Sunday, 18 October 2009

Magari bella, ma comunque incompiuta: è la democrazia

Dall'Iran al Sudan tanti gli esempi dell'inefficacia dell'esempio di forma di governo dei paesi occidentali. Incapaci anche di vincere le sfide russa e birmana. E non solo.

di Emiliano Biaggio

Se un merito c'è stato, nell'aver combattuto la seconda guerra mondiale, è quello di aver spazzato via regimi autoritari e dittatoriali. Certo, in Paesi come Spagna o Unione Sovietica questi sarebbero scomparsi solo molto dopo la fine delle ostilità, eppure il risultato di quel conflitto fu una visione mondiale nuova, diversa: un visione democratica. Si stabilì che la democrazia dovesse essere l'imperativo del nuovo corso, perchè gli stati forti e autoritari avevano prodotto morti, miseria e distruzione. Eppure, prim'ancora della seconda ricostruzione,la democrazia - con l'esperienza fallita di Weimar - aveva già fatto sfoggio di sè. E Churchill non ci mise molto per descrivere la democrazia per quello che valeva realmente: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora». Insomma, vale per quello che vale. Quindi, non meravigliamoci se ancora oggi le dittature infestano il mondo e si mostrano in tutta la loro ferocia: il modello occidentale ha prodotto disuguaglianze e poco benessere; disoccupazione e false libertà; e un sistma di giustiza sempre pronto a non rispondere alla legge. Attenzione, perchè il terzo reich nacque da un sistema colpevole di non funzionare e portare all'esasperazione la popolazione, E anche oggi, democrazie e organismi internazionali - Nazioni Unite su tutte - stanno dimostrando tutti i propi limiti: e di questo si fanno forza quanti la democrazia non la vogliono nemmeno sperimentare. I regimi di oggi esibiscono i propri muscoli come segno di forza e di invulnerabilità. E di sfida. Ovunque. Al termine di un processo-farsa, la giunta militare birmana condanna a un anno e mezzo di arresti domiciliari San Suu Kyi e punisce con sette anni di lavori forzati l'americano che aveva osato incontrare il premio Nobel. In Cecenia, vengono ritrovati nella periferia di Grozny i cadaveri di due attivisti impegnati nella difesa dei diritti civili: le ultime vittime, dopo Anna Politkovskaya e Nataliya Estemirova, della catena di omicidi che ha colpito chiunque abbia denunciato gli orrori della repressione russa in Cecenia. In Iran i guardiani del presidente Ahmadinejad allestiscono via tv lo spettacolo raccapricciante di tribunali di regime in cui gli imputati, dopo essere stati torturati, sono costretti a confessare crimini mai commessi. Copia conforme dei processi staliniani degli anni Trenta, solo che allora il blocco orientale veniva contrastato, oggi invece si levano solo timidi balbettii di protesta delle cancellerie occidentali. Attenti, perchè Hitler approfittò di questa assenza di reazione. E proprio come lui, i dittatori moderni continuano nel loro gioco, perchè sanno di muoversi senza rischiare un' azione di contrasto, sanno che le sanzioni saranno rituali, dominate dall' impotenza, magniloquenti ma inutili. Sanno che un tribunale internazionale che spicca un mandato di cattura per il presidente sudanese Omar Hassan el Bashir, per poi vedere beffardamente disattese le sue indicazioni, diventa un monumento di ipocrisia, e un lasciapassare per tutti i dittatori che vogliono esibire i loro lugubri trofei contando su una certa impunità. In questo clima il venezuelano Chávez può minacciare l' introduzione del «reato mediatico» nel suo ordinamento. La Cina può incrementare il ritmo delle sue esecuzioni capitali a dispetto dell'attenzione del mondo. E, come accade in questi giorni, lo Yemen può emulare l' esempio degli amici iraniani, soffocando nel sangue di decine di vittime le ultime proteste. La comunità internazionale, dopo aver criticato per anni l'unilateralismo americano e la sua retorica dell' «esportazione della democrazia», si scopre adesso impotente e priva di un'alternativa credibile. Anche perchè Iraq e Afghanistan dimostrano come l'esportazione della democrazia non sia riuscita. Colpa forse del mercato?

