Monday, 30 November 2009

A proposito di immigrati

Si, sono tra noi. Ma anche se noi li vediamo come extra-terrestri, gli extra-comunitari sono proprio come noi. Due mani, due gambe, due occhi, un sangue rosso che scorre nelle vene. E talvolta anche più sfruttati di noi. Lavorano in nero, proprio come noi. E quelli in regola, versano i contributi all'Inps. Proprio come noi. E allora, in cosa sono diversi? E se fossimo noi quelli strani? (clicca sull'immagine)

Saturday, 28 November 2009

Dalla finanziaria scricchiolii di democrazia

L'e-dittoreale

Immigrati sì, immigrati no. La finanziaria ripropone ancora una volta uno dei tormentoni di questi tempi, ovver ocome comèportarsi nei confronti degli stranieri. Anche quelli in regola. La manovra infatti prevedeva un emendamento - presentato dalla Lega - che poneva un limite temporale di sei mesi per gli ammortizzatori sociali agli extracomunitari. Solo a loro. Un principio in contrasto con i principi di eguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione, ma in contrasto anche con l'idea stessa di democrazia. E in contrasto anche con quelle radici, quei valori e quei principi cristiani che tanto l'Italia sbandiera ogni qul volta sono messi in discussione. Per cui a fronte delle proteste dell'opposizione (emendamento «incivile» secondo la deputata Pd Giovanna Melandri), delle critiche del governo stesso (il ministro del Welfare Maurizio Sacconi per l'occasione ricorda che «gli ammortizzatori sociali ordinari corrispondono a diritti soggettivi dei lavoratori») e il monito della Chiesa («anche Gesù era un migrante», ricorda il pontefice), Maurizio Fugatti, deputato del Carroccio e "padre" dell'emendamento della discordia, si vede costretto a fare marcia indietro. «Resto convinto delle idee espresse riguardo all'emendamento sulla cassa integrazione agli extracomunitari», tiene a precisare il leghista. Che aggiunge: «Vista però la contrarietà del ministro del Welfare Sacconi, non è mia intenzione creare problemi alla maggiranza e quindi l'emendamento in questione sarà ritirato». Allarme rientrato quindi. Anzi, no. Perchè per sua stessa ammissione Fugatti riconosce di non essere pentito e di non essere nel torto: questo è il problema. Si fa un gran parlare delle "generazioni Balotelli"- e queste generazioni, come insegna lo stesso Balotelli, si trovano anche nel nord padano - ma poi si tende a discriminarle. Perchè di questo si tratta, di discriminazione. Come altro definire l'emendamento presentato in Finanziaria e per di più approvato? In questi ultimi anni in molti hanno gradito - più o meno legittimamente - al regime. Certo è che se si rimettono in discussione principi come uguaglianza - e quindi parità di diritti - si rimette in discussione anche il concetto stesso di democrazia. Lo sa bene il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che vede nei continui strappi Parlamento-Governo-Magistratura motivi di preoccupazione in quanto su questi poteri - separati - la democrazia si basa. Per cui, afferma il capo dello Stato, «è indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione». Inoltre, continua Napolitano, «spetta al Parlamento esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia». Un messaggio dovuto, visti gli scontri e le voglie di rivedere il sistema giustizia, uno dei tre poteri. Non che le rifrome non debbano essere fatte, ma come tutte le cose bisognerebbe capire le modalità. Il rischio è che la magistratura possa essere indebolita - nella misura in cui non possa operare - con uno squilibrio di poteri. Del resto se si inizia a sdoganare, non si sa più dove si può arrivare. E l'Italia si è già spinta troppo oltre. La Costituzione attuale è il documento che sancisce la natura antifascista dell'Italia, la dimostrazione di un paese che ha ripudiato modelli autoritari, liberticidi e iniqui per ideali di democrazia, libertà, uguaglianza e parità di diritti. Siamo allora sotto un nuovo regime? Certamente ci sono derive anti-democratiche che devono suonare come campanelli d'allarme. Oggi la Lega fa dietro front, ma domani?

