Friday, 5 February 2010

Medio Oriente, petrolio e armi nel Golfo

Missili Patriot in Qatar, Kuwait, Emirati Arabi e Bahrein. Mentre l'Iran lavora al nucleare e Israele pensa a come rinnovare il proprio parco aerei di addestramento.

di Emiliano Biaggio

In Iran al lavoro per il nucleare, in Qatar, Kuwait, Emirati Arabi e Bahrein missili a aerei da guerra, nel golfo Persico portaerei, in Israele delegazioni italiane a cercare di vendere aerei di addestramento militare. Grandi manovre in Medio Oriente, tutte ad alta tensione e all'insegna di una corsa al riarmo che non giova ad una regione fortemente instabile. Ognuno per i propri interessi - economici e strategici - legittimi, con Israele e Stati Uniti preoccupati dalla politica energetica iraniana. Teheran ufficialmente lavora al nucleare civile, tra i sospetti e i timori però della comunità internazionale che - Stati Uniti in testa - vorrebbe un inasprimento delle sanzioni, soluzione però "bocciata" da Cina e Russia, che hanno nella repubblica islamica un partner strategico. Visto lo stallo e la complessità della situazione, si gioca allora la carta della "difesa preventiva", vale a dire un aumento della capacità di offesa nella regione che possa servire da monito e da strategica premunizione in chiave anti-Iran. Così il governo del premio Nobel per la pace Barack Obama sigla accordi con Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi per lo stazionamento di unità della marina Usa nei porti di questi paesi. Inoltre il Kuwait ha deciso di rinnovare la proprie difese missilistiche - batterie di missili Patriot - in parallelo con la scelta dell’Arabia Saudita di acquistare negli ultimi 24 mesi 25 miliardi di nuove forniture di armi americane e a consentire a Washington di aumentare da 20 mila a 30 mila uomini il proprio contingente, incaricato in caso di guerra di difendere le infrastrutture petrolifere. Gli Emirati Arabi, invece, hanno acquistato da Washington 80 caccia F-16 e stanno negoziando con Parigi per ottenere un imprecisato numero di jet Rafale. Poi vi sono i nuovi sistemi di difesa anti-aerea "Thaad" che Arabia Saudita e Emirati Arabi stanno installando mentre altre monarchie del Golfo meditano analoghe decisioni. Una generale corsa al riarmo dei paesi del Medio Oriente descritta da tutti i soggetti interessati come un processo di rafforzamento complessivo delle difese anti-missilistiche degli Stati del Golfo, che si sentono minacciati dal regime degli ayatollah. Il generale statunitense David Petraeus ha precisato che il sistema di difesa prevede otto batterie di missili Patriot, due per ognuno dei quattro paesi, in grado di abbattere i missili offensivi a corto raggio. E Israele? Non sta a guardare. Fonti dello stato ebraico hanno fatto sapere che «Israele deve rinnovare il proprio parco di aerei da addestramento». Di ufficiale, ancora, non cè niente. Anche perchè, spiega la fonte, «prima le Israeli Defense Forces devono valutare quali sono gli apparecchi sul mercato che meglio rispondono alle nostre esigenze e quindi passare al ministro i risultati della propria analisi». Almeno una prima analisi chi di dovere in Israele l'ha già fatta, se è vero (e lo è!) che la delegazione italiana guidata da Silvio Berlusconi avrebbe discusso della vendita di 40 M-346 Master, gli aerei di addestramento militare gioiello della nostra tecnologia, che equivarrebbero a un commessa, per l'azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica), di circa un miliardo di euro. Quel che è certo è che in Medio Oriente - zona golfo Persico - si sta aumentando la pressione militare e bellica. Ma del resto il Nobel per la pace Obama ha parlato di un mondo senza atomico, mica di un mondo senza armi e senza mine anti-uomo. Cvd.

Thursday, 4 February 2010

«Bene Israele a Gaza». Da Berlusconi duro colpo al processo di pace in Medioriente

Nella sua visita in Israele ignora il rapporto della commissione Goldstone, e sul muro dice: «Non l'ho visto».

