Friday, 18 February 2011

Borghezio: «abolire il 25 aprile, non è una data che unisce»

L'eurodeputato leghista: «Una parte del paese non si riconosce in questo giorno, anche repubblichini volevano l'Italia»

di Emiliano Biaggio

«Dal momento un cui ci vogliono imporre il 17 marzo come festa nazionale, allora aboliamo il 25 aprile», perchè «non possiamo tenerci due feste nazionali». «Non ci trovo nulla di male a cancellare questa ricorrenza dal calendario: il 25 aprile non è certo una data unificante, c'è una parte del Paese che non ci si riconosce». A sostenerlo l'europarlamentare della Lega, Mario Borghezio, in una revisione storica dai toni destrorsi neo-fascisti. O solo storici, perchè come spiega lo stesso esponente del Carroccio «come molti storici stanno dimostrando, sono state nascoste molte cose su cosa sia successo nel post-25 aprile». Addirittura, sostiene Borghezio, «si parla addirittura di 100 mila italiani uccisi per il fatto di non essere stati simpatici ai partigiani comunisti e all'ala più dura della resistenza comunista». 17 marzo e 25 aprile, nascita dell'Italia unita e rinascita dell'Italia unita libera e democratica, date e avvenimenti che oggi più che unire e mettere d'accordo dividono e aprono scontri, avviando processi alla storia, agli avvenimenti e alle intenzioni. E alle idee. E Borghezio ha voluto dire la sua a proposito del patriottismo schierandosi con la Repubblica sociale italiana. «Vogliamo dire che chi stava dall'altra parte e non con i comunisti non era patriota?», domanda l'esponente leghista. «Vogliamo dire che non si riconoscevano nel tricolore quelli che sono andati a combattere per una causa evidentemente persa? Basta leggere le lettere dei caduti della Repubblica Sociale, che sono uguali a quelle dei caduti della Resistenza». Borghezio tranquillizza: «Non mi sento affatto un fascista», e poi «questa terminologia è ridicola, un modo per non affrontare i problemi».

Wednesday, 16 February 2011

Petrolio, una guerra grande nella grande guerra

Durante il primo conflitto mondiale l'avvio alla corsa per le risorse, con soggetti e in zone di grande attualità.

di Jacopo Gilberto

La prima guerra del petrolio si combatté nel 1916, mentre in europa gli eserciti si massacravano nella prima guerra mondiale. La Gran Bretagna aveva deciso di alimentare le navi della royal navy non più con il carbone ma con la nafta. Per assicurarsi gli approvvigionamenti di nafta per la flotta, tentò di mettere le mani sui giacimenti del golfo persico. Invase l’Iraq di allora, che si chiamava ancora Mesopotamia e dipendeva dall’impero ottomano: una storia tragica ed esaltante, e una vicenda in due tempi. una prima spedizione tentò di arrivare a Baghdad, ma fu una sconfitta sanguinosa e dolentissima. Il corpo militare inglese si ridusse a Kut el-Amara, sulla sponda del Tigri, in un assedio senza speranze: dovettero arrendersi in 13.000, la metà morì dopo una prigionia straziante. Fu organizzata una seconda spedizione: questa volta bene armata, dotata delle migliori tecnologie belliche. bagdad fu conquistata, l’armata arrivò fino alla Siria e alla Palestina, che entrarono nell’orbita di Londra, e i giacimenti iracheni furono ripartiti fra le compagnie petrolifere di allora: la Standard oil di Rockefeller (la So, poi Esso, poi Exxon e infine ExxonMobil), la Shell, l’Anglo-Persian diventata Bp, la Gulf, la Mobil.
Tutto nasce da Winston Churchill: nel 1911 era primo lord dell’ammiragliato, cioè ministro della marina, e come tale approvò il piano di costruzioni della flotta per gli anni successivi. Si trattava della costruzione di una divisione di cinque grandi corazzate di ultimo modello. Il nome della prima nave della serie, la "Dreadnought", divenne per antonomasia il termine di nave da battaglia, ovvero corazzata. (leggi tutto)

Monday, 14 February 2011

L'onda rosa scuote il paese - fotogallery -

















L'onda rosa scuote il paese

Centinaia di migliaia di donne per chiedere dignità e rispetto, e manifestare disprezzo per un premier che offende la femminilità.