Friday, 27 November 2009

Crisi, Tremonti vede vie d'uscita, Fiat ed Eutelia lo smentiscono

A rischio quasi 4.000 posti di lavoro. E Marchionne pensa ad una delocalizzazione in Polonia.

di Emiliano Biaggio*

«Può essere che chiudiamo il 2010 con un segno positivo del Pil». Parola di Giulio Tremonti, ministro dell'Economia di un governo secondo cui - a sentire il titolare degli Esteri Franco Frattini - «siamo il paese che guida la ripresa economica in Europa». Ma l'esecutivo è costretto a fare bene i propri calcoli, perchè c'è ripresa solo se c'è un sistema produttivo funzionante, mentre in Italia sembra invece esserci un sistema in seria difficoltà, se non addirittura in crisi. Lo dimostra l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che svela il piano della casa automobilistica torinese: chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e produzione delocalizzata in Polonia. Una scelta che fa insorgere i sindacati e che viene definita «folle» dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. Immediata la replica di Marchionne: «Prima di usare un linguaggio pesante come "follia", uno dovrebbe capire i dati», sostiene l'ad di Fiat. «Siamo pronti a discutere- dice- ma non si può pensare di tenere tutti gli stabilimenti aperti». Un discorso che vale anche per Eutelia: il quarto operatore di telecomunicazioni in Italia minaccia di chiudere i battenti causa crisi aziendale. Nulla a che vedere con la congiuntura economica internazionale, ma poco importa, perchè se anche la chiusura di Eutelia fosse dettata dalla crisi economico-finanziaria globale, il destino dei circa duemila dipendenti non sarebbe certo diverso. Dopo Termini Imerese, ecco allora un'altra situazione spinosa per il governo, che si vede privato di forza lavoro proprio mentre vaticina riprese economiche. Dati alla mano, i dipendenti a rischio licenziamento a Termini Imerese sono 1.370, ai quali si aggiungono gli altri 800 lavoratori dell'indotto. Nel 2010 l'Italia rischia quindi di trovarsi con almeno quattromila disoccupati in più. Numeri da crisi, ma del resto Tremonti è stato chiaro: «Può essere che chiudiamo il 2010 con un segno positivo del Pil». Può essere.

* Editoriale per la trasmissione radiofonica E' la stampa bellezza del 27 novembre 2009

Saturday, 21 November 2009

Gestione delle risorse idriche ai privati, in Italia scoppia la guerra dell'acqua

Via libera di Montecitorio al decreto che sottrae "l'oro blu" alla sfera pubblica. Ronchi: «Critiche strumentali, non c'è privatizzazione». L'Idv: «Pronti al referendum»

