Thursday, 10 September 2009

Guida delle compagnie petrolifere (ES-I)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali.
di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio


ESSO: nome e marchio commerciale internazionale usato da ExxonMobil (vedi ExxonMobil). Il marchio è presente anche in alcuni stati degli Stati Uniti quali Pennsylvania, Delaware, Arkansas, Tennessee, e Louisiana. Presente anche in Europa. Capita di vedere il marchio nella versione con il simbolo del dollaro statunitense al posto delle 'S'.

EXXONMOBIL: è nata nel 1999 dalla fusione delle due compagnie petrolifere statunitensi Exxon e Mobil, entrambe discendenti dalla Standard Oil, il colosso di John D. Rockefeller fondato nel 1870 e scorporato, nel 1911, in seguito alla sentenza della Corte Suprema, in 34 imprese indipendenti. Due di queste imprese indipendenti erano proprio la Standard Oil Company of New Jersey (diventata poi Exxon) e la Standard Oil Company of New York (successivamente Mobil). L’accordo raggiunto tra le società in questione rappresenta un unicum nella storia del petrolio in America, perché ha riunito due delle compagnie del cartello che, quasi un secolo prima, un provvedimento dell’Antitrust aveva abolito. Sotto la presidenza di Lee Raymond, il gruppo, che detiene la maggior quantità di riserve globali di petrolio, ha conosciuto un rapido sviluppo, distinguendosi per una gestione finanziaria efficace e prudente. Il nuovo presidente, Rex Teillerson (nominato nel febbraio 2004), sembra seguire la rigorosa linea del suo predecessore, volta a mantenere alta la reputazione della più grande società petrolifera degli Stati Uniti. Fa parte delle sei "supermajor" del mondo insieme a Royal Dutch Shell, BP, Chevron, ConocoPhillips e Total, ed è la prima compagnia al mondo per riserve di petrolio.

INOC: L’Iraq National Oil Company è la società fondata, nel 1966, dal governo iracheno, per potenziare l’industria petrolifera nazionale, soprattutto nell’estrazione del greggio, dato che il processo di raffinazione era già condotto dall’Oil Refineries Administration (1952) ed il trasporto locale era stato affidato ad altre aziende statali. Per ricostruire la storia di questa compagnia, bisogna tornare indietro nel tempo fino al 1912, quando fu costituita la Turkish Petroleum Company, impresa controllata per il 50% dalla Banca nazionale turca (due anni dopo questa quota azionaria sarà detenuta dall’Anglo-Persian Oil), per il 25% dalla Deutsche Bank e l’altro 25% dalla Royal Dutch Shell.
Nel 1925, la Turkish Petroleum Company ottenne la concessione petrolifera in Iraq e, tre anni dopo, concluse il "Red Lines Agreement” con la Near East Development Company, per condurre in joint-venture le attività di esplorazione. Nel 1929, la Turkish Petroleum Company cambiò il proprio nome in Iraq Petroleum Company e continuò a mantenere il controllo sul petrolio iracheno fino al 1966. Fu proprio in quell’anno che il governo iracheno decise di optare per la nazionalizzazione della società (completata nel 1972, con la nascita definitiva dell’’Iraq National Oil Company) e di consolidarne l’operato attraverso l’”Iraq-Soviet Protocol” (1967), un accordo di cooperazione tecnica con l’URSS.
La compagnia ha dovuto affrontare gli ostacoli che la prima e la seconda Guerra del Golfo hanno posto alla commercializzazione del petrolio iracheno. Il 6 agosto 1990, con la risoluzione n. 660, le Nazioni Unite imposero un embargo totale sul petrolio iracheno. Il Paese restò fuori dal mercato mondiale del petrolio sino alla fine del 1996, riducendo la produzione fino al 20% del suo potenziale e mantenendo un modesto livello di esportazioni, sotto forma di contrabbando, verso le vicine Giordania e Turchia. Nel dicembre 1996, Saddam Hussein accetta il programma ONU conosciuto come “Oil-for-food”, che consentiva al paese di esportare petrolio per due miliardi di dollari nell’arco di sei mesi ed attribuiva a una Commissione delle Nazioni Unite la gestione dei ricavi, da impiegare per l’acquisto di medicine e cibo a favore della popolazione irachena. Infine, solo con la risoluzione n. 1284 del 1999 fu eliminato ogni vincolo all’esportazione del greggio iracheno. A tracciare il cammino futuro dell’Iraq National Oil Company concorrerà la proposta di legge, conosciuta come “Iraq Oil Law”, approvata dal Gabinetto iracheno nel febbraio 2007 e sottoposta al vaglio del Consiglio iracheno dei rappresentanti nel maggio 2007. Tale disegno legislativo prevede, infatti, un “Production Share Agreement”, che attribuirebbe alla società statale la completa gestione di 17 degli 80 giacimenti petroliferi e lascerebbe i restanti 2/3 dei siti, scoperti o ancora da scoprire, sotto il controllo delle compagnie multinazionali.