di Emiliano Biaggio
Vedere così tanta gente, così tante donne per le strade e le piazze italiane a chiedere rispetto e dignità fa davvero un grande effetto. E' la risposta a quanti, in questo paese, credano che tutto sia permesso e che tutti siano comprabili o svendibili. E' la dimostrazione dell'esistenza di umanità e femminilità genuine, sane, contenitori positivi di costruttività. Un risveglio quasi dovuto, per chi continua a essere vista come un mero strumento di piacere e compiacere. Le donne si sono fatte sentire, e come sempre e come solo loro sanno, l'hanno saputo fare con vigore ed efficacia. Non si tratta di dire "tremate, le streghe son tornate" (lo slogan degli anni Settanta), si tratta di dire "le donne ci sono e sono una risorsa per il paese". Ignorarle sarebbe un errore, ma fortunatamente c'è una miope minoranza che continua a far finta di niente. Tutti gli altri dovrebbero prendere spunto dall'esempio offerto dalle tante, tantissime scese in piazza per un momento di presa di coscienza collettiva. Che deve essere più convinto e durare ben più d'un momento. Intanto, un sentito grazie a tutte.

Friday, 11 February 2011

Rai, va ora in onda il regime di Berlusconi

Censure alla Dandini, telefonate preventive e irruzioni in diretta. E un tg1 specchio del dissesto televisivo che fa comodo al premier.

l'e-dittoreale

In Italia va in onda l'autoritarismo del potere, con le reti televisive che trasmettono la farsa democratica messa in piedi da Berlusconi. La Rai recita il copione del regime, fatto di videomessaggi, attacchi e proclami. E di censure. Come quella ai danni di "Parla con me", la trasmissione di Serena Dandini, che avrebbe dovuto mandare in onda il finale di "Il caimano" ma che alla fine se l'è visto negare. Per motivi tecnici, spiegano dalla Rai di Mauro Masi, il direttore generale che preventivamente si dissocia da Michele Santoro telefonando in diretta tv "per mettere in riga" il conduttore. MOretti aveva concesso a titolo gratuito la messa in onda degli ultimi sette minuti del film, che parla di Berlusconi, di come si è creato il suo impero, e che termina con la condanna da parte dei giudici, con una molotov lanciata sui giudici. Tema di scottante attualità, visti gli ultimi attacchi del premier alla magistratura e le ultime vicende giudiziarie del premier. Tema scottante, quindi. E allora la Rai, per bocca del vicedirettore Antonio Marano, fa sapere che non si possono mettere in onda più di tre minuti del finale (che ne dure più del doppio) per non creare danni «irreparabili al valore editoriale» alla pellicola di Moretti, che dovrebbe essere in onda integralmente su Raiuno, anche se la rete ammiraglia al momento non ha spazi in palinsesto e ancora non ha una data di messa in onda. Una spiegazione che odora di menzogna, e infatti la Rai si sbugiarda da sola: ieri sera Raidue, contrariamente al palinsesto previsto e annunciato, trasmette "Le vite degli altri", film che racconta il regime comunista della Germania est, la Ddr, e la Stasi, la polizia cui era affidato il controllo dei cittadini. Proprio nel giorno in cui il presidente del Consiglio accusa «la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me», che «è fatta per andare oltre», procedendo con «un’inchiesta farsesca, degna della Germania comunista, scegliendo tempi e modi per creare degli scandali internazionali». Sempre sulla Rai, va in onda la difesa di Berlusconi, affidata all'improvvisato avvocato difensore Giuliano Ferrara: «C`è una dichiarata volontà da parte del gruppo editoriale L`Espresso, del suo editore Carlo De Benedetti, dei professoroni dei Palasharp, di abbattere Berlusconi con mezzi extraparlamentari», grida in sei minuti di intervista senza domande, praticamente un monologo senza contradditorio. «Sono 16 o 17 anni- scandisce Ferrara- che in Italia c`è un partito, un circuito o un circo mediaticogiudiziario: i giornali fanno ciò che i pm non possono fare e igiornalisti diventano magistrati. A loro volta, i magistrati fanno i giornalisti e informano loro su ciò che desiderano informare». Tv di regime? Uso autoritario dei media? Si. Come i vari Ceausescu dal 2001 a al 2010 Berlusconi ha parlato alla nazione dalla tv 10.206 minuti, praticamente una settimana continuativa per 24 ore al giorno. E se sommiamo i tempi di tutti i leader del centro sinistra che si sono alternati negli ultimi 10 anni, superiamo a malapena i 3.500 minuti (3.688, per essere esatti). Se si considerano gli interventi dei Presidenti della Repubblica (Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano), arriviamo a 3.414 minuti in Tv. Come si vede, c'è sempre e solo lui. Che nel 2002 promulgò l'editto di Sofia contro Santoro, Luttazzi e Biagi: gli ultimi due sono stati epurati, Santoro è reintegrato ma non ha vita facile. Il 20 maggio 2009 Augusto Minzolini arriva alla guida del tg1, che perde spettatori, sforna servizi di intrattenimento, confeziona interviste compiacenti il premier, mistifica la realtà spacciando Berlusconi per assolto Berlusconi nel caso Mills quando è invece prescritto, e viene alla fine diffidato dall'AgCom per «forte squilibrio» a favore della maggioranza e del governo. Questo è l'autoritarismo del potere, in onda sette giorni su sette, con le reti televisive che trasmettono la farsa democratica messa in piedi da Berlusconi e proiettano dai teleschermi il disegno sultanistico di un sessuomane quasi pedofilo che fa del proprio volere il lecito e il consentito, in barba ai limiti fissati da leggi che si vogliono cambiare a ogni costo e con qualunque mezzo. L'impunità e il divieto di pubblicazione di intercettazioni e atti giudiziari, ad esempio: strumenti per rendere il potere ancora più assoluto.