di Emiliano Biaggio

Con 320 voti favorevoli e 270 contrari la Camera dei deputati vota la fiducia al decreto 'salva-infrazioni', anche detto 'decreto Ronchi', che tra le altre cose affida ai privati la gestione delle risorse idriche. Il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, che dà il nome al provvedimento, sostiene che parlare di privatizzazione dell'acqua è «una semplificazione strumentale», e assicura che «l'acqua era, resta e sarà un bene pubblico non privatizzabile». I principi contenuti nell'articolo 15 del decreto, aggiunge Ronchi, «ribadiscono e rafforzano questo concetto». Il ministro fa riferimento ad un emendamento presentato dal Pd - e approvato dall'aula - che sancisce la natura pubblica delle risorse idriche. Una dichiarazione, in sostanza, di principio, che resta povera di significati di fronte alla realtà. E la realtà è che l'approvvigionamento alla fonte, il trasporto e la commercializzazione dell'acqua finisce nelle mani dei privati. Per chi ha dato nome al decreto, dunque nessun problema, solo polemiche sterili e «strumentali». Peccato però che nel testo non è prevista l'istituzione di alcuna Autorità garante. Cosa significa questo? Che sono in ballo «garanzia degli interessi dei cittadini e una corretta regolazione del settore», avverte Filippo Bubbico, capogruppo Pd in commissione Industria del Senato. L'ulteriore rischio, sottolinea il senatore Pd Roberto Della Seta, «è che ai privati vadano i profitti della gestione dell'acqua e allo Stato rimangano gli oneri della manutenzione delle reti, che come è noto sono un colabrodo e perdono circa un terzo dell'acqua». Immediate le repliche del Pdl, con l'europarlamentare Giovanni Collino, responsabile enti locali del Popolo della libertà, secondo cui «sul decreto Ronchi la sinistra, sapendo di mentire, sta agitando il rischio privatizzazione dell'acqua perchè in realtà non ha una controproposta seria da offrire al dibattito». Ma le polemiche non si placano, e nel dibattito intervienene anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che giudica «gravissime» disposizioni e conseguenze del decreto. Il Forum dei movimenti per l'acqua insorge: il provvedimento del governo «non tiene conto dell'orientamento popolare che si è già espresso con oltre 400.000 firme raccolte sulla legge di iniziativa popolare». Insieme all'opposizione (Pd e soprattutto Idv) e alla sinistra extraparlamentare (Prc, Sinistra e libertà, e Verdi) «si valuterà la questione del Referendum abrogativo della norma», fa sapere l'organizzazione. E qualcuno la valutazione l'ha già fatta. «Il gruppo Italia dei Valori ha stabilito come unica possibilità rimasta quella di organizzare un referendum abrogativo», fa sapere il deputato dell'Idv Domenico Scilipoti. Insomma, in Italia la guerra dell'acqua è iniziata.

(Seconda parte dell'editoriale della puntata del 20 novembre 2009 di E' la stampa bellezza, in onda su Radio Libera Tutti.)

Wednesday, 18 November 2009

Condannati a morte

Il mondo volta pagina, o meglio, si volta dall'altra parte. L'impegno alla riduzione del numero degli affamati si ferma, e i sottonutriti sono sempre di più.

di Emiliano Biaggio

Nel 2000, quando si decise di arrivare a dimezzare il numero degli affamati, la fame nel mondo colpiva 800 milioni di persone. Oggi ne colpisce un miliardo. Dopo nove anni, dunque, nulla è stato fatto. Non solo: nel 2000 si indicò il 2025 il termine ultimo entro cui sconfiggere la fame. Adesso il documento finale del vertice di Roma si limita a dire che bisogna cancellare la fame «il prima possibile». Il mondo si ferma, e inizia a voltarsi dall'altra parte. Fino a pochi anni fa, almeno c'erano impegni, seppur sulla carta. Adesso non ci sono più nemmeno quelli. E ciò nonostante «oggi nel mondo muoiono 17.000 bambini al giorno, sei milioni all'anno, uno ogni cinque secondi», denuncia il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon. Una vergogna. «Il cibo è un diritto di tutti», afferma Benedetto XVI, che giudica «inaccettabili opulenza e spreco». Ma il Pontefice, alla fine, "si dimentica" di parlare di impegni finanziari per contrastare la povertà, ed evita ai paesi più ricchi e avanzati di mettersi in gioco. Nel documento finale solo principi vaghi e generali, e di risorse nemmeno l'ombra: restano solo i 20 miliardi in tre anni promessi nel G8 dell'Aquila. Soldi ancora non visti, ma comunque ben poca cosa rispetto ai 44 miliardi di dollari all'anno a sostegno dell'agricoltura locale chiesti dal presidente della Fao, Jacques Diouf. Il vertice sulla sicurezza alimentare è stato un flop, certificato dall'assenza dei "grandi otto" del pianeta. Anche se, a ben vedere, non erano solo loro a mancare. Perde tutta la comunità internazionale, che alla Fao assiste anche all'intervento di Robert Mugabe, quel leader controverso e molto discusso, considerato da buona parte del mondo un dittatore sanguinario. Sarà per questo che i grandi del pianeta hanno disertatato? Per isolare Mugabe? No. Sulla piaga mondiale della fame, il messaggio silenzioso lanciato è: "Potremmo, ma non vogliamo". Di fronte a tutto questo resta un'amara considerazione: per le spese militari (vogliamo chiamarle "missioni di pace"?) i governi rifinanziano e continuano a rifinanziare. La direzione è chiara e - ammesso che sia umanitaria - non è però umana.