Wednesday, 9 September 2009

Guida delle compagnie petrolifere (CO-E)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali.
di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio


CONOCOPHILLIPS: compagnia statunitense operante nel settore petrolifero e del gas, nata il 30 agosto 2002 dalla fusione tra Conoco Inc. e Phillips Petroleum Company. Ha sede legale a Houston, in Texas, mentre la sua filiale canadese, ConocoPhillips Canada, si trova a Calgary, Alberta. La Conoco Inc (Continental Oil and Transportation Company) nacque nel 1875 in Ogden (Utah) e ben presto divenne un'impresa di fama internazionale. L'altra società fusa nel gruppo, la Phillips Petroleum Company, fu fondata nel 1917 a Bartlesville (Oklahoma). Era specializzata nel comparto petrolifero. Oggi la ConocoPhillips è la quinta compagnia privata al mondo, e fa parte delle sei "supermajor" insieme ad ExxonMobil, Royal Dutch Shell, BP, Chevron e Total.

EGPC: l’Egyptian General Petroleum Corporation è la compagnia statale egiziana. Fondata nel 1956 come General Corporation of Petroleum Affairs, era posta sotto la supervisione del ministero dell’industria egiziano. Considerata la crescente importanza che il greggio stava assumendo per la crescita economica del paese, la compagnia iniziò ad espandere progressivamente la propria attività, sia controllando diverse aziende egiziane del settore sia entrando in partnership con le compagnie multinazionali. Di fronte a questa trasformazione ed in virtù dell’ampliamento del proprio business, nel 1976 la società venne denominata Egyptian General Petroleum Corporation, la prima holding costituita in Egitto.

ENI: acronimo di Ente Nazionale Idrocarburi, è una società per azioni (ex ente pubblico) creata dallo Stato italiano nel 1953, inizialmente presieduta da Enrico Mattei e privatizzata in maggioranza in cinque fasi, dal 1995 al 2001. Lo Stato italiano conserva una quota minoritaria del capitale, circa il 38%, detenendo comunque il controllo effettivo della società. E' attiva nei settori del petrolio, del gas naturale, della petrolchimica, della produzione d’energia elettrica e dell’ingegneria. È presente in circa 70 paesi e impiega più di 73.000 dipendenti. È quotata alla Borsa di Milano e al New York stock exchange (NYSE). Tre i rami principali della compagnia: esplorazione e ricerca, gas ed energia, raffinazione e vendita. Eni ricerca e produce idrocarburi in Italia, Africa Settentrionale, Africa Occidentale, mar del Nord, golfo del Messico, Australia ed in aree ad alto potenziale, come il mar Caspio, il Medio e l’Estremo Oriente, l’India e l’Alaska. La compagnia opera nelle attività di approvvigionamento, trasporto, rigassificazione, distribuzione e vendita del gas naturale. EniPower produce, invece, energia elettrica in Italia, nelle centrali elettriche di Ferrera Erbognone, Ravenna, Livorno, Taranto, Mantova, Brindisi e Ferrara, con una potenza installata, al 31 dicembre 2006, di 4,9 gigawatt.
Ancora, Eni è il primo operatore nel settore della raffinazione in Italia. Nella distribuzione di prodotti petroliferi è leader nel mercato italiano con il marchio Agip – Azienda generale italiana petroli - e vanta importanti posizioni in vari paesi d’Europa. Oggi è uno dei giganti del settore e svolge un ruolo importante nello scenario energetico globale. In Nigeria è stata accusata di tangenti e corruzione.

