Friday, 29 April 2011
Meno neri e arabi nella nazionale francese
Rivelazione choc del sito Mediapart: un tetto ai non bianchi per favorire il calcio champagne. Ma la Federazione smentisce.
Bufera in arrivo sul calcio francese: lo Federcalcio transalpina, secondo il sito on line Mediapart, starebbe studiando un sistema di quote per l’accesso ai vivai nazionali, che limiterebbe il numero di neri e arabi. Secondo la fonte, i motivi sarebbero di due ordini: evitare che troppi giocatori con doppia nazionalità crescano in Francia per poi andare a fare le fortune di altre nazionali e mettere un argine al fenomeno dei «troppi neri, alti e atletici, a scapito dei bianchi», che nel gioco «champagne» della Francia rappresenterebbero «l’intelligenza della manovra». La Federcalcio smentisce che siano, al momento, state prese «decisioni» ma non nega che si sia parlato di questa eventualità nel corso di diverse riunioni. Alle quali avrebbe presenziato anche Laurent Blanc, commissario tecnico della nazionale, che si sarebbe detto d’accordo. Il sito dice che «le discussioni all’interno della Dtn (Direzionee tecnica nazionale) non hanno mai discusso di escludere una particolare nazionalità, ma si sono concentrate esclusivamente su neri e arabi», talvolta descritti come "stranieri".
L’obiettivo della Federcalcio (Fff) è quello di imporre le quote a partire dalla gestione dei vivai dei 12-13enni: la segregazione applicata al calcio, commentano i siti di sport francesi. Secondo fonti interne del Fff, indignate per le decisioni della federazioni, le prime consegne in questa direzione sono state fornite nelle ultime settimane in vari centri di formazione, tra cui l’Istituto nazionale francese (Inf) a Clairefontaine, dove è stata costituita dal 1988 parte dell’élite del calcio francese, comeThierry Henry, Nicolas Anelka, William Gallas. Una decisione che, se verrà davvero presa, è destinata a fare discutere.
Blanc, attraverso il capo ufficio stampa della nazionale francese, Philippe Tournon, ha smentito ogni coinvolgimento, dicendosi «oltraggiato» da queste accuse essendo da sempre contrario «a qualsiasi forma di discriminazione». Il ct fa sapere di aver posto semmai il problema della doppia nazionalita’ visto che ci sono giocatori che trascorrono tre anni in un centro d’allenamento della Federazione francese e poi vanno all’estero, andando a difendere le maglie di altre nazionali. Sorpreso dalle accuse anche il presidente federale, Fernand Duchaussoy: «mai sentito niente di tutto questo».
Bufera in arrivo sul calcio francese: lo Federcalcio transalpina, secondo il sito on line Mediapart, starebbe studiando un sistema di quote per l’accesso ai vivai nazionali, che limiterebbe il numero di neri e arabi. Secondo la fonte, i motivi sarebbero di due ordini: evitare che troppi giocatori con doppia nazionalità crescano in Francia per poi andare a fare le fortune di altre nazionali e mettere un argine al fenomeno dei «troppi neri, alti e atletici, a scapito dei bianchi», che nel gioco «champagne» della Francia rappresenterebbero «l’intelligenza della manovra». La Federcalcio smentisce che siano, al momento, state prese «decisioni» ma non nega che si sia parlato di questa eventualità nel corso di diverse riunioni. Alle quali avrebbe presenziato anche Laurent Blanc, commissario tecnico della nazionale, che si sarebbe detto d’accordo. Il sito dice che «le discussioni all’interno della Dtn (Direzionee tecnica nazionale) non hanno mai discusso di escludere una particolare nazionalità, ma si sono concentrate esclusivamente su neri e arabi», talvolta descritti come "stranieri".L’obiettivo della Federcalcio (Fff) è quello di imporre le quote a partire dalla gestione dei vivai dei 12-13enni: la segregazione applicata al calcio, commentano i siti di sport francesi. Secondo fonti interne del Fff, indignate per le decisioni della federazioni, le prime consegne in questa direzione sono state fornite nelle ultime settimane in vari centri di formazione, tra cui l’Istituto nazionale francese (Inf) a Clairefontaine, dove è stata costituita dal 1988 parte dell’élite del calcio francese, comeThierry Henry, Nicolas Anelka, William Gallas. Una decisione che, se verrà davvero presa, è destinata a fare discutere.
Blanc, attraverso il capo ufficio stampa della nazionale francese, Philippe Tournon, ha smentito ogni coinvolgimento, dicendosi «oltraggiato» da queste accuse essendo da sempre contrario «a qualsiasi forma di discriminazione». Il ct fa sapere di aver posto semmai il problema della doppia nazionalita’ visto che ci sono giocatori che trascorrono tre anni in un centro d’allenamento della Federazione francese e poi vanno all’estero, andando a difendere le maglie di altre nazionali. Sorpreso dalle accuse anche il presidente federale, Fernand Duchaussoy: «mai sentito niente di tutto questo».
