Thursday, 31 January 2013

Être journalistes au Conseil europèen


Le areee di lavoro riservate ai giornalisti per il loro lavoro "live" al momento dell'arrivo dei ministri e dei capi di governo dei paesi membri. Veri e propri recinti come in ogni bioparco che si rispetti.

Wednesday, 30 January 2013

bLOGBOOK - Amsterdam by snow

Amsterdam by snow

Amsterdam sotto la neve ancora non l'avevo mai vista. Non è bella solo pe via del fascino che la neve dona a paesaggi e città, ma è bella èerchè è tutta un'altra città. Bambini, giovani e adulti che camminanon laddove non è possibile in condizioni atmosferiche ordinarie: i canali ghiacciati diventano piste di pattinaggio, i laghi lastricati per l'occasione sono posti per passeggiate, svivolate e altre sfide di pattinaggio. C'è che si fa ritrarre sotto un ponte, mentre imita lo sfrozo di un titano o una fatica di Ercole facendo finta di sostenere e sollevare la struttura. Amsterdam sotto la neve sembra uscita da uno dei dipinti di Bruegel e della scuola fiamminga. Il gelo della stagione fredda viene compensato dal caloroe umano che si sprigiona per la città: la neve dona l'opportunità per fare ciò che altrimenti non sarebbe possibile. Proprio come questo incontro, impensabile solo fino a poco tempo fa, eppure già oggetto di racconto e memoria. Una persona che ha scoperto cosa significhi star fuori di casa, un'altra che ha capito che l'aereo in realtà non è nè un ostacolo così insormontabile nè quel mostro così pauroso che credeva, e una terza persona che si ritorva a dover andare incontro alla vita. Davvero insolita, questa compagnia. Davvero ben assortita, questa famiglia.
Le biciclette sono tutte al loro posto: la neve rende più pigri anche gli olandesi, comunque abituati a pedalare in condizioni estreme. Cigni e papere starnazzano altrove, ora che i canali non sono navigabili. Dove vanno le anatre quando il laghetto di Central park è gelato? Ancora non ho trovato un risposta.
Amsterdam sotto la neve è forse solo un sogno, un'immagine di un mondo lontano da quello reale. Poi la neve si scioglie e tutto torna com'era prima, e tutto riprende il corso abituale proprio come il flusso dell'acqua nei canali di questa città che si risveglia lentamente dal torpore invernale. I pattinatori per pochi giorni scompaiono, gli aerei decollano, i treni partono, le persone si disperdono. Ma non c'è malinconia. Amsterdam non è malinconica. Forse è tutto il resto, a volte, a esserlo.


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Amsterdam

Tuesday, 29 January 2013

Paesi Bassi, il ritorno di un re dopo oltre un secolo

La regina Betrice abdica a favore dell figlio. L'ultima volta di un uomo alla guida del regno risale al 1890.

Beatrice d'Olanda. foto Ansa
di Emiliano Biaggio

I Paesi Bassi tornano ad avere un re dopo dopo centoventitre anni. Dopo trentatre anni di regno la regina Beatrice ha abdicato a favore del figlio, Guglielmo-Alessandro, che salirà al trono come Guglielmo IV d'Orange-Nassau. Il nuovo sovrano diventerà nuovo re il 30 aprile, e per quel giorno (che è anche il "queen's day", l'anniversario del primo giorno di regno di Beatrice) i Paesi Bassi torneranno ad avere un uomo alla guida del regno. L'ultimo re fu Guglielmo III d'Orange-Nassau, il cui regno terminò il 23 novembre 1890. Da allora si sono succedute solo donne (Guglielmina, Giuliana e Beatrice), ma questa successione dinastica tutta al femminile adesso volge al termine. «Non abdico per stanchezza, ma per lasciare la mia funzione nelle mani della nuova generazione», ha spiegato la regina Beatrice nel discorso pronunciato ai suoi sudditi. «E' con la massima fiducia che consegno il 30 aprile il trono a mio figlio, il principe Guglielmo e sua moglie Maxima. Sono convinta che sono pronti per assumere questa responsabilità».
Guglielmo IV, primogenito di Beatrice, quarantasei anni ad aprile, ha già fatto parlare di sè nel 2002, quando ha sposato Maxima Zorreguieta, figlia di un ex membro del governo argentino del dittatore militare Jorge Videla. All'epoca il matrimonio suscitò grande scalpore, con una parte del popolo olandese contrario ad avere sul proprio territorio e come membro della casa reale una persona legata alla dittatura argentina.