Guida delle compagnie petrolifere (A-C)

Petrolio in ogni continente, con compagnie che trivellano da oltre un secolo e che continueranno a farlo per molto tempo. Questo, in sintesi, il quadro dell'industria petrolifera, che sul mercato vanta la presenza di più Paesi e più soggetti operanti. Ecco, dalla A alla Z, la guida le principali compagnie petrolifere internazionali.
di Ugo Guarnacci ed Emiliano Biaggio



ABU DHABI NATIONAL OIL COMPANY: è la compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi, il più grande dei sette Stati che formano gli Emirati Arabi Uniti. Creata nel 1971, la società gestisce il 90% dei circa 100 miliardi di barili delle riserve emiratine di greggio ed ha sviluppato una complessa struttura organizzativa, che le consente di operare nelle diversi fasi della produzione di petrolio: dall’esplorazione alla perforazione, dall’estrazione alla raffinazione, fino al trasporto. Nel 1998 ha iniziato a investire anche nei comparti del gas, della petrolchimica e nella fornitura di elettricità, sia per il consumo civile sia per la desalinizzazione dell’acqua. La politica petrolifera della holding viene definita nell’osservanza e nel rispetto dei parametri e delle linee guida prefissati dal Consiglio Supremo del Petrolio degli Emirati Arabi Uniti, diretto da Khalifa Bin Zayed Al Nahyan, Presidente di Abu Dhabi.

BP: la British Petroleum è una società del Regno Unito affermatasi, nel tempo, come uno dei maggiori attori mondiali nel settore del petrolio e del gas naturale. Con sede legale a Londra, la BP è nata dalla fusione, avvenuta nel 1998, tra la British Petroleum e la Amoco (acronimo di American Oil Company), formando la BP Amoco. Nonostante fosse stata formalmente presentata come una fusione, l’operazione finanziaria venne considerata, piuttosto, un acquisto della Amoco da parte della British Petroleum, tanto che la parola "Amoco" venne rimossa dal nome della società già dopo pochi anni. Le prime tracce della compagnia risalgono al 1901, quando un uomo d’affari irlandese, William Knox D’Arcy, riuscì ad ottenere dallo Shah di Persia una concessione esclusiva, della durata di sessant’anni, per cercare e sfruttare il petrolio. Il greggio fu trovato nel 1908 e tale scoperta - la prima scoperta commercialmente significativa nel Medio Oriente - portò alla costituzione, nel 1909, dell’Anglo-Persian Oil. Il governo britannico non si sentiva sollevato al pensiero che il petrolio persiano fosse nelle mani di una società privata, anche se nazionale, soprattutto perché la Persia era assai vulnerabile di fronte alle mire di penetrazione di potenze straniere concorrenti. Tali timori spinsero Churchill a proporre l’acquisizione del 51% dell’Anglo-Persian Oil e la sua proposta venne approvata dal parlamento britannico il 17 giugno 1914, proprio quando, durante il primo conflitto mondiale, la compagnia era diventata la maggior fornitrice di carburante della Marina Reale. Quando, nel 1936, la Persia fu ribattezzata Iran, l’Anglo-Persian Oil Company diventò Anglo-Iranian Oil Company. Nel 1954, la società cambiò nuovamente nome in British Petroleum Company e continuò ad operare in Iran con una compartecipazione al 40% in un consorzio di compagnie occidentali – l’Iranian Consortium – fino al 1979. Con la salita al potere dell’Ayatollah Khomeini, la British Petroleum perse ogni diritto contrattuale precedentemente acquisito sul territorio iraniano. L’immagine della BP come una delle imprese leader nel settore energetico è stata offuscata dalla controversa questione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, in cui fu criticata per la violazione dei diritti umani e per non aver rispettato gli standard ambientali. Fa parte delle sei "supermajor" mondiali insieme a ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, ConocoPhillips e Total.