Wednesday, 27 April 2011
Autoritarismi d'Europa
L'Ungheria, che guida l'Ue, vara una costituzione liberticida e all'insegna del regime. Ma altrove gli orientamenti non sono molto diversi. Anzi.
di Emiliano Biaggio
Dio patria e famiglia: che vi ricorda? Se avete detto Mussolini avete sbagliato, se avete detto fascismo non siete andati lontani. Ma Dio e patria sono l’essenza dell’Ungheria secondo la nuova Costituzione, appena promulgata dal presidente della Repubblica Pal Schmitt. La nuova carta ridisegna assetti e attribuzioni: meno poteri alla Consulta, più poteri dell'esecutivo su magistratura e media. Sembra l’Italia che vuole Berlusconi, sembrano gli anni Venti e Trenta dell'Europa autoritaria, Europa autoritaria che ritorna. In Ungheria il partito Jobbik del premier Viktor Orban non è un fenomeno isolato in Europa. La destra ultranazionalista, xenofoba anti-immigrati si fa forte praticamente ovunque: in Francia il Fronte Nazionale di Le Pen è al 12%; in Austria il Partito della Libertà (Fpo) – promotore di nazionalismo, pangermanesimo e antisemitismo - è al 17,5% e in crescita; nei Paesi Bassi il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders, anti-islamista e anti-immigrati, è il secondo partito della nazione; in Belgio valloni e fiamminghi impediscono la formazione di un governo e rischiano di portare a un secessione, e intanto è in ascesa il Vlaams Belang (Interesse fiammingo); in Finlandia il partito di estrema destra Veri Finlandesi – nazionalista, euroscettico e contro ogni forma di immigrazione – è secondo partito nazionale per questione di un paio di decimi di punto percentuale e sembra destinato a finire al governo; la socialdemocratica Svezia cede il passo all’ultradestra, la Confederazione elvetica è anti-islam, anti-Europa, anti-immigrati. Ma la linea è la stessa in Slovacchia, Irlanda e nelle fila della destra spagnola, in crescita. Lo scenario, diciamolo pure, non è dei migliori: l’esasperazione dei nazionalismi e gli autoritarismi sono stati alla base della distruzione europea e degli sconvolgimenti mondiali della seconda guerra mondiale. Ma la storia sembra ripetersi con inquietante similitudini.
Controllo dell’informazione, maggiore potere dell’esecutivo sugli altri organi, razzismo, ricostituzione delle disciolte milizie: la svolta ungherese – peraltro presidente di turno dell’Ue – preoccupa. Così come preoccupa che in Austria Barbara Rosenkranz, del Partito della Libertà, non abbia fatto mistero di voler rivedere quella parte della Costituzione che vieta la rinascita del partito nazista e punisce reati come la negazione dell'olocausto. Anche perché anche da noi il Popolo della libertà ha chiesto di cancellare quella disposizione che vieta la ricostituzione del partito fascita. Dio, patria famiglia quindi: nella rinascita di miti creduti perduti e invece mai abbandonati manca la figura del Re. Ma oggi il nuovo monarca, almeno in Europa, paradossalmente è la figura più democratica che si aggiri sui palcoscenici politici. Mentre i nuovi re non hanno bisogno di corone per dettare legge: nell’era del capitalismo senza regole, è la plutocrazia il nuovo assetto, e i plutocrati i nuovi sovrani. Che si ritagliano stati su misura promuovendo ignoranze e paura: così comandano i popoli. Oggi si promuovono libertà e patria, senza che nessuno capisca che la prima è ormai sempre più ridotta all’osso, e la seconda non di proprietà dei cittadini. Cosa succederà? Difficile dirlo, ma una cosa è certa: ovunque in Europa sembra di rivivere la lenta e inesorabile fine della repubblica di Weimar. Ma da nessuna parte in Europa nessuno sembra ricordarsi cosa avvenne dopo.