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i Emiliano Biaggio

«La reazione di Israele su Gaza fu giusta». Lo afferma Silvio Berlusconi di fronte alla Knesset, il parlamento dello stato ebraico. Nella sua visita nel paese del Medio Oriente, il presidente del Consiglio rilascia dichiarazioni a favore di Israele - e non accaso i parlamantari applaudono - e contro un processo di pace che a questo punto rischia una volta di più di diventare un chimera. Le reazioni dell'Anp infatti non si fanno attendere: «Quella degli israeliani a Gaza fu un'aggressione», replica Nemer Hammad, uno dei più stretti consiglieri politici di Abu Mazen. «C'è un rapporto che si chiama Goldstone sui crimini israeliani- ricorda il palestinese- e qualunque cosa dica il premier Berlusconi non cambia la realtà». La realtà. Questa dice che l'esercito israeliano ha usato fosforo bianco su obiettivi civili nel corso dell'operazione "Piombo fuso", quella «reazione giusta» cui fa riferimento Berlusconi. Ammesso che le ragioni possono essere sacrosante, il come si perseguono possono anche sconfessarle. Questo dovrebbe essere detto, ma nessuno lo dice. Si preferisce invece continuare con il giustificare Israele sempre e comunque. Nel caso specifico è comprensibile, dato che il presidente del consiglio è andato per fare affari (a cercare di vendere aerei d'addestramento militare italiani, per l'esattezza) , e in questi casi non bisogna contrariare il possibile acquirente, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà non aiuta, specie in una regione turbolente come quelle mediorientale. Invece gli occhi si chiudono. O meglio, restano aperti ma a guardare altrove. Come dimostra perfettamente Berlusconi. A chi gli chiede del muro che circonda Betlemme, il premier risponde che «non me ne sono accorto». E questo perchè «stavo rimettendo a posto le mie idee, prendendo appunti sulle cose che avrei dovuto dire al presidente». Spiegazione diplomatica, nulla da dire. Un modo molto elegante per glissare e dribblare eventuali inconvenienti con imbarazzi annessi. Certo che 725 chilometri di barriera di cemento alta 3 metri, per quanto uno possa essere assorto, difficilmente possono non apparire, sia pur per sbaglio, all'interno del campo visivo di un occhio umano. Ma tant'è, non si vede. Certo, tra il non vedere e il non voler vedere intercorre una bella differenza, ma allo stato attuale la realtà - questa volta - cambia poco. Perchè giustificare e sposare aprioristicamente la linea di Israele consegna allo Stato ebraico (e ai paesi suoi amici) lo scettro del potere per decidere della questione arabo-israliano, tagliando fuori la Palestina e i palestinesi. Alla Knesset Berlusconi tende la mano a Israele e la nega all'Autorità palestinese. Ancora una volta, è l'inumana logica del profitto a prevalere. (fonte foto: Apcom)

Tuesday, 2 February 2010

Israele usò fosforo bianco contro obiettivi civili

Sotto accusa due alti ufficiali di Tzahal: «autorizzarono l'utilizzo di bombe che misero in pericolo vite umane».