Friday, 16 October 2009

Numeri

Più di 120 post, ma soprattutto più di 1.000 visite. Questo spazio dopo pochi mesi ha già dei numeri. Numeri che avrebbero potuto essere di altra grandezza se avessi pubblicizzato di più e meglio l'esistenza e l'attività di queste pagine. Ma il fatto è che Emiliano Biaggio nasce per caso, proprio come il suo creatore e gestore. Gli intenti iniziali erano ben diversi, tutti orientati al "passatempo". Poi però ci si fa prendere la mano, e si inizia a scrivere di cose serie - anche in modo ironico, talvolta - e non si riesce a smettere. Per fortuna. O almeno si spera. Finora le persone attente a quello che compare su questo angolo multimediale non sono molte, solo quattro (a proposito: grazie per l'attenzione e l'interessamento), ma perchè - ripeto - ancora non si sta pubblicizzando troppo Emiliano Biaggio. Questo il prossimo passo da compiere, tra un post e l'altro.
Si riparte da questi primi numeri, si continua sempre sulla stessa strada. Quale?
Emiliano Biaggio ha già preso una certa fisionomia, e quella punta a mantenere. Anche se saranno solo i prossimi post a mostrare e dire quali messaggi si vogliono dare a chi legge. Buona lettura.

Wednesday, 14 October 2009

Sulla libertà





Un semplice video per fermarsi a riflettere. La libertà deve essere conquistata? La realtà ci dice di sì. Sì, dobbiamo lottare per i nostri diritti. Ma, un momento: non siamo forse in democrazia? Non dovrebbe la democrazia garantire i nostri diritti e salvaguardare la nostra libertà? Evidentemente, se dobbiamo conquistarcela, qualcosa non funziona; forse democrazia e società occidentali non hanno raggiunto gli obiettivi che si erano dati. E' quindi tempo di pensare e riflettere. E lottare?.

Freedom has to be conquered? Reality says us it's true. Yes, we've to fight for our rights. But, wait a minure: aren't we in democracy? Shouldn't democracy guarantee our rights and preserve our freedom? Obviously, if we've forced to fight to get it, there's something wrong; maybe both democracy and western societies have missed purposes gave to themselves. I guess it should be time to think and reflect. Maybe fight?. (video: Bruno Bozzetto)

Monday, 12 October 2009

Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan?

Le miniere d'uranio? Il gasdotto trans-afgano? Il posizionamento geostrategico? O forse il controllo del narcotraffico?

di Enrico Piovesana (da Peacereporter).

Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan). Risorse troppo esigue per giustificare un'invasione militare costata finora, ai soli Stati Uniti, quasi 230 miliardi di dollari.
Molti in Afghanistan parlano di giacimenti di uranio nel deserto della provincia meridionale di Helmand, il cui controllo e sfruttamento sarebbe al centro di un'aspra contesa tra forze britanniche e statunitensi. Ma per ora questa storia non avuto alcuna conferma. (Leggi tutto)

Sunday, 11 October 2009

Sulla legalità

A proposito del Lodo Alfano... E non solo





(tratto da: Cantando dietro i paraventi, di Ermanno Olmi, 2003)