di Emiliano BiaggioDio patria e famiglia: che vi ricorda? Se avete detto Mussolini avete sbagliato, se avete detto fascismo non siete andati lontani. Ma Dio e patria sono l’essenza dell’Ungheria secondo la nuova Costituzione, appena promulgata dal presidente della Repubblica Pal Schmitt. La nuova carta ridisegna assetti e attribuzioni: meno poteri alla Consulta, più poteri dell'esecutivo su magistratura e media. Sembra l’Italia che vuole Berlusconi, sembrano gli anni Venti e Trenta dell'Europa autoritaria, Europa autoritaria che ritorna. In Ungheria il partito Jobbik del premier Viktor Orban non è un fenomeno isolato in Europa. La destra ultranazionalista, xenofoba anti-immigrati si fa forte praticamente ovunque: in Francia il Fronte Nazionale di Le Pen è al 12%; in Austria il Partito della Libertà (Fpo) – promotore di nazionalismo, pangermanesimo e antisemitismo - è al 17,5% e in crescita; nei Paesi Bassi il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders, anti-islamista e anti-immigrati, è il secondo partito della nazione; in Belgio valloni e fiamminghi impediscono la formazione di un governo e rischiano di portare a un secessione, e intanto è in ascesa il Vlaams Belang (Interesse fiammingo); in Finlandia il partito di estrema destra Veri Finlandesi – nazionalista, euroscettico e contro ogni forma di immigrazione – è secondo partito nazionale per questione di un paio di decimi di punto percentuale e sembra destinato a finire al governo; la socialdemocratica Svezia cede il passo all’ultradestra, la Confederazione elvetica è anti-islam, anti-Europa, anti-immigrati. Ma la linea è la stessa in Slovacchia, Irlanda e nelle fila della destra spagnola, in crescita. Lo scenario, diciamolo pure, non è dei migliori: l’esasperazione dei nazionalismi e gli autoritarismi sono stati alla base della distruzione europea e degli sconvolgimenti mondiali della seconda guerra mondiale. Ma la storia sembra ripetersi con inquietante similitudini.
Controllo dell’informazione, maggiore potere dell’esecutivo sugli altri organi, razzismo, ricostituzione delle disciolte milizie: la svolta ungherese – peraltro presidente di turno dell’Ue – preoccupa. Così come preoccupa che in Austria Barbara Rosenkranz, del Partito della Libertà, non abbia fatto mistero di voler rivedere quella parte della Costituzione che vieta la rinascita del partito nazista e punisce reati come la negazione dell'olocausto. Anche perché anche da noi il Popolo della libertà ha chiesto di cancellare quella disposizione che vieta la ricostituzione del partito fascita. Dio, patria famiglia quindi: nella rinascita di miti creduti perduti e invece mai abbandonati manca la figura del Re. Ma oggi il nuovo monarca, almeno in Europa, paradossalmente è la figura più democratica che si aggiri sui palcoscenici politici. Mentre i nuovi re non hanno bisogno di corone per dettare legge: nell’era del capitalismo senza regole, è la plutocrazia il nuovo assetto, e i plutocrati i nuovi sovrani. Che si ritagliano stati su misura promuovendo ignoranze e paura: così comandano i popoli. Oggi si promuovono libertà e patria, senza che nessuno capisca che la prima è ormai sempre più ridotta all’osso, e la seconda non di proprietà dei cittadini. Cosa succederà? Difficile dirlo, ma una cosa è certa: ovunque in Europa sembra di rivivere la lenta e inesorabile fine della repubblica di Weimar. Ma da nessuna parte in Europa nessuno sembra ricordarsi cosa avvenne dopo.
Thursday, 21 April 2011
Italia autoritaria, sostiene la guerra e sponsorizza l'anti-democrazia
All'estero non opta per la diplomazia in Libia e invia "istruttori", in casa pensa alla revisione dell'articolo 1 della Costituzione.
l'e-dittoreale
L'Italia decide di appoggiare i ribelli libici: il nostro paese, spiega il titolare della Difesa, Ignazio La Russa, avrà il compito di «addestrare» gli insorti, fornendo «nozioni di come un soldato deve muoversi e deve usare gli strumenti a sua disposizione». In Cirenaica, sottolinea La Russa, «istruttori, non consiglieri militari». Precisazione non casuale, quella del ministro: l'amministrazione statunitense cercò di negare il coinvolgimento in Vietnam spiegando alla nazione di aver inviato consulenti. Ma la realtà è che l'Italia sostiene la guerra. Non cerca soluzioni diplomatiche, e ancora una volta si dimentica dell'articolo 11 della nostra carta, incastonato tra i principi fondamentali alla base della nostra Repubblica. «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», recita l'articolo. Qui invece si sponsorizza. Va detto che la comunità internazionale da tempo pensa di rifornire di armi i ribelli, ma questo non è incoraggiare la guerra: è fare affari. Vendere armi per esportare democrazia, incassando denaro e nuovi soggetti politici: questa è la formula dell'occidente e la ricetta dell'economia. Principi sulla carta, denaro e realpolitik nei fatti: il mondo si fa così, e l'Italia fa parte del mondo. Per cui la Gran Bretagna annunciato che invierà in Libia 10 esperti militari per addestrare gli insorti, il governo di Parigi decide di fare altrettanto e l'Italia si adegua decidendo di inviare - sembrerebbe - dieci addestratori. Una linea soft per mascherare una linea in realtà tutt'altro che anti-guerra. Ciò non soprende: per quanto già detto e per l'idea di forza che in Italia si fa strada ogni giorno. L'idea di modificare l'articolo 1 della costituzione ne è un esempio pratico. «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». L'articolo dice così. Stabilito che in questo momento storico l'Italia si basa su crisi e precariato, non resta che cancellare la democrazia, e con essa la sovranità del popolo. Perchè in uno stato forte c'è bisogno di un uomo forte. Ceroni spiega la sua idea nella necessità di ridare «la centralità delle Camere troppo spesso mortificata o dal presidente della Repubblica che non firmale leggi o dalla Corte costituzionale che le abroga». Troppi poteri, quindi. Meglio limitarli o - meglio ancora - elminarli. Che è quello che da tempo Berlusconi va ripetendo al paese. E il paese ha scelto la linea dell'aggressività e dell'autorità: promuovendo guerre e idee anti-democratiche.