di Emiliano Biaggio

Israele ha sparato su obiettivi civili con armi al fosforo. La rivelazione chock conferma clamorosamente quei crimini contro l'umanita denunciati dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon alla fine dell'operazione "piombo fuso", la campagna militare israeliana condotta contro Hamas dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 e che ha provocato la morte di 1.400 palestinesi. Le stesse Tzahal, le forze armate israeliane, non hanno smentito l'utilizzo di bombe al fosforo, che secondo le convenzioni internazionali possono essere utilizzate solamente a scopo di illuminazione, per spaventare o per nascondere le proprie truppe. Ma non come arma di offesa. una volta incendiata, la bomba al fosforo sprigiona particelle che si disperdono nell'aria e che, a contatto con i tessuti molli, sprigiona pezzi di feltro che a contatto con l'aria si incendiano e si attaccano alla pelle, bruciando per ore. Lo stato maggiore dell'esercito israeliano ha però riconosciuto che il colonnello Ilan Malka e il generale di brigata Eyal Eisenberg, il 15 gennaio 2009, due giorni prima della fine di "piombo fuso", oltrepassarono la propria autorità «nell'autorizzare l'utilizzo delle bombe al fosforo che misero in pericolo vite umane». Le Tzahal hanno fatto sapere di aver preso misure disciplinari nei confronti degli alti ufficiali, ma allo stesso tempo hanno riconosciuto come valide le accuse che erano state mosse al governo di Tel Aviv. La commissione Goldstone - voluta dal segretario generale dell'Onu in persona per far luce sull'operazione - già lo scorso settembre aveva infatti sostenuto che lo Stato ebraico «non ha adottato le precauzioni richieste dal diritto internazionale per limitare le perdite di vite umane, i feriti tra i civili e i danni materiali». Alle forze armate israeliane sono stati contestati «i proiettili di mortaio al fosforo bianco contro le installazioni dell'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi», «l'attacco intenzionale sull'ospedale Al Quds» sempre «con proiettili esplosivi e al fosforo», «l'attacco contro l'ospedale Al Wafa», insieme a «violazioni del diritto umanitario internazionale». Adesso il quotidiano israeliano Haaretz riferisce che «durante un combattimento con Hamas, che secondo l’intelligence israeliana possedeva missili anticarro, è stato deciso di usare il fosforo bianco per coprire le operazioni dell’esercito e rendere più difficile la visibilità per Hamas». In quel frangente - un’operazione a Tel al-Hawa, un quartiere meridionale della Striscia di Gaza - «centinaia di munizioni al fosforo sono state lanciate nella zona e hanno colpito alcuni civili palestinesi e degli impiegati dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i soccorsi e il lavoro».

Saturday, 30 January 2010

Vendola, Bologna e le primarie: i mille rebus Pd

Con le amministrative sempre più prossime, aumentano i problemi per Bersani e i suoi. E crescono i malumori interni al partito.

di Emiliano Biaggio


Tensioni e divisioni. Il Partito democratico tra un presente difficie e un futuro tutt'altro che semplice da immaginare. Per via di quelli che saranno i risultati delle amministrative, ma anche e soprattutto per le lotte interne al partito. Il sostegno dato ad Emma Bonino nel Lazio ha suscitato le ire dei teodem, ma il Pd è adesso scosso da due terremoti, entrambi politici: il primo Bologna, il secondo in Puglia. Nel comune emiliano, roccaforte storica del centrosinistra, il sindaco Flavio Del Bono si dimette a causa dello scandalo del cosiddetto "Cinzia-gate", mentre in Puglia il governatore uscente Nichi Vendola sconfigge alla primarie il candidato bersaniano del Pd francesco Boccia. Un risultato, questo, che apre la crisi: l'Udc non è disposto ad appoggiare Vendola, rompe con i democrat e e appoggia Adriana Poli Bortone, candaidata alla presidenza della regione con la sua lista Io Sud. Nel Pd crescono i malumori, e già c'è chi parla di resa dei conti post-elettorale, e quindi dopo i risultati delle consultazioni. Ma adesso al strada non è certo sgombra da ostacoli: la Puglia produce un effetto domino, è così si va alle primarie anche in Umbria, Campania e Calabria. Nella prima di queste regioni Besani propone Catiuscia Marini, Veltroni Mauro Agostini, nome però poco gradito a Franceschini e Fioroni, con quest'ultimo che pensa al nome di Giampiero Bocci. In Campania a correre dovrebbero essere Ennio Cascetta e Vincezo De Luca, ma il secondo è incrollabile avversario di Sassolino, che pensa quindi di correre anch'egli alle primarie, rischiando di scombinare i piani del Pd. Pd che con Bersani in prima persona in Calabria cerca di indurre Agazio Loiero a farsi da parte, col governatore uscente intenzionanto però a non mollare. Rebus e dilemmi logorano un Pd cheunavolta di più mostra tutta la propria fragilità e quelli che sono tutti i propri limiti. Bersani gioca allora la carta Di Pietro, e stringe una nuova intesa conl'Idv. Una mossa, questa, che offre nuove prospettive nonchè una boccata d'ossigenoa ad un Pd più che mai in apnea. E da una posizione di difficoltà e dalla netta sensazione di una strategia improntata sulla difesa, adesso Bersani va alcontrattacco svelando che il suo obiettivo - e quindi quello del suo partito - è di vincere almeno 7 delle 13 regioni in palio, tra presidenze da confermare e poltrone da conquistare. Un risultato che a ben vedere può non essere un miraggio, perchè il Pdl al porprio interno deve resistere ora agli strattoni della Lega, ora a quelli di Poli Bortone, ora a Fini e agli ex-An. Tradotto, anche la maggioranza non è poi così compatta come Berlusconi & Co. vorrebbero far credere. Lo stesso premier ha ammesso di temere di perdere 7-6, ed è quindi passato ad attaccare gli avversari anche per la ritrovata intesa tra il Pd e l'Idv del suo acerrimo nemico Di Pietro. Ma si sa, siamo in pieno clima elettorale, ed è naturale che si discuta di elezioni, alleanze e strategie, ci si attacchi e ci si accusi reciprocamente. E poco importa se in tutto questo la Fiat decida unilateralmente la chiusura di tutti gli impianti per due settimane, o se nel silenzio più totale nel decreto "Milleproroghe" si proponga un nuovo condono per gli abusi edilizi commessi anche prima del 2003, perchè con le amministrative alle porte si parla di politica e si fa polica. E come tanto amava ripetere D'Alema, la politica è un'altra cosa.
(Editoriale della puntata di E' la stampa bellezza del 29 gennaio 2010, in onda su Radio Libera Tutti.)

