali on-line la rettifica o la cancellazione di contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine o della propria privacy, e prevedere la condanna a sanzioni pecuniarie fino a 100.000 euro in caso di mancata rimozione. Siti come Wikipedia o non-ciclopedia, tanto per citarne alcuni a mo' di esempio, finirebbero nel mirino della censura. Non-ciclopedia è già stato al centro di un caso di chiusura per diffamazione, anche senza un progetto di legge controverso come questo che se approvato rappresenterebbe un grave minaccia anche alla satira. Un'altra volta si vuole mettere il bavaglio. Il giornalismo cattivo, brutale, non professionale, si sanziona da solo: ci sono la sospensione dall'albo, la radiazione, c'è soprattutto un organismo indipendente che in nome di questa sua stessa indipendenza si autoregola, si autodisciplina, si auto-punisce (lo stesso Sallusti, va ricordato, nel 2011 venne sospeso dall'ordine dei giornalisti della Lombardia per aver fatto collaborare un giornalista radiato dall'albo). E poi c'è il diritto, quello sacrosanto, di far valere i propri diritti. Le denuncie per diffamazione sono sempre state una possibilità. Adesso l'inasprimento esagerato (e ingiustificato) delle pene rappresenta una novità, un'innovazione. Come questo cambiamento della destra che prima - quando Sallusti creava e conduceva la macchina del fango - applaudiva il grande giornalista, solo depositario della libera informazione e unico vero interprete della professione, e che invece adesso - con Sallusti condannato al carcere - difende, giustamente ma in modo sbagliato, il condannato riconosciuto colpevole delle sue malefatte. Questo cambiamento, in realtà, non cambia niente: resta un atteggiamento pericolosamente ostile nei confronti della scrittura che non fa bene a nessuno.
Monday, 29 October 2012
Nuova legge bavaglio, altolà Pd e Udc
"Non faremo passare quel testo". Ma il Pdl insiste per approvare la cosidetta legge salva-Sallusti: "È la direzione giusta". L'allarme della Fnsi. Il democratico Chiti che aveva sottoscritto il ddl con Gasparri vuole ritirare la firma.
di Annalisa Cuzzocrea (da repubblica.it)
La legge che doveva salvare dal carcere Alessandro Sallusti, e rischia di inguaiare in suo nome tutta la libera stampa, comincia a diventare un affare imbarazzante. I primi firmatari sono i senatori Vannino Chiti e Maurizio Gasparri: doveva essere un impegno bipartisan, quello di eliminare la possibilità del carcere come pena per la diffamazione. Oggi, però, quella legge Chiti non la riconosce più. E Pd e Udc si dicono pronti a frenare qualsiasi strisciante tentativo di censura.
"Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma", dice Chiti. Il senatore pd spiega che il suo primo obiettivo era eliminare il carcere. E che aveva poi previsto, per ragioni motivate, un obbligo di rettifica da parte del giornale con lo stesso spazio e lo stesso rilievo della notizia. Questo però doveva servire a bloccare il procedimento penale. Sulle pene, si era pensato a un massimo di 50mila euro. E per il web, il tutto avrebbe dovuto riguardare solo i giornali online, non i singoli blog.
Nelle mani della commissione giustizia, "a forte maggioranza di centrodestra", le cose sono cambiate. "Si rischia di fare una legge puramente sanzionatoria. Se è così meglio fermarsi, limitarsi a eliminare il carcere, e lasciare che sia un Parlamento più sereno a occuparsi del resto". Chiti non fa parte della commissione Giustizia, dove invece la vicenda è seguita da vicino dall'ex pm Felice Casson. Suo uno degli emendamenti che prevede che il giornalista "recidivo" nella diffamazione sia interdetto per un periodo da uno a tre anni.
(continua a leggere)
| L'Aula del Senato. foto: repubblica.it |
La legge che doveva salvare dal carcere Alessandro Sallusti, e rischia di inguaiare in suo nome tutta la libera stampa, comincia a diventare un affare imbarazzante. I primi firmatari sono i senatori Vannino Chiti e Maurizio Gasparri: doveva essere un impegno bipartisan, quello di eliminare la possibilità del carcere come pena per la diffamazione. Oggi, però, quella legge Chiti non la riconosce più. E Pd e Udc si dicono pronti a frenare qualsiasi strisciante tentativo di censura.
"Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma", dice Chiti. Il senatore pd spiega che il suo primo obiettivo era eliminare il carcere. E che aveva poi previsto, per ragioni motivate, un obbligo di rettifica da parte del giornale con lo stesso spazio e lo stesso rilievo della notizia. Questo però doveva servire a bloccare il procedimento penale. Sulle pene, si era pensato a un massimo di 50mila euro. E per il web, il tutto avrebbe dovuto riguardare solo i giornali online, non i singoli blog.
Nelle mani della commissione giustizia, "a forte maggioranza di centrodestra", le cose sono cambiate. "Si rischia di fare una legge puramente sanzionatoria. Se è così meglio fermarsi, limitarsi a eliminare il carcere, e lasciare che sia un Parlamento più sereno a occuparsi del resto". Chiti non fa parte della commissione Giustizia, dove invece la vicenda è seguita da vicino dall'ex pm Felice Casson. Suo uno degli emendamenti che prevede che il giornalista "recidivo" nella diffamazione sia interdetto per un periodo da uno a tre anni.
(continua a leggere)
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