Nobel per la pace a Obama. Sorpresa? Non tanto

di Emiliano Biaggio

Barack Obama premio Nobel per la pace per «i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione dei popoli» e per «gli impegni che ha assunto nei confronti della riduzione degli armamenti». Insomma, premiato l'effetto Obama. La decisione di conferire il riconoscimento al presidente degli Stati Uniti - presa all'unanimità - ha colto di sopresa l'intero mondo, compresa la Casa Bianca, con uno sbigottito Robert Gibbs a commentare con uno «Wow» una notizia che nessuno attendeva a Washington. Come non la attendevano da nessun'altra parte. Perchè, sia chiaro, è vero che Obama ha dato chiari e netti segni di discontinuità - in politica interna come in politica internazionale - con la politica del suo predecessore George W. Bush, ma è anche vero che ad oggi risultati concreti il presidente Usa ne può contare pochi. In Medio Oriente ha dato prova di voler andare findo in fondo, ma anche Israele, che vuole continuare con la costruzione di colonie; l'Iran non sembra intenzionato a rinunciare al proprio programma nucleare; e in Afghanistan non intende andare via in tempi brevi, Come se non bastasse adesso si pone la questioone dei brogli, che potrebbe generare ulteriori disordini nel Paese enlla regione. L'unico gesto concreto è la rinuncia alla realizzazione de3llo scudo antimissile, cosa che ha pernesso una distensione con la Russia, Cosa di non poco conto, certo. Ma di risultati concreti su ltavolo ce ne sono pochi. Questo va detto, perchè qualcuno fa notare come non il Nobel non lo diedero a Gandhi, e quindi darlo a Obama? E allora perchè premiare Marti Athissari, l'inviato Onu incaricato di trovare una definizione della questione del Kosovo, risoltasi con l'indipendenza unilaterale dell'ex regione serba e la sconfitta della politica delle Nazioni Unite? Il punto è che - e la storia ce lo insegna - i cambiamenti non avvengono dall'oggi al domani, ma richiedono anni. E il rivoluzionario non è colui che porta a termine un processo di rinnovamento, ma colui che lo inizia. E Obama in tal senso ha iniziato a tracciare una rotta, a indicare una direzione: quella del dialogo, della mediazione, della politica del compromesso. Che poi, a ben guardare, è quella propria delle democrazia. In politica estera come - soprattutto - in quella interna Obama ha optato per scelte coraggiose, operando un avvio di un nuovo corso a tutto campo, per un nuovo modo di vedere e intendere il mondo. Il presidente degli Stati Uniti, lo ha detto più volte: intende tendere una mano al mondo. Adesso sta al mondo decidere se stringere questa mano. Sì, si premiano le intenzioni dell'uomo: e in tal senso il Nobel assume una certa rilevanza, perchè insignire Obama per «gli impegni che ha assunto nei confronti della riduzione degli armamenti» significa dire a Teheran che la rinuncia all'atomica e alle armi premia. Nessuno si aspettava il Nobel a Obama, ma forse nessuno si aspettava che Obama realmente si spendesse sin da subito in prima persona su più fronti. Lui, primo afro-americano nella storia degli Stati Uniti a ottenere la presidenza, quarto presidente Usa a ricevere il Nobel, il terzo in carica (Jimmy Carter lo ricevette quando aveva già terminato il mandato), vuole raggiungere altri importanti traguardi, dalla riforma del sistema sanitario alla pace in Medio Oriente. Lui ha dato prova di volerci provare. E allora, good luck, mister president!. And congratulations.

Saturday, 10 October 2009

Cisl e Siulp in piazza contro razzismo e governo

Bonanni: «integrazione e diritto di accoglienza», Romano: «governo promette e basta».

di Emiliano Biaggio.