CHEVRON: è una società statunitense nata dalla Standard Oil of California (Socal), impresa costituitasi, a sua volta, nel 1911, dopo la dissoluzione del trust Standard Oil. Con sede centrale a San Ramon, in California, è attiva in più di 180 paesi, tanto da essere considerata una delle "supermajor" che operano nel settore petrolifero a livello mondiale. Da segnalare che la Standard Oil of California venne inserita nel gruppo delle “Sette Sorelle”. Nel 1933 Socal ottiene dal governo dell’Arabia Saudita i diritti per una concessione, della durata di sessant’anni, per l’esplorazione della provincia orientale dell’Al-Hasa. Dovendo sostenere costi ingenti per l’avvio delle operazioni di ricerca del greggio in un luogo inospitale come il deserto arabo, nel 1934 cede il 50% dell’impresa saudita a un nuovo socio, la Texas Oil Company, e trasferisce la restante parte della concessione petrolifera ad una controllata di sua proprietà, la California Arab Standard Oil Company. Quest'ultima compagnia sarebbe poi diventata la diretta antesignana dell’Arabian American Oil Company, fondata nel 1944, nazionalizzata dal governo di Riad nel 1988 e divenuta, poi, Saudi Arabian Oil Company (Saudi Aramco). Dal 1984, la Socal è conosciuta come Chevron Corporation: dopo tutta una serie di acquisizioni si consolida e si afferma a livello globale. Nel 2001 si fonde con Texaco, e fino al 2005 assume il nome ChevronTexaco. Quindi tornare alla denominazione Chevron Corporation. Fa parte delle sei "supermajor" mondiali insieme a ExxonMobil, Royal Dutch Shell, BP, ConocoPhillips e Total.

Tuesday, 8 September 2009

______________ R esistenza __________

Resistenza e democrazia.

di Massimo Rendina (presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

A oltre sessant’anni dall’inizio della Guerra di Liberazione sorgono spontanei molti interrogativi, primo fra tutti quello sui valori espressi dalla Resistenza: se - una volta trasferiti nella Carta Costituzionale entrata in vigore nel gennaio del 1948 - questi valori, da allora a oggi, abbiano realmente prodotto una democrazia avanzata, tale da soddisfare, non solo nei propositi, ma nei fatti, la generalità dei cittadini della Repubblica. Domande nascono anche dalle trasformazioni culturali intervenute nel corpo sociale dal 1945 ad oggi, e specialmente in questi ultimi tempi. Oggi si vuole riabilitare il peggior fascismo, quello collaborazionista coi nazisti successivo all'8 settembre 1943. Oggi c'è un'idea generale di un fascismo migliore di quello che realmente è stato, non si conoscono le cifre esatte. La diffusione di queste ideologie è dovuta principalmente alla non conoscenza della storia. I giovani d'oggi hanno perso la memoria dell'Italia. Per questo necessaria appare specialmente la riflessione da compiere assieme ai giovani spesso estraniati - anche a causa delle carenze informative e propedeutiche della famiglia, della scuola, degli stessi partiti - dalla conoscenza di un itinerario politico e culturale, condizione indispensabile alla formazione in ciascuno di un’autonoma coscienza critica, per capire, attraverso il passato, il presente, e influire sulla determinazione del futuro. Pigrizia, desiderio di dimenticare lutti, disgrazie, rovine, il goffo propositodi stendere un velo su un conflitto impropriamente qualificato guerra civile, queste e altre, le ragioni di tale rimozione storica? Proposito di rivalsa del neofascismo che abusa delle libertà democratiche? Incapacità, lassismo da parte delle forze di polizia nel fare rispettare la legge?
Siamo entrati in una situazione simile, siamo in presenza di analoghe convergenze da farci temere l’imporsi di un nuovo fascismo? C’è, nel nostro paese un substrato culturale, ideologico ed emotivo paragonabili? O non si deve riconoscere che l’avventura fascista è irripetibile perché la conflittualità sociale non è la stessa, né lo è la struttura statuale e sociale, ma soprattutto perché il popolo italiano ha acquisito una forte coscienza democratica che già negli "anni di piombo" gli fece respingere le tentazioni eversive, di destra e di sinistra, riconoscere la matrice anarco fascista e delinquenziale degli estremisti dei vari gruppi neofascisti, isolare e condannare sino ad estinguerle le Brigate rosse? La questione é un’altra, ed è prioritaria rispetto ad ogni logico rifiuto di credere possibile l’affermazione del neofascismo e del neonazismo. Riguarda le cause di inquinamento della democrazia, di inceppo al suo determinarsi ed evolversi, molte delle quali si ritrovano, appunto, all’origine del fascismo. Ed ecco l’urgenza di riproporci il quesito di fondo. La Resistenza ci ha trasmesso valori che sono stati trascurati, elusi, ma che ripresi e riproposti alla società civile ci consentirebbero di uscire dalla crisi che investe la democrazia in ogni suo dispiegarsi, statuale e di convivenza comunitaria? Dobbiamo restituire il vero significato a parole ora abusate, come «libertà», e affermare una reale coscienza democratica.
Nella Resistenza, specie nei momenti decisivi, si assistette alla confluenza degli sforzi e ognuno portò il contributo della propria particolare ideologia e visione del mondo: i comunisti la dura volontà combattiva e l’esperienza internazionale, i sociaNormali il peso e l’autorità di una tradizione antica di lotte per il progresso e per la pace,gli azionisti il fervore intellettuale e il repubblicanesimo intransigente, i cattolici la sincera ansietà d’un riscatto morale-religioso, i liberali o coloro che erano veramente tali, il richiamo a quell’“Italietta” tanto seria e onesta di fronte alla corruzione dello Stato fascista. Perché nonostante tante differenze sul piano politico, sia nel C.L.N. che tra le formazioni partigiane, ci fu il superamento di divergenze anche notevoli, di diffidenze e attriti, in nome di un’unità di intenti e di decisioni sempre privilegiata e praticata? Perchè preminente era senza dubbio condurre nel modo più efficace la guerra al nazifascismo, ma nasceva e si rafforzava, col confronto di idee e proposte, la coscienza del dialogo, delle mediazioni come pratica politica, per trovare soluzioni comuni. Per questo si può parlare del C.L.N. come di un governo non solo antifascista ma democratico. Nella Resistenza c’erano dunque, anche se imprecisati, valori democratici che solo la partecipazione popolare poteva esprimere, come scrive Riccardo Lombardi: "La Resistenza assolse un compito enorme creando le basi di una democrazia, permettendo a milioni di uomini e di donne che erano stati indottrinati dal fascismo di assumere le loro responsabilità e di partecipare per la prima volta alla vera vita del loro paese... La partecipazione popolare attiva o passiva, diretta o indiretta, questa è la democrazia".
Di fronte alla crisi profonda che attraversa il nostro paese non sono sufficienti le nuove norme istituzionali. Occorre soprattutto che la ragione vinca sulle spinte qualunquistiche e demagogiche, sugli egoismi separatisti, che insidiano il processo democratico, che i partiti riassumano il ruolo dovuto, di interpretazione della volontà popolare, di mediazione tra cittadini e istituzioni, non protesi a gestire, anche arbitrariamente, ogni forma di potere; consentendo perciò anche l’adeguata presenza delle rappresentanze di cittadini, specialmente nei governi locali, espressione delle nuove articolazioni della società. Accanto all’adozione di nuove regole statuali, un "supplemento d’anima" che richiami i valori resistenziali, quanto libertà individuali, solidarietà e convivenza civile, rivolti alla crescita democratica va invocato per accomunare tutti i cittadini nell’affrontare i mali, e sono tanti, che affliggono la comunitā internazionale e, con risvolti preoccupanti, la nostra.