«Berlusconi soffocò l'Italia, con Monti stabilità»

Il commissario europeo per gli Affari economici, Olli Rehn, critica l'ex capo del governo ed elogia il professore. Insorge il Pdl.

Olli Rehn
di Emiliano Biaggio (fonte: Asca)

«Il governo Berlusconi ha deciso di non rispettare più gli impegni presi con l'Europa e così facendo ha soffocato la crescita economica italiana». Invece l'esecutivo di Mario Monti «è stato in grado di stabilizzare la situazione». Questo il giudizio di Olli Rehn, il commissario europeo per gli Affari economici e monetari. Rispondendo a una domanda in Parlamento europeo, dove è intervenuto nell'ambito della settimana parlamentare europea, Rehn ha ricorda che l'Italia «aveva preso impegni di consolidamento di bilancio nell'estate 2011 per facilitare l'intervento della Banca centrale europea nel mercato secondario per l'acquisto di titoli di Stato». Poi, però, «quando il governo Berlusconi decise di non rispettare più gli impegni assunti il costo del finanziamento per lo Stato è aumentato». Successivamente, «con la formazione del governo Monti la situazione si è stabilizzata», e questo per per Rehn «è un chiaro esempio di "fattore fiducia"» che l'Italia ha offerto a tutti.
Le dichiarazioni del commissario europeo vengono duramente contestate in Italia. Per il segretario del Pdl, Angelino Alfano, «è inaccettabile che Rehn, vicepresidente di un'istituzione indipendente quale la Commissione Europea, intervenga nella campagna elettorale di uno Stato membro, peraltro con affermazioni false, tecnicamente sbagliate e facilmente smentibili». «Rehn mente sapendo di mentire», sostiene Renato Brunetta, coordinatore dei dipartimenti del Pdl. «Dopo le sue dichiarazioni odierne non possiamo che chiederne le dimissioni». Per il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, quella di Rehn non è altro che la classica "scoperta dell'acqua calda". Il commissario europeo per gli Affari economici e monetari «non ha scoperto una gran novità». Sull'operato di Berlusconi «non c'è bisogno dei commenti dell'Ue e di nessuno. Basta guardare i dati di questi dieci anni».

Friday, 25 January 2013

Israele, Netanyahu vince ma è senza maggioranza

La coalizione Likud-Israel Beytenu ottiene 31 seggi ed è primo partito, ma i partiti di centro-destra hanno solo voti in più alla Knesset.