Friday, 29 January 2010

Stanchi delle solite emozioni? Ecco l'eco-sesso

Su internet i dieci consigli per amare partner e natura.

di Emiliano Biaggio

Sesso? Se è sicuro è meglio, se poi è anche pulito è meglio ancora. Ecco allora "Sesso in auto: fallo con amore", gruppo di Facebook dove è possibile consultare un eco-decalogo per "farlo", ma nel rispetto dell'ambiente. Come? Semplice. Tanto per iniziare, dopo il rapporto basta non gettare per terra il profilattico usato. Questo è solo il primo della singolare lista contenuta nel gruppo del social network, istituito dal comune di Trani per risolvere il problema dei "rifiuti sessuali". L'idea è di Pina Chiarello, assessore all’Ambiente del comune pugliese, decisa a intervenire in una zona periferica frequentata dalle coppiette che poi, una volta andate via, lasciano sul luogo una vera e propria mini-discarica abvusiva. E dire che l'Assessore le aveva provate proprio tutte: prima ha potenziato l'illuminazione per la strada, mettendo i lampioni laddove non c'erano e riparando quelli che non funzionavano. Poi, stabilito che l'adeguamento della rete di illuminazione della zona richiede più tempo del previsto e va per le lunghe, e il problema va risolto, il lancio della gruppo "ad hoc". Chiarello spiega così l'iniziativa: quando fai sesso «fallo con amore verso il tuo partner e sii discreto. Fallo con amore verso l’ambiente: non lasciare rifiuti». Se non sapete come fare, leggete l'eco-decalogo. E poi, fatelo con amore.

Tuesday, 26 January 2010

Sopresa Cina, acqua sotto l'altipiano tibetano

Scoperte in Qinghai riserve idriche a 3000 metri di altitudine. Per la gioia di Pechino e lo sgomento di un popolo, che ora teme una volta di più l'autorità centrale.