l'e-dittorealeL'Italia decide di appoggiare i ribelli libici: il nostro paese, spiega il titolare della Difesa, Ignazio La Russa, avrà il compito di «addestrare» gli insorti, fornendo «nozioni di come un soldato deve muoversi e deve usare gli strumenti a sua disposizione». In Cirenaica, sottolinea La Russa, «istruttori, non consiglieri militari». Precisazione non casuale, quella del ministro: l'amministrazione statunitense cercò di negare il coinvolgimento in Vietnam spiegando alla nazione di aver inviato consulenti. Ma la realtà è che l'Italia sostiene la guerra. Non cerca soluzioni diplomatiche, e ancora una volta si dimentica dell'articolo 11 della nostra carta, incastonato tra i principi fondamentali alla base della nostra Repubblica. «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», recita l'articolo. Qui invece si sponsorizza. Va detto che la comunità internazionale da tempo pensa di rifornire di armi i ribelli, ma questo non è incoraggiare la guerra: è fare affari. Vendere armi per esportare democrazia, incassando denaro e nuovi soggetti politici: questa è la formula dell'occidente e la ricetta dell'economia. Principi sulla carta, denaro e realpolitik nei fatti: il mondo si fa così, e l'Italia fa parte del mondo. Per cui la Gran Bretagna annunciato che invierà in Libia 10 esperti militari per addestrare gli insorti, il governo di Parigi decide di fare altrettanto e l'Italia si adegua decidendo di inviare - sembrerebbe - dieci addestratori. Una linea soft per mascherare una linea in realtà tutt'altro che anti-guerra. Ciò non soprende: per quanto già detto e per l'idea di forza che in Italia si fa strada ogni giorno. L'idea di modificare l'articolo 1 della costituzione ne è un esempio pratico. «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». L'articolo dice così. Stabilito che in questo momento storico l'Italia si basa su crisi e precariato, non resta che cancellare la democrazia, e con essa la sovranità del popolo. Perchè in uno stato forte c'è bisogno di un uomo forte. Ceroni spiega la sua idea nella necessità di ridare «la centralità delle Camere troppo spesso mortificata o dal presidente della Repubblica che non firmale leggi o dalla Corte costituzionale che le abroga». Troppi poteri, quindi. Meglio limitarli o - meglio ancora - elminarli. Che è quello che da tempo Berlusconi va ripetendo al paese. E il paese ha scelto la linea dell'aggressività e dell'autorità: promuovendo guerre e idee anti-democratiche.
Wednesday, 20 April 2011
Cuba volta pagina, Fidel Castro dice addio
Dopo il governo il leader maximo lascia ogni carica anche dal partito comunista. L'esecutivo di Raul annuncia riforme epocali, che aprono la fase post-comunista.
di Emiliano Biaggio
Fidel Castro rinuncia alla guida del Partito comunista cubano, chiedendo di uscire dal comitato centrale: l'ottantacinquenne leader cubano esce quindi definitavamente di scena, anche se Castro era lontano dalle scene politiche dal 2006, quando per motivi di saluti ha ceduto la guida del governo al fratello Raul. Adesso il "leader maximo" annuncia le proprie dimissioni da primo segretario del Partito comunista cubano (Pcc). «Credo di aver ricevuto ormai abbastanza onori», afferma castro. «Non avevo mai pensato di vivere cosi a lungo». L'uscita di scena di uno dei padri della rivoluzione cubana è un dato di fatto, certificato dall'elezione di Josè Ramon Machado Ventura a nuovo segretario del partito. «Sono convinto che il destino del mondo- afferma ancora castro- potrebbe essere molto diverso senza gli errori commessi dai capi rivoluzionari che hanno brillato per talenti e meriti». Adesso si apre dunque uan nuova era, che va oltre il comunismo. Infatti, Cuba si avvia sulla strade delle riforme economiche. Senza alterare l'impianto dello stato socialista, sembra che verranno riconosciuti investimenti stranieri e cooperative ed i privati avranno un largo margine d'azione, tanto che entro il 2015 si prevede l'inserimento nel settore privato di circa 1,8 milioni di cubani. Il pacchetto di riforme l'ha approvato il congresso del Pcc, con il benestare dello storico leader. Perchè come sottolinea il fratello Raul, «Fidel è sempre Fidel e non ha bisogno di nessuna carica per avere sempre un posto importante nella storia, nel presente e nel futuro del Paese».