Bandiere a strisce bianche e verdi - i colori della Cisl - insieme a bandiere con cerchi e stelle a circondare l'Italia - il simbolo del Siulp: Roma "colorata" da quanti hanno partecipato alla manifestazione che le due sigle sindacali hanno organizzato per promuovere sicurezza, legalità e integrazione. Metà piazza Navona - dalla fontana dei quattro fiumi del Bernini fino all'imbocco di via Agonale - "occupata" da lavoratori, immigrati, poliziotti, tutti insieme per «chiedere più sicurezza ma nel rispetto dell'integrazione e dei diritti di accoglienza», come spiega Raffaele Bonanni nel suo discorso ai presenti in piazza. Il leader della Cisl parla da un palco rivolto verso la chiesa di Sant'Agata, per guardare la folla assiepata sulla piazza certo, ma che si sporge appena verso la facciata di palazzo Madama, a cui dà le spalle. Quasi a voler dire "noi guardiamo altrove", perchè «loro dicono che gli immigrati provocano insicurezza: questo è un assioma falso e sbagliato che noi rifiutiamo. Il nostro slogan è 'pari impegni pari diritti'». Ma se dal palco il leader della Cisl critica, quello della Siulp, Felice Romano, attacca: «Dicevano che non avevamo benzina per far camminare le macchine, adesso ci hanno tolto anche le macchine». Sulla piazza si condividono gli stessi malumori, e tra le tante bandiere spuntano striscioni anti-governo: "L'integrazione non si fa con le ronde ma con le tavole rotonde", recita una scritta sospesa a mezz'aria da giovani di colore.
Nel frattempo i fischietti suonati dalla folla in piazza coprono il rumore del traffico, mentre il sole vince il maltempo e torna a splendere sulla Capitale. Tempo per fare due passi, clima per una passeggiata tra la folla. E allora ecco Dario Franceschini, segretario del Pd, che verso la fine della manifestazione arriva in Piazza Navona per stringere mani, parlare con giornalisti, leader sindacali (Bonanni e Romano) e intrattenersi con alcuni dei manifestanti: due ragazzi immigrati raccontano al leader del Pd la loro condizione lavorativa di precarietà, lui li ascolta e li rassicura. «Ha detto che ci pensa lui?», chiede un terzo immigrato ai compagni una volta che Franceschini ha finito di ascoltarli. Certo è che «bisogna lavorare per integrare chi vive da noi, paga le tasse, e arricchisce il nostro Paese», sottolinea il segretario del Pd. Che prima di andarsene trova il tempo di ammonire Berlusconi: «Credo che gli attacchi del capo del governo alle altre autorita' dello Stato debbano finire, e finire in fretta». Quindi Franceschini va via, Bonanni l'ha già preceduto, e anche i manifestanti sono sfilati via. Piazza Navona si è spogliata dei colori e delle bandiere, e la città è stata riconsegnata al brusio delle macchine. Si attarda solo Sergio D'Antoni, che riprende là dove Franceschini aveva terminato il suo intervento: le critiche al governo. L'esecutivo non c'è, sostiene D'Antoni. Lo dice pure la Siulp.

«Ci hanno tolto anche le macchine»

Il segretario generale del sindacato della Polizia attacca il governo: dall'esecutivo solo chiacchiere

di Emiliano Biaggio

«Siamo qui per lanciare un grido di allarme contro il governo, che a fronte di promesse mai mantenute ci offre solo nemici che non esistono e tagli indiscriminati a chi può combattere il crimine in questo Paese». È duro l'attacco di Felice Romano, segretario generale del Siulp, sindacato della Polizia. Dal palco di Piazza Navona, in occasione della manifestazione per la sicurezza, legalità e integrazione organizzata dalla Cisl, critica l'operato dell'esecutivo: «In campagna elettorale- ricorda- dicevano che le nostre macchine non potevano andare perchè non c'era la benzina. Adesso ci hanno tolto anche le macchine. Abbiamo chiesto strumenti per combattere la mafia e la risposta è stata il taglio delle intercettazioni».
Romano critica ancora la politica del governo in tema di sicurezza: «Abbiamo chiesto più strumenti e ci hanno dato le ronde. Una vergogna per questo Paese». Come se non bastasse, accusa Romano, «ci vogliono anche infangare finanziandoci con i soldi che rientrano con lo scudo fiscale, cioè proventi illeciti». Di fronte a tutto questo «noi diciamo no alle ronde e si alle forze di Polizia». Ma, conclude il segretario generale del Siulp bisogna dare sostegno alle forze dell'ordine perchè «ormai stiamo al collasso e il governo continua a fare promesse e nient'altro che promesse».