Benjamin Netanyahu
di Emiliano Biaggio

Israele punisce Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente e vincitore delle elezioni per un pugno di voti. Pochi, per avere ancora una maggioranza che gli consenta di governare con tranquillità, forse addirittura troppo pochi per garantire la sopravvienza del prossimo esecutivo. I partiti di centro-destra ottengono appena 62 seggi su 120 (31 seggi all'alleanza tra il Likud di Netanyahu e Israel Beytenu di Avigdor Lieberman, 11 seggi allo HaBayit HaYehudi del nazionalista Naftali Bennett, 11 seggi agli ultra-ortodossi sefarditi di Shas, 7 seggi agli ultradossi ashkenaziti di Yahadut HaTorah HaMeukhedel). Vero vincitore delle elezioni è il giornalista televisivo Yair Lapid, che con i 19 seggi conquistati dal suo Yesh Atid si afferma come secondo partito nazionale davanti al partito laburista (16 seggi). Sei seggi conquistati dai liberali di HaTnuah, il partito di Tzipi Livni, tanti quanti quelli ottenuti dal partito di sinistra Meretz. Appena due seggi per Kadima, il partito che fu di Ariel Sharon. «E' chiaro che gli israeliani hanno deciso che vogliono che continui a fare il primo ministro», il commento di Netanyahu, che preferisce non pensare, almeno per ora, alla delicata fase politica che aspetta lo stato ebraico. Lapid - ago della bilancia - sembra intenzionato a rilanciare il processo di pace. «Senza un accordo con i palestinesi l’identità sionista d’Israele è in pericolo». Ma soprattutto c'è la possibilità che ceda agli inviti degli altri partiti di centro e di sinistra per un governo senza Netanyahu: con equilibri che si reggono su meno di una manciata di voti tutto è possibile. Il presidente della repubblica, Shimon Peres, dovrà avviare le consultazioni parlamentari con i partiti prima di formare un nuovo governo. Tutti guardano al nuovo Israele con grande interesse: ci si chiede quali scenari si possano aprire per il futuro della questione arabo-israeliana.

Thursday, 24 January 2013

FACT SHEET / I paesi più a rischio colpo di stato

La speciale mappatura realizzata dal ricercatore statunitense Jay Ulfelder. Le più forti instabilità nell'Africa sub-sahariana.

fonte: Asca

Guinea Bissau, Sudan, Mali, Madagascar e Mauritania presentano rispettivamente i governi più instabili del mondo e sono «ad altissimo rischio» colpo di Stato nel 2013. Lo stima il ricercatore e politologo statunitense Jay Ulfelder, attraverso un'elaborazione di modelli matematici capace di classificare i 30 esecutivi sul pianeta con il maggior rischio di essere rovesciati illegalmente attraverso l'uso della forza. La tabella, ripresa anche dall'edizione on-line del Washington Post, mostra un allarme diffuso particolarmente tra i Paesi dell'Africa sub-sahariana (nove dei primi dieci in graduatoria provengono da quella regione), dove le condizioni sociali, infrastrutturali ed economiche sono fortemente condizionate dall'attivismo di cellule estremiste radicali di matrice islamica. Tra questi sorprende la presenza del Sud Sudan, al ventesimo posto tra i Paesi ad alto rischio golpe, indipendente dal 9 luglio 2011 e membro ufficiale dell'Onu dal 14 luglio dello stesso anno. Stupisce anche il balzo al decimo gradino (avanti persino ad Haiti, Cambogia, Ecuador e Afghanistan) di Timor est, lo Stato del sud-est asiatico dove l'11 febbraio 2008 un gruppo di militari ribelli ha tentato di rovesciare il governo nazionale. La Guinea-Bissau è capofila dei paesi ad alto rischio "in virtù" del golpe del 13 aprile del 2012 e dei precenti colpi di stato del 2009 e del 2010. Seguono - nel non proprio onorevole podio - Sudan e Mali, con quest'ultimo messo a dura prova dal golpe di marzo del 2012 e dalla 'Battaglia di Gao' combattuta per l'autonomia della regione dai gruppi islamisti dei Mujao e degli Ansar Dine contro i tuareg del Movimento Nazionale per la Liberazione dell'Azawa (Mnla). Il Niger occupa la nona posizione della graduatoria: lo stesso Ulfelder sottolinea tuttavia che il suo modello matematico «ha probabilmente sopravvalutato i rischi di un golpe» nello Stato amministrato da Mahamadou Issoufou, considerando come variabile portante il colpo di Stato già registrato nel 2010. Sul fronte latino-americano, sono Haiti (docidesimo) ed Ecuador (quattordicesimo) i paesi più esposti al rischio di colpi di Stato nel 2013. Ruanda, Burkina Faso, Zimbabwe, Gambia e Liberia chiudono la graduatoria dei 30 luoghi più instabili del mondo sul profilo amministrativo. La Siria, dove da quasi due mesi si susseguono ininterrotamente sommosse popolari contro il regime di Bashar al Assad, viene collocata solo al venticinquesimo posto, dietro Costa d'Avorio (ventiquattresimo), Yemen (ventitreesimo) e Tanzania (ventiduesima). Stupisce infine che l'Egitto, recentemente teatro di violenti scontri e dibattiti politici tra le fazioni laiche e musulmane del Paese, non figuri tra i 30 paesi ad alto rischio di golpe. Per quest'anno è quarantanovesimo.