Monday, 7 September 2009

Perù, tornano le trivelle

Le leyes de la selva sembravano destinate all'abrogazione, ma adesso ritornano prepotentemente. Colpa delle corporations del petrolio, disposte a tutto per il cercare l'oro nero sotto la foresta amazzonica.

di Emiliano Biaggio

Sembrava che il peggio fosse passato, e invece torna a farsi sentire la minaccia delle trivelle sull'Amazzonia peruviana: gli anglo-francesi di Perenco sono pronti ad investire due miliardi di dollari in prospezioni, le indagini del sottosuolo. Obiettivo, vedere se ci sono giacimenti all'interno del così detto 'Lotto 67', un'area remota della foresta amazzonica peruviana, raggiungibile solo attraverso il fiume Napo, un emissario del Rio delle Amazzoni, ed abitata da una delle tribù dei Popoli Incontattati, nonostante la Perenco si ostini a negarne l'esistenza. L'Aidesep, l'organizzazione che riunisce gli indiani dell'Amazzonia peruviana, si oppone al progetto, e per questo - fa sapere Survival international, l'organizzazione per la tutela dei popoli indigeni - ha presentato un «appello urgente» alla Corte costituzionale del paese per impedire lo sfruttamento petrolifero.
Attraverso i decreti 1090 e 1064 - conosciuti anche leyes de la selva, che regolano l’uso e lo sfruttamento delle risorse idriche e naturali - nel 2007 e nel 2008 il presidente peruviano Alan Garcia Perez aveva dato il via libera allo d un maggiore sfruttamento minerario del territorio. In particolare è prevista la cessione di circa il 70% della foresta amazzonica alle compagnie petrolifere straniere Perenco (anglo-francese), PlusPetrol (argentina), Petrolifera (canadese), Repsol (spagnola) e Petrobras (brasiliana), che si sono accaparrate ampi tratti di foresta. Provvedimenti contestati dai popoli nativi - perché ritenuti lesivi dei loro diritti - che hanno scatenato violente proteste, con scontri tra indios e forze dell'ordine. Alla fine lo scorso giugno si contarono 33 morti (anche se gli indigeni sostengono il numero sia più elevato di quello fornito dal governo di Lima) e presa in ostaggio di 38 poliziotti. L'eco dei disordini aveva indotto il primo ministro, Yehude Simon, a presentare al parlamento la proposta di abrogazione dei decreti 1090 e 1064. Adesso però, l'ombra delle trivelle torna a farsi vedere. Presentato immediatamente il ricorso, che vede coinvolto anche la società spagnola Repsol-Ypf, che sta esplorando nella stessa area.
«È vergognoso che gli indiani del Perù debbano rivolgersi al tribunale per farsi ascoltare dalla Perenco e dal governo», ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. «Dopo la tragedia di Bagua, le autorita' promisero che avrebbero consultato i popoli indigeni prima di procedere con i loro enormi progetti, ma ancora una volta- ha concluso- vanno avanti contro il volere della popolazione locale».