Intanto il governo di Raul Castro lavora a una nuova rivolzuone cubana, perchè le misure economiche allo studio sono davvero di rottura: apertura agli investimenti stranieri, pur sotto il controllo dello Stato; decentralizzazione del potere; maggiore autonomia alle regioni e alle province; tagli della spesa pubblica; riduzione del numero degli impiegati statali; revisione dei sussidi elargiti dalla Stato. Prevista anche la compravendita delle abitazioni tra i privati, una decisione che potrebbe smantellare la linea di trasmissione della proprietà dai genitori ai figli e procedere verso la realizzazione di un vero e proprio mercato immobiliare. Anche se, è stato specificato da Raul, non saranno consentite concentrazioni proprietarie. Misure quasi dettate da un mondo che vede l'isola caraibica sempre più fuori da ogni logica e sistema, e con un contesto internazionale talmente mutato da non permettere di avere amicizie e alleanze strategiche. Si teme che il post-fidelismo possa segnare la fine del regime e la fine della rivoluzione, e per questo la "nuova" classe dirigente spinge per riforme e per un cambiamento del sistema del paese. Un passo quasi obbligato, visto che Cuba volta pagina e apre un nuovo capitolo della propria storia. Con tutte le incognite del caso.
di Emiliano BiaggioFidel Castro rinuncia alla guida del Partito comunista cubano, chiedendo di uscire dal comitato centrale: l'ottantacinquenne leader cubano esce quindi definitavamente di scena, anche se Castro era lontano dalle scene politiche dal 2006, quando per motivi di saluti ha ceduto la guida del governo al fratello Raul. Adesso il "leader maximo" annuncia le proprie dimissioni da primo segretario del Partito comunista cubano (Pcc). «Credo di aver ricevuto ormai abbastanza onori», afferma castro. «Non avevo mai pensato di vivere cosi a lungo». L'uscita di scena di uno dei padri della rivoluzione cubana è un dato di fatto, certificato dall'elezione di Josè Ramon Machado Ventura a nuovo segretario del partito. «Sono convinto che il destino del mondo- afferma ancora castro- potrebbe essere molto diverso senza gli errori commessi dai capi rivoluzionari che hanno brillato per talenti e meriti». Adesso si apre dunque uan nuova era, che va oltre il comunismo. Infatti, Cuba si avvia sulla strade delle riforme economiche. Senza alterare l'impianto dello stato socialista, sembra che verranno riconosciuti investimenti stranieri e cooperative ed i privati avranno un largo margine d'azione, tanto che entro il 2015 si prevede l'inserimento nel settore privato di circa 1,8 milioni di cubani. Il pacchetto di riforme l'ha approvato il congresso del Pcc, con il benestare dello storico leader. Perchè come sottolinea il fratello Raul, «Fidel è sempre Fidel e non ha bisogno di nessuna carica per avere sempre un posto importante nella storia, nel presente e nel futuro del Paese».
Intanto il governo di Raul Castro lavora a una nuova rivolzuone cubana, perchè le misure economiche allo studio sono davvero di rottura: apertura agli investimenti stranieri, pur sotto il controllo dello Stato; decentralizzazione del potere; maggiore autonomia alle regioni e alle province; tagli della spesa pubblica; riduzione del numero degli impiegati statali; revisione dei sussidi elargiti dalla Stato. Prevista anche la compravendita delle abitazioni tra i privati, una decisione che potrebbe smantellare la linea di trasmissione della proprietà dai genitori ai figli e procedere verso la realizzazione di un vero e proprio mercato immobiliare. Anche se, è stato specificato da Raul, non saranno consentite concentrazioni proprietarie. Misure quasi dettate da un mondo che vede l'isola caraibica sempre più fuori da ogni logica e sistema, e con un contesto internazionale talmente mutato da non permettere di avere amicizie e alleanze strategiche. Si teme che il post-fidelismo possa segnare la fine del regime e la fine della rivoluzione, e per questo la "nuova" classe dirigente spinge per riforme e per un cambiamento del sistema del paese. Un passo quasi obbligato, visto che Cuba volta pagina e apre un nuovo capitolo della propria storia. Con tutte le incognite del caso.