Wednesday, 23 January 2013

Breviario

«Sono lieto di rivolgermi al signor Grilli e non al signor Grillo».
Philippe Lamberts, deputato europeo dei Verdi, rivolgendosi a Vittorio Grilli nel corso dell'audizione del ministro dell'Economia in commissione Problemi economici del Parlamento europeo. (Bruxelles, 21 gennaio 2012).

Tuesday, 22 January 2013

«Disimpegno vietato, i cattolici vadano a votare»

Appello della Cei nel bel mezzo della campagna elettorale. Bagnasco e la Chiesa cercano i voti degli indecisi, scrivendo l'agenda politica dei candidati.

Angelo Bagnasco, presidente Cei
di Emiliano Biaggio

L'elettorato cattolico deve far sentire la propria voce, e i politici credenti devono convergere sui grandi temi etici. In piena campagna elettorale la Chiesa torna a parlare ai fedeli, portatori di valori, credenze e soprattutto voti. I vescovi scelgono la stampa vaticana per parlare, come sempre fanno, agli italiani. In un'intervista a Famiglia Cristiana il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, si rivolge ai milioni di cittadini che a fine febbraio saranno chiamati a votare il nuovo Parlamento e, con esso, a contribuire alla formazione del nuovo governo. Nel clou della campagna elettorale, e con i sondaggi che hanno iniziato a dare indicazioni ben chiare e precise, la Santa Sede - come sempre avviene in questi casi - irrompe nella scena politica italiana. Con il pretesto di rivolgersi ai fedeli, la libera Chiesa in libero Stato ancora una volta manda il proprio messaggio politico-elettorale con chiare indicazioni da manifesto di partito. «Circola spesso l'immagine di un Paese disamorato, privo di prospettive, quasi in attesa dell'ineluttabile», esordisce Bagnasco. «La crisi economica e sociale è però il sintomo drammatico di uno spaesamento più profondo. L'effetto è un ripiegamento sul privato e una fuga nella demagogia che allontana la possibilità di un cambiamento. Ma a un cattolico quest'atmosfera di disimpegno non è consentita e partecipare con il voto è già un modo concreto per non disertare la scena pubblica». I fedeli ancora una volta non sono invitati ad andare in Chiesa e seguire la messa, ma a votare secondo coscienza cristiana e indicazione ecclesiastica. Analogamente viene trattato anche l'elettorato passivo, a cui il presidente della Conferenza episcopale italiana dà precise indicazioni politiche. «La presenza di esponenti cattolici in schieramenti differenti dovrà accompagnarsi a una concreta convergenza sulle questioni eticamente sensibili». Bagnasco ricorda quindi che «l'insignificanza si produce quando all'appartenenza dichiarata non segue un'azione centrata sui valori di riferimento dell'antropologia cristiana e si perseguono logiche più vicine al proprio tornaconto che al perseguimento del bene comune». Se si è fedeli per davvero, si servono umilmente e incondizionatamente i propri leader, e se ne seguono ed eseguono gli ordini. La libera Chiesa in libero Stato impartisce le sue disposizioni: le guardie svizzere in borghese certamente risponderanno. Infine, forte del passato esattoriale e indulgente del suo paese, Bagnasco ricorda l'importanza del rispetto fiscale. «Non esiste una legge "ad ecclesiam". La Chiesa le tasse finora le ha pagate, contrariamente a ciò che si dice e si scrive. Evadere le tasse è peccato». Infrangere uno dei dieci comandamenti ("non dire falsa testimonianza"), per un credente lo è anche di più.