Enjoint yourself


Finalmente on-line Enjoint yourself, la raccolta di mail spedite dai Paesi Bassi nel corso di un Erasmus inenarrabile. O meglio, narrato in modo del tutto originale attraverso resoconti in "presa diretta" delle peripezzie e, soprattutto, delle peripazzie vissute. Ultimo in data di pubblicazione on-line, trattasi invece dell'opera "prima", risalente al 2006. Qui di fianco la copertina, che però non sarà nel file formato pdf che troverete cliccando nella sezione 'Scritti' alla voce Enjoint yourself oppure cliccando qui. Chiunque fosse interessato a riceverla basta che lo richieda attraverso commento a questo o ad altri post.
Buona lettura.
Emiliano

Thursday, 3 September 2009

Escort e giornali, Berlusconi visto da fuori

di Emiliano Biaggio

«E'simbolico» che lo scandalo riguardande l'ex premier ceco, Mirek Topolanek, «abbia avuto luogo in Italia», perchè indica «la direzione verso cui sta andando la democrazia della Repubblica Ceca». In un modo o nell'altro l'Italia riesce a far parlare di sè su tutta la stampa estera, anche solo come termine di paragone. Modello non certo di riferimento per gli organi di informazione della Repubblica ceca, che fa del nostro Paese un esempio da non seguire. Infatti, scrive il quotidiano telematico Aktuálně.cz, «sebbene l'Unione europea sia composta da stati democratici, esistone grandi differenze» tra i vari stati. «La democrazia italiana è una categoria a sè stante. Con la sua corruzione, l'interconnessione tra affari e politica, la sua decadenza di cultura politica, con le sue infiltrazioni mafiose nelle sfere ufficiali, l'Italia rimane uno stato parallelo». Per questo «sarebbe logico per la democrazia della Repubblica ceca seguire un percorso evolutivo come quello dell'Austria, ma sfortunatamente i politici cechi preferiscono la versione italiana». Giudizi non teneri nei confronti del nostro Paese, dipinto come corrotto e mafioso. Giudizi frutto delle impressioni che circolano oltre confine da anni, e solo negli ultimi tempi rinvigorite dalle "sortite" del nostro premier. L'eco dello scandalo escort si sente ancora, anche grazie allo stesso Berlusconi, che in Italia ha già querelato l'Unità, la Repubblica e fuori dall'Italia Le Nouvel observatour. Inutile dire come l'abbia presa la stampa estera: «Silvio Berlusconi vuole imbavagliare la stampa», titola Le Monde, «La patologia paranoica di Berlusconi si estende oltre i confini nazionali», scrive il Daily telegraph. «Silvio Berlusconi continua nella sua campagna d'autunno contro la stampa critica», si legge su El Pais. Da ovest a est d'Europa e fin oltre la Manica, l'Italia di Berlusconi raccoglie critiche e sberleffi. E si erge sempre più a modello perdente.