di Emiliano Biaggio


Ricchezze naturali nascoste nelle viscere d'alta montagna, a quota 3.000 metri. La scoperta sull'altipiano del Tibet-Qinghai, dove geologi cinesi hanno individuato due riserve idriche sotterranee del Qaidam, il bacino idrico più elevato della regione. Una involontaria caccia al tesoro che rende al governo cinese nuove importanti risors e che aumenta l'importanza - a questo punto sempre più strategica e sempre più economica - di un territorio già ricco di per sè. Nel Tibet vi sono infatti petrolio, uranio, oro, rame e minerali, insieme all'82% dell'acqua potabile dell'intera Asia. A tutto questo adesso si aggiunge altro "oro blu", con le riserve idriche sotto i coni alluvionali dalla capacità di stoccaggio di 2,8 miliardi di metri cubi, circa 465 milioni di metri cubi di acqua sotterranea dei quali sfruttabili annualmente. E in un paese dallo sviluppo accelerato, questo sfruttamento sembra essere molto più che un'ipotesi. Come conferma Luo Yinfei, responsabile dell'Ufficio per la gestione ambientale e geologica della provincia del Qinghai. «La scoperta di queste riserve permetterà di facilitare grandemente lo sfruttamento delle risorse naturali nel bacino», commenta a caldo. Parole che invece gelano i tibetani, consapevoli dei rischi per l'ambiente ma soprattutto dell'ulteriore stretta dell'autorità centrale sul territorio. In Tibet - ex stato oggi Xizang e parte delle regioni Qinghai, Gansu, Yunnan e Sichuan - da cinquant'anni il partito comunista cinese applica una politica di rigidco controllo e violenta repressione, e ora la natura offrono un'ulteriore più che valida motivazione per intensificare la presenza sul territorio e un intervento su di esso. "Sfortunati" davvero i tibetani ad avere così tante ricchezze, talmente tante che ancora oggi se ne trovano ancora, e in certi casi si tratta di veri e propri pezzi unici. Le riserve idriche nel sottosuolo dell'altipiano del Tibet-Qinghai sono uno di questi, vero è che la scoperta di riserve di acqua in un bacino situato in una regione interna è molto rara. Per i cinesi quindi una buona notizia, per i tibetani un pò meno. Adesso Pechino ha infatti un motivo in più per far naufragare i negoziati sullo status del Tibet, che è facile prevedere non beneficerà di questa nuova scoperta. Almeno così sarà per quelli non di etnia Han.

Saturday, 23 January 2010

Informazione e imprenditoria, il dilemma di internet sugli accessi nella rete

Barriere all'ingresso dei siti news con abbonamenti: quando il libero mercato si scontra con il libero web. Che libero lo è un pò (sempre) meno.

di Emiliano Biaggio

New York Times
on-line a pagamento: la testata a stelle e strisce adotta questa politica, e a partire dal 2011 si potranno leggere gratuitamente fino a dieci articoli ogni mese. Dopodichè, o si sottoscrive l'abbonamento o niente informazione. L'offerta, hanno spiegato i vertici della testata, riguarderà solo i lettori occasionali e non sarà rivolta a chi invece avesse già l'abbonamento per la versione cartacea del NYT. Una scelta che non dovrebbe sorprendere, dato che il Financial Times sta già praticando la stessa strategia di marketing (lettura gratuita di un certo numero di articoli al mese e, superata tale soglia, richiesta di pagamento all'utente) mentre il Wall Street Journal di Rupert Murdoch già offre parte delle news on-line gratuitamente e parte in abbonamento. Proprio il tycoon australiano è stato il primo grande fautore del "pay-per-read" su web, e questo da un punto di vista imprenditoriale è comprensibile: essendoci una forte utenza multimediale, il flusso di lettori - e quindi potenziali acquirenti - è maggiore di quello che si reca nelle edicole. Il che significa, con accesso al sito a pagamento, entrate maggiori e - quindi - maggiori utili. L'Italia, in tal senso, è un esempio più che valido: secondo la ricerca La stampa in Italia 2005-2007 della Fieg, nel nostro paese sono stati 40,4 milioni gli individui che nel 2007 hanno letto copie di quotidiani tradizionali a pagamento. Il che significa, in termini monetari, milioni di euro. Per gli editori il "pay-per-read" su web rappresenta un affare, non c'è che dire. Ma i lettori sono disposti a fare il gioco degli editori? Il rischio potrebbe essere quello di un "effetto boomerang", vale a dire riduzione degli accessi. Del resto, finchè c'è pluralismo e - soprattutto - pluralità, la scelta del consumatore potrebbe sempre orientarsi per quei siti che offrono lo stesso prodotto ma "free". Ma ciò su cui si dovrebbe ragionare è forse il restringimento agli accessi nella rete: consultare pagine web solo con previo pagamento è limitizione della libertà di navigare, oltre ad essere un ostacolo all'accesso di informazioni e sapere. Certo la libertà non fa ricchi gli imprenditori, ma fa più contenti gli internauti, questo è certo. Il compromesso quale potrebbe essere, allora? Ma l'equilibrio, è chiaro. L'equilibrio determinato dal punto di incontro tra domanda e offerta. In parole povere, il prezzo: finchè la messa in vendita sarà a prezzi "ragionevoli" e sostenibili per il lettore, un abbonamento potrà essere sottoscritto. Ma il prezzo da pagare in termini di libertà di diritto all'informazione e accesso nella rete è sostenibile? Almeno finchè resta a una manciata il numero dei siti che mettono barrire all'ingresso.