Tuesday, 19 April 2011
Finlandia, trionfa l'estrema destra
Le elezioni consacrano Veri Finlandesi, nazionalisti ed euro-scettici.
di Emiliano Biaggio (fonte foto: la Stampa)
La Finlandia si risveglia nazionaliste ed euroscettica, e con il partito di estrema destra Veri Finlandesi secondo partito del paese. Le elezioni segnano infatti l'ascesa dell'ultradestra conservatrice e xenofoba di Timo Soini, che passa dal 4,1% del 2007 al 19,6% di queste consuotazioni. In quattro anni consensensi quasi quintuplicati, per un partito che adesso segnerà le sorti politiche del paese e le decisioni di governo dei prossimi anni. Veri Finlandesi andrà infatti verosimilmente al governo con il partito della Coalizione Nazionale (Cn), la formazione conservatrice che ha vinto le elezioni con il 19,8% dei voti, un pugno di schede (0,2%) in più rispetto alla formazione di Soini. Intanto si dà praticamente per certo Jyrki Katainen, ministro delle Finanze uscente e leader del Cn, nuovo primo ministro del paese. Esce infatti sconfitta Mari Kiviniemi, la premier uscente: il suo Partito di Centro scende dal 23,1% al 16,2% e viene scavalcato non solo dal Partito della Coalizione Nazionale di Katainen ma anche dai socialdemocratici, che ottengono il 18,9%, (in calo del 2,5%). Da partito di governo a quarto partito di Finlandia (dietro a Cn, Veri Finlandesi e socialdemocratici): i moderati perdono, e il trionfo della destra oltranzista ne è una diretta conseguenza. Verdi fermi al 7,1%, con la sinistra ferma dunque al 26%. Quasi certamente si avrà un'intesa Cn-Veri Finlandesi, ma nonostante i numeri la maggioranza non sembra solida: i due partiti insieme mettono insieme il 39,4% dei consensi, per un paese dalle tante incognite. Se il parito di centro deciderà di appoggiare la destra allora si avrebbe maggioranza certa, ma si dovrà attendere. Certo è che l'Europa non può che accogliere con preoccupazione l'esito delle elezioni: la Finlandia si ritrova improssivamente euro-scettica.
La Finlandia si risveglia nazionaliste ed euroscettica, e con il partito di estrema destra Veri Finlandesi secondo partito del paese. Le elezioni segnano infatti l'ascesa dell'ultradestra conservatrice e xenofoba di Timo Soini, che passa dal 4,1% del 2007 al 19,6% di queste consuotazioni. In quattro anni consensensi quasi quintuplicati, per un partito che adesso segnerà le sorti politiche del paese e le decisioni di governo dei prossimi anni. Veri Finlandesi andrà infatti verosimilmente al governo con il partito della Coalizione Nazionale (Cn), la formazione conservatrice che ha vinto le elezioni con il 19,8% dei voti, un pugno di schede (0,2%) in più rispetto alla formazione di Soini. Intanto si dà praticamente per certo Jyrki Katainen, ministro delle Finanze uscente e leader del Cn, nuovo primo ministro del paese. Esce infatti sconfitta Mari Kiviniemi, la premier uscente: il suo Partito di Centro scende dal 23,1% al 16,2% e viene scavalcato non solo dal Partito della Coalizione Nazionale di Katainen ma anche dai socialdemocratici, che ottengono il 18,9%, (in calo del 2,5%). Da partito di governo a quarto partito di Finlandia (dietro a Cn, Veri Finlandesi e socialdemocratici): i moderati perdono, e il trionfo della destra oltranzista ne è una diretta conseguenza. Verdi fermi al 7,1%, con la sinistra ferma dunque al 26%. Quasi certamente si avrà un'intesa Cn-Veri Finlandesi, ma nonostante i numeri la maggioranza non sembra solida: i due partiti insieme mettono insieme il 39,4% dei consensi, per un paese dalle tante incognite. Se il parito di centro deciderà di appoggiare la destra allora si avrebbe maggioranza certa, ma si dovrà attendere. Certo è che l'Europa non può che accogliere con preoccupazione l'esito delle elezioni: la Finlandia si ritrova improssivamente euro-scettica.