Sunday, 4 October 2009

Centosettant'anni fa, il treno

Il 3 ottobre 1839 veniva inaugurata la prima linea ferroviaria in Italia
di Emiliano Biaggio

Un tratto ferroviario breve, di appena 7,25 chilometri, ma estremamente importante perche' segna l'inizio dell'Italia su rotaie: e' la Napoli-Portici, prima linea ferroviaria del nostro paese, che ha compiuto 170 anni. Per l'occasione Ferrovie dello Stato ha allestito una mostra al Museo nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a Napoli, che ripropone il passato e gli albori delle ferrovie italiane attraverso documenti, divise e materiale dell'epoca. Inaugurata oggi, la mostra accogliera' curiosi e visitatori fino al 31 dicembre, tutti i giorni dal lunedi' al venerdi' dalla 8.30 alle 13.30. Un modo per conoscere e riscoprire la prima linea ferroviaria d'Italia, anche se Italia non era. Il 3 ottobre 1839 infatti, quando la linea venne inaugurata, a Napoli c'erano ancora i Borboni, e fu proprio la casa regnante nel Regno delle Sicilie a volerne la realizzazione. Nulla di strano, in fin dei conti nel nostro Paese le ferrovie sono state 'importate' e sviluppate da altri, basta pensare che a dotare Roma di linee ferroviarie fu lo Stato pontificio, che prima fece realizzare la Roma-Frascati (1856) e poi la Roma-Velletri (1863). Ma certo con la Napoli-Portici la penisola di dotava di un mezzo di trasporto per i tempi innovativo e rivoluzionario, che poneva - allora - il Mezzogiorno all'avanguardia: la prima linea ferrovia del mondo fu infatti realizzata nel 1825 per unire Stockton a DarlinĄgton, in una Gran Bretagna che godeva del vantaggio di aver vissuto una rivoluzione industriale che l'Europa continentale ancora non aveva conosciuto.
La linea ferroviaria che uni', e tuttora unisce, Napoli e Portici e' dunque forse la prima grande opera che il sud Italia abbia avuto, oltre che il primo tassello di una rete nazionale che da li' in poi si sarebbe sviluppata sempre piu', insieme all'industria del settore, che inizia la sua produzione proprio a Portici. Qui nel 1842 Ferdinando II di Borbone ordina la conversione di uno stabilimento di produzione di cannoni, che inizia a costruire locomotive e ad assemblare materiale rotabile. Da allora l'Italia, quella 'da fare' e poi quella 'fatta', non si e' piu' fermata, e oggi celebra i suoi 170 anni di ferrovia.

Thursday, 1 October 2009

«L'Unione europea è molto debole»

Clini: vive una situazione di contraddizione interna, e anche le strategie sul clima lo dimostrano

di Emiliano Biaggio

«L'Europa ha una posizione che appare molto debole», e questo perchè l'Ue vive una «contraddizione in termini, sia politici che economici». Parola di Corrado Clini, segretario generale del ministero dell'Ambiente, secondo cui l'Europa dei 27 si trova di fronte ad «un nodo da sciogliere», ma che viceversa «non sta affrontando». Tutto questo non va a beneficio dell'Unione europea, che perde di credibilità ed incisività a livello internazionale e in sede decisionale. Un banco di prova, in tal senso, sarà rappresentato dai prossimi negoziati sul clima di Copenhagen, che a detta di Clini «difficilmente porteranno a risultati concreti». Questo perchè neanche sui temi climatici l'Europa riesce a parlare in modo univoco, vero è che «l'Unione europea punta sulle fonti rinnovabili e su un modello nuovo, mentre gli stati membri vogliono la continuità del sistema attuale». E questo è solo uno dei tanti esempi di debolezza dell'Ue.