Lezioni italiane

(dal Corriere della Sera del 23 gennaio 2010)

Thursday, 21 January 2010

Il lento e innarrestabile imbarbarimento d'Italia

Sui banchi di scuola a lezione di analfabetismo. E mentre gli italiani fanno fatica a leggere e scrivere, il governo abbassa l'età dell'istruzione obbligatoria.

l'e-dittoreale

Studenti italiani che hanno difficoltà a scrivere in italiano, e non in prima elementare - come sarebbe lecito aspettarsi - ma in quinto liceo, alla prova di maturità. La metà delle prove scritte contiene errori di ortografia, frasi senza senso e periodi sgrammaticati; e poi i giovani studenti non riescono a capire quello che leggono. A questo va aggiunto che il tasso di abbandono degli studi da parte degli studenti tra 1 18 e i 24 anni è del 21,9%, contro una media europea del 14,9%. Peggio degli studenti italiani, in questa graduatoria, solo Malta (44,3%), Portogallo (38,2%) e Spagna (30,8%). Un problema di sistema scolastico, dunque. Ma non solo. Difficile credere che i giovani e èiù giovani italiani siano stupidi: se fanno fatica a comprendere il senso di quello che leggono, forse - azzardiamo un'ipotesi - non sono abituati a leggere e ragionare. Colpa della troppa tv e di una società invasa da telefonia cellulare e modelli non proprio educativi, ma anche dell'istruzione e, quindi, dello stato. Perchè è lo stato che deve garantire istruzione ai propri cittadini. Almeno, a livello teorico. Perchè nella pratica il Governo - in una situazione come quella appena dipinta - anzichè cercare di invertire questi trend con politiche scolastiche, propone un emendamento al disegno di legge Lavoro collegato alla Finanziaria - approvato dalla commissione Lavoro della Camera - che prevede che l'apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell'obbligo di istruzione. Tradotto, se la proposta dovesse andare in porto, l'obbligo scolastico in Italia passerebbe così dai 16 ai 15 anni di età. Non senza polemiche: «La maggioranza e il ministro del Lavoro Sacconi hanno deciso di fare carta straccia dell'obbligo scolastico» critica Beppe Fioroni, ex-ministro della Pubblica istruzione. «E' inaccettabile- sostiene- che, invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione e mettere in grado i ragazzi italiani di poter competere ad armi pari con i loro colleghi nel resto del mondo, qui si decida di fare un salto all'indietro così macroscopico». Di diverso avviso Confidustria e, ovviamente, il Governo secondo cui - a detta del ministro Sacconi - con questo provvedimento si intende dare vita ad una «efficace modalità di apprendimento in un contesto lavorativo». Diversa la posizione dei sindacati, con la Cgil che parla di «ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico». Smantellamento. Accusa forte, ma che sembra trovare fondatezza nel fatto che dai programmi dei licei e degli istituti tecnici e professionali - in via di definizione - sta per scomparire la geografia. Volendo essere maligni verrebbe da pensare che tutto sembrerebbe rispondere ad un disegno ben preciso, che è quello di affossare il sistema la scuola e regalare ignoranza alle future generazioni (e anche quelle "attuali"). E, sempre a voler essere maligni, si potrebbe quasi sostenere che il Governo voglia indebolire quella che dovrebbe essere la "fabbrica" del sapere, visto che il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha addirittura annunciato tagli del 25% ai fondi per la pulizia nelle scuole. Tutti sanno, o almeno dovrebbero sapere, quanto è facile manipolare un popolo ignorante. E quello italiano, come si vede, ignorante lo è sempre di più. Se mai doveste capitare a Praga, recatevi al museo Kampa: là, affissa sulla parete d'ingresso, troverete una targa con su scritto "Se la cultura di una nazione sopravvive, allora sopravvive anche la nazione". Alla luce di questa semplice frase, per chi riesce a coglierne il significato, la sfida dell'Italia per l'immediato futuro è quella di non morire. Perchè lo sta lentamente facendo.