Friday, 15 April 2011
Il revisionismo Pdl: «istituire una commissione d'inchiesta sui libri di testo»
Gabriella Carlucci presenta un disegno di legge alla Camera: troppi libri «partigiani». Il ministro Gelmini: «il problema c'è».
di Emiliano Biaggio
«Istituire subito una commissione parlamentare d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici». L’idea è di Gabriella Carlucci, deputato Pdl che per chiedere un organismo di controllo sui libri di scuola ha addirittura presentato un progetto di legge lo scorso febbraio. Alla chetichella, come sempre si conviene per casi come questi, perché i colpi di mano – e non diciamo di Stato – si fanno così. Il silenzio adesso però è rotto, e lo fa la stessa Carlucci, denunciando che nel nostro paese ci sono «troppi testi scolastici di storia che gettano fango su Berlusconi», ed «è una situazione vergognosa». Nel fascismo, così come in ogni regime, c’era e c'è il culto della personalità e del capo, e questo non va messo in discussione. Per Berlusconi sembra valere lo stesso, almeno a sentire Carlucci. E a rendere ancor più spaventosamente rassomiglianti i due casi, sono le successive parole del deputato. «A chi è fazioso daremo il tempo il adeguarsi prima di ritirare il prodotto dal mercato». Classico avvertimento di stampo squadrista. O mafioso. Ma in Italia è piuttosto tempo di denunciare, come fa Carlucci, «tentativi subdoli di indottrinamento per plagiare le giovani generazioni a fini elettorali». Insomma, la solita storia dei libri di sinistra scritti dai comunisti, testi «partigiani», come li definisce il deputato Pdl. Ma se per l’opposizione quella di Carlucci è una «proposta desolante e vergognosa», il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelimini, sul cui conto più volte è stato detto di essere dov’è più per motivi umani che politici, «il problema dell’oggettività dei libri di testo esiste», e quindi «valuteremo la proposta della Carlucci». Ciò non sorprende: stiamo parlando di un deputato da una carriera tutt’altro accademica e non certo all’insegna di libri e manuali, un ministro circondato da voci non proprio lusinghiere e certamente a sfondo molto poco politico, e di rappresentanti di una maggioranza e di un governo retti dal professionista dei bunga bunga: insomma, non certo il comitato per il Nobel. E se c’è chi solo la settimana scorsa chiedeva di ricostituire il partito fascista e abolire il reato di apologia del fascismo, allora non solo non sorprende la proposta di Carlucci, che anzi risulta persino coerente. Beppe Fioroni, parla quindi non a caso di «proposta da Minculpop». Carlucci è quasi stupita da simili reazioni. «Non vedo lo scandalo», dice. Evidentemente non si è mai guardata allo specchio.
(editoriale della puntata del 15 aprile 2011 di E' la stampa Bellezza, su RadioLiberaTutti)
di Emiliano Biaggio«Istituire subito una commissione parlamentare d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici». L’idea è di Gabriella Carlucci, deputato Pdl che per chiedere un organismo di controllo sui libri di scuola ha addirittura presentato un progetto di legge lo scorso febbraio. Alla chetichella, come sempre si conviene per casi come questi, perché i colpi di mano – e non diciamo di Stato – si fanno così. Il silenzio adesso però è rotto, e lo fa la stessa Carlucci, denunciando che nel nostro paese ci sono «troppi testi scolastici di storia che gettano fango su Berlusconi», ed «è una situazione vergognosa». Nel fascismo, così come in ogni regime, c’era e c'è il culto della personalità e del capo, e questo non va messo in discussione. Per Berlusconi sembra valere lo stesso, almeno a sentire Carlucci. E a rendere ancor più spaventosamente rassomiglianti i due casi, sono le successive parole del deputato. «A chi è fazioso daremo il tempo il adeguarsi prima di ritirare il prodotto dal mercato». Classico avvertimento di stampo squadrista. O mafioso. Ma in Italia è piuttosto tempo di denunciare, come fa Carlucci, «tentativi subdoli di indottrinamento per plagiare le giovani generazioni a fini elettorali». Insomma, la solita storia dei libri di sinistra scritti dai comunisti, testi «partigiani», come li definisce il deputato Pdl. Ma se per l’opposizione quella di Carlucci è una «proposta desolante e vergognosa», il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelimini, sul cui conto più volte è stato detto di essere dov’è più per motivi umani che politici, «il problema dell’oggettività dei libri di testo esiste», e quindi «valuteremo la proposta della Carlucci». Ciò non sorprende: stiamo parlando di un deputato da una carriera tutt’altro accademica e non certo all’insegna di libri e manuali, un ministro circondato da voci non proprio lusinghiere e certamente a sfondo molto poco politico, e di rappresentanti di una maggioranza e di un governo retti dal professionista dei bunga bunga: insomma, non certo il comitato per il Nobel. E se c’è chi solo la settimana scorsa chiedeva di ricostituire il partito fascista e abolire il reato di apologia del fascismo, allora non solo non sorprende la proposta di Carlucci, che anzi risulta persino coerente. Beppe Fioroni, parla quindi non a caso di «proposta da Minculpop». Carlucci è quasi stupita da simili reazioni. «Non vedo lo scandalo», dice. Evidentemente non si è mai guardata allo specchio.