(Prima parte dell'editoriale della puntata del 20 novembre 2009 di E' la stampa bellezza, in onda su Radio Libera Tutti.)

Monday, 16 November 2009

«Recuperare le aree dismesse». Ecco la rivoluzione "verde" della Lega

Mentre il governo lavora al piano casa, il Carroccio ha in cantiere una legge sull'edilizia sostenibile. Che Angelo Alessandri, presidente commissione Ambiente alla Camera, vuole in vigore molto presto.

di Emiliano Biaggio

Risparmio energetico, energie prodotte da fonti rinnovabili e strutture realizzate con materiali a basso impatto ambientale. In Italia i progetti per edifici "verdi" e un'edilizia sostenibile ci sono, e «ce ne sono molti», ma restano tutti sulla carta. O meglio, chiusi in qualche cassetto o "dimenticati" in qualche ufficio. Già, perchè «la burocrazia impedisce a questi progetti di di partire e di essere realizzati». Che si tratti di «progetti estemporanei» o di piani ben definiti, non fa differenza: «la burocrazia frena» le aspirazioni "verdi" del nostro paese nell'eco-edilizia. Questa l'Italia che "dipinge" il presidente della commissione Ambiente della Camera, Angelo Alessandri, che della sostenibilità dei nostri edifici ha fatto una sua battaglia. Una battaglia "suggerita", verrebbe da dire. «Sono stato in Svezia, e lì, ad Hammarby (zona di Stoccolma, ndr), è stato realizzato un quartiere intero esclusivamente con criteri di sostenibilità ambientale. Addirittura- aggiunge- hanno un sistema di posta pneumatica sotterranea che evita il passaggio del postino». E questo quartiere, evidenzia il deputato della Lega, attraverso «il recupero di aree dismesse e capannoni abbandonati». E in Italia? Tutto fermo, almeno per ora. Perchè il gruppo della Lega alla Camera - Alessandri in testa - ha concepito una proposta di legge, il 'Sistema casa-qualità', che vuole «dare impulso» ai progetti italiani fermi, sul modello dell'esperienza svedese. La proposta di legge, che «ha terminato la fase istruttoria» e che adesso «si spera di renderla legge a breve», si basa su un principio fondamentale: «il recupero degli impianti dismessi e delle case abbandonate», spiega il deputato leghista. La logica della bozza, evidenzia, è questa: «E' meglio intervenire qui che costruire nuovi edifici».
I vantaggi sono diversi: evitare nuove colate di cemento permette di non aggravare il problema del dissesto idrogeologico, e dall'altra «bonificare questi siti permette di risanare un'area le falde o il territorio, che altrimenti non verrebbe mai recuperato». E poi c'è l'altro aspetto ambientale: dati ancora non se ne hanno, ma un recupero di queste aree con criteri di sostenibilità permetterà «un notevole abbattimento di CO2», addirittura anche a «emissioni quasi zero», assicura Alessandri.
Il progetto, però, costa, e «soldi pubblici da investire al momento non ci sono». Per portare avanti il 'Sistema casa-qualità', allora, spazio ai privati. «Con il project financing si possono trovare le risorse per finanziare i progetti», assicura. Del resto ad Hammarby, l'eco-quartiere di Stoccolma, «dei 4,5 miliardi spesi per "creare" il quartiere, solo 200 milioni erano fondi pubblici». Per ingolosire i privati e coinvolgerli nel progetto, sono previsti «incentivi finanziari e premi», ma quello che occorre è «semplificazione» procedurale. Insomma, l'edilizia "verde", almeno sulla carta può partire. Le idee fino a oggi accantonate verranno realizzate? «Noi siamo fiduciosi. Contiamo di avere la legge dopo la Finanziaria, e il prossimo anno vedremo i primi grandi progetti«, conclude Alessandri.