Wednesday, 2 September 2009

Addio a Teresa Strada, madre di Emergency


Ha fondato Emergency, ne è stata presidente. Fino a ieri, quando un tumore l'ha portata via a 63 anni. Teresta Sarti Strada se ne va dopo due anni di malattia, e dopo 15 dedicati alla cura e al servizio degli altri. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto esprrimere «i sentimenti di cordoglio ai famigliari e a quanti ne hanno condiviso l'attività di solidarietà e apprezzato l'impegno per la pace a fianco di chi soffre nelle aree più tormentate del mondo». E oggi il mondo perde un'amica e un'alleata.
Così la ricordano su Emergency:

Dopo avere insieme condiviso per quindici anni il tempo dell'amicizia, del rispetto per la vita e per la sofferenza di tutti, dopo il lungo tempo di affetto, di speranze, di timore per la sua sorte personale, Emergency annuncia la morte della sua presidente Teresa Sarti Strada.

Con la stessa apertura e con la stessa semplicità che aveva voluto per la vita di Emergency, Teresa ha accettato anche in questi suoi ultimi giorni la vicinanza di tutti coloro che hanno voluto esserle accanto. La serenità consapevole con la quale è andata incontro alla conclusione del suo tempo ha espresso il coraggio e la determinazione che rappresentano la verità della nostra azione in un'attività che ha dato senso alla sua e alla nostra esistenza. La dolcezza del ricordo coincide per noi con il rinnovo del nostro impegno per la pace e per la solidarietà.

Tuesday, 1 September 2009

Danzica, 1˚ settembre 1939: la guerra al mondo di Hitler

Oggi il settantesimo anniversario dell’invasione nazista della Polonia, evento che diede inizio alla Seconda guerra mondiale. Il 1˚settembre 1939 le truppe di Hitler varcarono il confine stabilito al termine della Prima guerra mondiale per ricongiungere la «città libera» di Danzica alla «Madrepatria tedesca». Il 17 settembre anche l’Urss attaccò la Polonia. Il 1˚ottobre il Paese era completamente occupato e diviso in «sfere di influenza».

di Sergio Romano (dal Corriere della Sera)