(editoriale della puntata del 15 aprile 2011 di E' la stampa Bellezza, su RadioLiberaTutti)
Wednesday, 13 April 2011
La nuova Cernobyl
E' ufficiale: a Fukushima, in Giappone, la situazione è come in Ucraina nel 1986. E se le autorità rassicurano, gli ambientalisti avvertono: l'impatto ci sarà.
di Emiliano Biaggio
Alla fine quello che tanti paventavano e ripetevano diventa ufficiale: a Fukushima la crisi ha raggiunto i livelli di quella di Cernobyl. La Nisa, l'Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone ha alzato da 5 a 7 il livello di gravità della crisi nell'impianto nucleare giapponese. La crisi di fatto è conclamata, ma gli scenari rischiano di assumere tratti anche peggiori: un funzionario della Tepco, la società che gestisce l'impianto, ha infatti ammesso che «la perdita radioattiva non si è ancora arrestata completamente, e la nostra preoccupazione è che possa anche superare Cernobyl». Dalla Nisa precisano che «abbiamo alzato il livello di gravità a 7 perché la fuoriuscita di radiazioni ha avuto impatto nell'atmosfera, nelle verdure, nell'acqua di rubinetto e nell'oceano», a testimonianza della portata dell'impatto della crisi di Fukushima. Il premier giapponese, Naoto Kan, cerca di minimizzare: la situazione, ha affermato, «si sta stabilizzando passo dopo passo», e «le radiazioni stanno diminuendo». Ma Kenichi Matsumoto, uno dei suoi collaboratori, non ha nascosto ai media giapponesi che la regione circostante la centrale nucleare di Fukushima potrebbe rimanere inabitabile per i prossimi dieci o venti anni.
A livello internazionale si cerca di rassicurare gli animi: «I rischi per la salute non sono oggi peggiori di ieri», fanno sapere dall'Organizzazione mondiale della sanità. «La situazione rimane molto seria ma ci sono segni di miglioramento», afferma Denis Flory, un esperto dell’Agenzia atomica internazionale, l'Aiea. Le autorità della prefettura di Fukushima fanno però sapere che per la gente del posto «è una situazione sempre più drammatica», anche perchè l'economia del luogo è di fatto in ginocchio. Ma se Fukushima è la nuova Cernobyl, la situazione è drammatica non solo per il Giappone. Il Wwf, infatti, avverte: «L'aggravarsi dell'incidente di Fukushima ci costringe a fare i conti con un disastro ambientale che si ripercuoterà sulla nostra salute per i prossimi decenni».
di Emiliano BiaggioAlla fine quello che tanti paventavano e ripetevano diventa ufficiale: a Fukushima la crisi ha raggiunto i livelli di quella di Cernobyl. La Nisa, l'Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone ha alzato da 5 a 7 il livello di gravità della crisi nell'impianto nucleare giapponese. La crisi di fatto è conclamata, ma gli scenari rischiano di assumere tratti anche peggiori: un funzionario della Tepco, la società che gestisce l'impianto, ha infatti ammesso che «la perdita radioattiva non si è ancora arrestata completamente, e la nostra preoccupazione è che possa anche superare Cernobyl». Dalla Nisa precisano che «abbiamo alzato il livello di gravità a 7 perché la fuoriuscita di radiazioni ha avuto impatto nell'atmosfera, nelle verdure, nell'acqua di rubinetto e nell'oceano», a testimonianza della portata dell'impatto della crisi di Fukushima. Il premier giapponese, Naoto Kan, cerca di minimizzare: la situazione, ha affermato, «si sta stabilizzando passo dopo passo», e «le radiazioni stanno diminuendo». Ma Kenichi Matsumoto, uno dei suoi collaboratori, non ha nascosto ai media giapponesi che la regione circostante la centrale nucleare di Fukushima potrebbe rimanere inabitabile per i prossimi dieci o venti anni.
A livello internazionale si cerca di rassicurare gli animi: «I rischi per la salute non sono oggi peggiori di ieri», fanno sapere dall'Organizzazione mondiale della sanità. «La situazione rimane molto seria ma ci sono segni di miglioramento», afferma Denis Flory, un esperto dell’Agenzia atomica internazionale, l'Aiea. Le autorità della prefettura di Fukushima fanno però sapere che per la gente del posto «è una situazione sempre più drammatica», anche perchè l'economia del luogo è di fatto in ginocchio. Ma se Fukushima è la nuova Cernobyl, la situazione è drammatica non solo per il Giappone. Il Wwf, infatti, avverte: «L'aggravarsi dell'incidente di Fukushima ci costringe a fare i conti con un disastro ambientale che si ripercuoterà sulla nostra salute per i prossimi decenni».
Tuesday, 12 April 2011
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