Sunday, 15 November 2009

Preghiera al dio vino

Padre nostro che sei in cantina,
sia lodata la tua medicina;
venga a noi il tuo buon vino
purché sia siano e genuino.
Sia fatta la sua volontà,
nel goderne in quantità.
Dacci oggi la nostra dose quotidiana
e riempi i nostri bicchieri
come noi li riempiamo ai nostri bevitori;
e non ci indurre all'astemia,
ma liberaci dall'acqua e così sia.

(culto abruzzese, composta dai devoti di Cese dei Marsi)

Saturday, 14 November 2009

«Io, famoso per caso»

Ha "creato" il commissario Montalbano, e ha vinto la sua scommessa. A colloquio con uno dei maggiori scrittori dei nostri giorni.

di Emiliano Biaggio

«No che non mi aspettavo di avere tutto questo successo». Sentirselo dire dal "padre" del commissario Montalbano, fa un certo effetto. Ma Andrea Camilleri è davvero sincero, non ha falsa modestia da mostrare. E si vede da come si ferma a conversare, da come si lascia intervistare e dal modo - cordiale e disponibile - con cui sta "al gioco" delle domande e risposte. L'incontro è del tutto fortuito e imprevisto, un pò come il successo che - a sentire lo scrittore siciliano - ha riscontrato lo stesso Camilleri. «Pensa che questa popolarità e tutta questa pubblicità è arrivata grazie al passaparola...», dice quasi a voler sottolineare che, almeno per lui, le case editrici hanno ricoperto un ruolo minore nella pubblicizzazione e nel lancio dello scrittore. «Ma del resto non esiste una formula per fare successo», ricorda Camilleri. E questo, alla fine, è un bene, perchè «se esistessero formule magiche saremmo tutti scrittori di successo». Come dire, se ci fosse una ricetta per confezionare libri che poi vendono milioni di copie, il talento e la capacità personali non avrebbero più modo di esistere. E poi, a ben vedere, «servono gli scrittori, ma servono soprattutto i lettori», evidenzia Camilleri. «Per il successo di una qualsiasi opera serve l'apprezzamento del pubblico, nel caso dei libri del lettore», spiega.
Nella vita, per lavoro, ha scritto gialli. Storie complesse fatte di intrighi e casi intricati da risolvere. Ma il creatore di Montalbano, via via che parla, dimostra di essere persona semplice. Lo conferma quando punta i suoi occhi pieni di vitalità su una confezione di prodotti sott'olio, esposta sul ripiano alle nostre spalle: parla, forse riflettendo tra sè o forse rivolgendosi a chi gli sta di fronte: «Quando vai a mangiare fuori ti rendi conto che le cose hanno un sapore diverso», esclama lo scrittore. «Oggi serve un ritorno ai cibi veri». Il pensiero di Camilleri va alla terra, alla "sua" terra: la Sicilia. «In trent'anni ho visto scomparire distese di ulivi saraceni, ed è un vero peccato. Lo sviluppo edilizio è necessario, ma non a danno dell'ambiente». Un ambiente, che sulla sua isola, risulta fin troppo trascurato. «In Sicilia ci sono troppe terre abbandonate, c'è poca attenzione». Avremmo potuto parlare di tanto, ma Camilleri vuole che, almeno per un attimo, si parli della Sicilia, la sua Sicilia. Che poi è la Sicilia di Montalbano. Chissà quanta fatica per concepire tutte quelle storie... «Nessuna fatica», assicura lo scrittore. Certo, «ogni giorno mi sveglio alle 6 del mattino, mi rado, mi faccio la doccia, faccio colazione, e poi scrivo fino all'ora di pranzo. E poi dopo pranzo fino a sera». Insomma, nessun sacrificio, solo tanta voglia di creare e stupire. E passione per il proprio lavoro. «Certo. E penso che Brunetta dovrebbe darmi una medaglia per questo...».