Negli ultimi giorni, persino nelle ultime ore prima dell’inizio del conflitto, i governi e le diplomazie continuarono a comportarsi come se la pace fosse ancora possibile. I consigli dei ministri delle maggiori potenze europee tennero frenetiche riunioni straordinarie. Gli ambasciatori ricevettero concitati dispacci, chiesero udienza ai governi presso i quali erano accreditati, avanzarono proposte, suggerirono conferenze quadripartite come quella che un anno prima, a Monaco, aveva regalato all’Europa una pace breve e illusoria. A Londra, a Parigi, a Roma esistevano ancora persone che tentavano disperatamente di riannodare il filo spezzato dei rapporti tedesco-polacchi. Qualcuno, senza dubbio sarebbe stato pronto, come nell’incontro quadripartito di Monaco, a sfamare Hitler con un’altra libbra di carne. Era tutto inutile. Il primo ad accorgersi che i giochi erano fatti e che non vi sarebbero stati, per la diplomazia europea, «tempi supplementari», fu l’ambasciatore d’Italia a Berlino Bernardo Attolico. Tentò di convincere Ribbentrop a ricevere l’ambasciatore polacco ed ebbe il dubbio onore di una udienza con il Führer da cui ricevette il testo delle inaccettabili e umilianti proposte che la Germania aveva inviato alla Polonia. Tentò un’ultima carta e propose la mediazione dell’Italia. Ma Hitler, con falsa cortesia, disse che non voleva mettere il Duce in una situazione imbarazzante. Ma allora, chiese Attolico, «è tutto finito?». La risposta fu, freddamente, «sì». Che la guerra fosse stata decisa da tempo e destinata a scoppiare nella notte fra il 31 agosto e il 1˚ settembre è dimostrato dagli incidenti che i tedeschi avevano minuziosamente inscenato per giustificare il conflitto. I più macabri e grotteschi furono quelli di Gleiwitz e Hohlinden, due cittadine tedesche a breve distanza dalla frontiera polacca. A Gleiwitz un drappello di SS in uniforme polacca entrò negli uffici della radio locale alle otto della sera del 31 agosto, rinchiuse gli addetti tedeschi nelle cantine e annunciò trionfalmente agli ascoltatori della piccola emittente, in polacco, che la stazione era stata «conquistata». Per dare un tocco di verità alla menzogna un altro drappello di SS portò sul luogo un cittadino polacco, da tempo prigioniero della Gestapo, e lo uccise. La polizia, più tardi, trovò altri due cadaveri che non furono mai identificati.
Nella sede della dogana di Hohlinden, più o meno alla stessa ora, andò in scena un copione ancora più sanguinoso. Quando la vicenda venne alla luce, durante i processi di Norimberga, i giudici appresero che l’edificio della dogana era stato «espugnato» da un altro drappello di SS in uniforme polacca. Distrussero l’edificio, spararono parecchie salve di proiettili e si lasciarono docilmente arrestare dalla polizia del Reich. Ma sul posto, dopo la farsa, cominciò la mattanza. Trasportati da un campo di concentramento, sei prigionieri dovettero recitare la parte delle vittime. Furono uccisi, gettati sul luogo del delitto, esposti ai flash dei fotografi e, perché nessuno potesse riconoscerli, sfigurati. Sembra, a onore del vero, che la Wehrmacht, pronta ad eseguire gli ordini del comando supremo e a entrare in territorio polacco, ignorasse di questi spudorati pretesti. La vera guerra, quella dei bollettini ufficiali cominciò alle quattro e quarantacinque del mattino del 1˚ settembre con le bordate di una nave di battaglia, la Schleswig Hollstein, contro la guarnigione polacca di Westerplatte, accanto a Danzica. I polacchi reagirono, difesero vigorosamente la cittadella di Gdynia, tentarono un contrattacco e, prima di soccombere, tennero in scacco i tedeschi per cinque giorni. Vi furono altri scontri e altre resistenze, ma la Wehrmacht e la Luftwaffe (come scrive Donald C. Watt in un bel libro sul 1939 pubblicato da Leonardo vent’anni fa) «avevano una schiacciante superiorità numerica in tutti gli elementi decisivi: negli uomini, negli armamenti, nell’addestramento e nella tattica; di fatto in tutto tranne che nel coraggio». La guerra sarebbe durata forse più a lungo se i polacchi, come scrive B.H. Liddel Hart nella sua Storia della Seconda guerra mondiale, avessero concentrato le loro forze dietro due grandi fiumi, la Vistola e il San. Ma la strategia di Varsavia fu dettata da una combinazione di considerazioni economiche ed errori politici. I polacchi volevano conservare il controllo delle miniere di carbone della Slesia, vicino alla frontiera tedesca, e credettero di poter contare sull’immediata assistenza militare della Francia e della Gran Bretagna. Non compresero che né Londra né Parigi erano allora in condizione di sguarnire il fronte occidentale. E non capirono soprattutto che la loro sorte era stata decisa a Mosca il 23 agosto quando Ribbentrop e Molotov, sotto lo sguardo benedicente di Stalin, avevano firmato il patto di non aggressione tedesco-sovietico. I polacchi ignoravano in quel momento che un protocollo segreto, firmato nelle stesse ore, prevedeva la spartizione del loro Paese. Ma non potevano ignorare che l’Urss aveva dato alla Germania, con il patto di non aggressione, una formale «licenza di uccidere».
A Roma il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano trascorse l’intera giornata del 31 agosto nel tentativo di organizzare una nuova conferenza quadripartita. Parlò al telefono con Attolico e ricevette gli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna. Quando informò Mussolini, verso le nove della sera, che ogni tentativo era stato inutile, questi ne rimase «impressionato» e disse: «È la guerra. Però domani faremo una dichiarazione in Gran Consiglio che noi non marciamo». Il giorno dopo, mentre in Polonia si combatteva, Ciano annotò nel suo diario: «Il Duce è calmo. Ormai ha preso la decisione del non intervento e la lotta che ha agitato il suo spirito durante queste ultime settimane è cessata». Vi fu un Consiglio dei ministri alle tre del pomeriggio durante il quale venne approvato l’ordine del giorno con cui l’Italia annunciava al mondo la sua «non belligeranza». Tutti i ministri, sembra, approvarono con un sospiro di sollievo e qualcuno disse a Ciano, abbracciandolo, che aveva «reso un gran servigio al Paese». Ancora più profondo fu il sospiro di sollievo degli italiani. Cominciò così un felice interludio durante il quale potemmo sperare che l’Italia non avrebbe commesso l’errore di gettarsi in una guerra che il suo popolo non desiderava e a cui le sue forze armate erano del tutto impreparate. L’interludio finì il 10 giugno 1940.