Monday, 21 January 2013

Neve a Bruxelles, Parlamento Ue inaccessibile

Audizione di Grilli presieduta da un altro deputato, cancellata quella di Fabius.

Neve al parco del Cinquantenario
di Emiliano Biaggio 

Strano ma vero. Anche in Belgio e nell’efficiente Nord Europa la neve può rappresentare un problema, nonostante paese e regione siano abituati a vivere e convivere con inverni rigidi e nevosi. Eppure basta una nevicata e le capitali si bloccano. Così in Parlamento europeo diventa davvero difficile arrivare, se non addirittura impossibile. Lo dimostrano Sharon Bowles e Laurent Fabius, presidente della commissione Problemi economici del Parlamento europeo la prima, ministro degli Esteri francese il secondo. Entrambi dovevano essere nella sede del Parlamento europeo quest’oggi, ma nessuno dei due è riuscito ad arrivarci. «Ci dispiace che Sharon Bowles non sia qui, ma ha avuto dei problemi ed è bloccata da qualche parte per la neve», ha detto Wolf Klinz, presidente di turno della commissione Problemi economici aprendo l’audizione del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli. Un’audizione che avrebbe dovuto presiedere Bowles, ma che causa maltempo ha dovuto “cedere” al collega. «Non possiamo aspettarla e le restituirò il posto non appena sarà tra noi», ha aggiunto Klinz. Ma Bowles, almeno per tutta la durata dell’audizione – un’ora e mezza circa – non si è vista.
Annullata anche l’audizione di Fabius, atteso per riferire della missione in Mali. Nemmeno lui è riuscito a raggiungere il Parlamento europeo. Anche in questo caso, per via della neve che copre tutto il “fronte nord” del Continente. L’Europa non deve fare i conti solo con la crisi dell’euro, a quanto pare. Si ritrova per un giorno divisa per la neve. Davvero poco incoraggiante.

Assemblea consultiva saudita, è l'ora delle donne

Il re emana il decreto con cui nomina 30 componenti femminili all'interno del solo organismo politico del regno. E' la prima volta nella storia.

Abdullah bin Abdulaziz Al Saud
di Emiliano Biaggio

L'Arabia Saudita scrive una nuova importante pagina della propria storia nominando per la prima volta in assoluto componenti femminili all'interno dell'Assemblea consultiva, l'organo con il compito di proporre leggi al re. Dei 150 membri che lo compongono 30 saranno donne, in applicazione alla nuova norma che stabilisce quote rosa per non meno del 20% del numero complessivo dei consiglieri reali. A firmare il decreto di nomina lo stesso re saudita Abdullah bin Abdulaziz Al Saud. Un fatto di notevole importanza, in un paese tra i più rigidi in fatto di applicazione di legge islamica. Basti pensare che secondo la legge in vigore in Arabia Saudita, le donne necessitano del permesso di un tutore maschio per lavorare, viaggiare all'estero e persino sottoporsi a cure mediche. Va detto che l'Arabia saudita sta compiendo qualche piccolo passo verso una nuova condizione del mondo femminile: l'attuale monarca ha portato avanti timidi ma comunque significativi progetti di emancipazione femminile, con la realizzazione di una città per sole donne dove permettero loro di lavorare, fare carriera e contribuire alla produttività del paese. Ovviamente le realtà restano separate, e anche nell'Assemblea consultiva la storia non sarà diversa: non ci sarà alcun contatto con gli uomini. Per le 30 consigliere ci saranno entrate e uscite separate, così come i loro uffici. Nel promulgare il regio decreto Abdullah bin Abdulaziz Al Saud ha però sottolineato come le 30 donne avranno stessi diritti e doveri dei colleghi maschi.