(poi editoriale del 18 febbraio 2011 di
E' la stampa bellezza, su RadioLiberaTutti)

Thursday, 10 February 2011

Sud Sudan, Bashir accetta la secessione

Nasce la nuova nazione africana.

di Daniele Mastrogiacomo (da LaRepubblica dell'8 febbraio 2010)
Anche il presidente Omar al-Bashir, alla fine, ha accettato il verdetto delle urne e ha ufficialmente riconosciuto lanascitadelSudSudan. Ammettere la secessione della parte meridionale del suo Paese non è stato facile, ma di fronte al 98,83% dei voti che tra il 19 ei l 15 gennaio si sono espressi sfavore della nascita del54esimo Stato africano, il potente padrone del Sudan, ancora colpito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale per violazione dei diritti umani e concorso in genocidio, non ha potuto far altro che prendere atto della realtà. In una cerimonia condita da strette di mano e sorrisi con il suo ex nemico e attuale presidente provvisorio delle regionl meridionali, Salva Kiir, Bashir ha promesso rispetto e sostegno per la scelta compiuta dalla maggioranza cristiana e animista del sud del Paese. Si è trattato di un atto formale. I risultati del referendum erano già noti da un paio di giorni. Ma solo ieri, quando tutte le schede sono state scrutinate e controllate, si è proceduto alla proclamazione ufficiale dellanascitadel Sud Sudan. «Una nuova alba nella regione», il commento della Casa Bianca. I problemi veri, quelli legati alla gestione di un potere tutto da costruire e alla definizione dei confini tra nord e sud, oltre alla suddivisione dei proventi dei giacimenti petroliferi, concentrati al 90% nel meridione, devono ancora essere risolti. L`attività del nuovo Stato verrà verificata nei prossimi cin- que mesi, e solo iI 9luglio sarà sancita la sua definitiva nascita.
Esperti e osservatori restano preoccupati. Passate l`euforia e la soddisfazione per un referendum su cui avevano puntato molto gli americani e che l`amminístrazíone Obama considerava come una prova importante per la politica estera statunitense in Africa, si sono riaffacciati gli spettri di una nuova guerra e di nuove mattanze a scapito della popolazione civile. Il presidente provvisorio Salva Kiir ha ribadito tuttavia la volontà di collaborazione. «Nord e Sud», ha detto durante la cerimonia di Karthoum, «devono co struire rapporti forti». Ornar el-Bashir ha ascoltato e ha annuito. Ma in diverse interviste e dichiarazioni ai giornali ha espresso tutto il suo scetticismo: «Hanno voluto la se- parazione, ma se ne penuranno». Sul terreno la situazione resta critica e difficile. Le trattative per definire i c onfini tra ì due Stati e soprattutto lo status giuridico dell`enclave strategica di Abyei, ricca di petrolio, sono ancora in alto mare. Da gennaio ad oggi sono morte decine di persone negli scontri avvenuti nella regione. I soldati di Karthoum che si trovano nel sud non sono disposti a consegnarele armi e rifiutano di tornare al nord. I gruppi ribelli hanno ripreso le loro scorribande, tra raid e saccheggi. Anche il Darfur del nord vive giorni drammatici: migliaia di persone sono state costrette a fuggire dai villaggi e sono tornati ad ammassare i campi profughi allestiti dalle Ong e dall`Onu. Per il Sud Sudan si annuncia un battesimo di fuoco.

Monday, 7 February 2011

L'esercizio dell'autorità

(da Avere o essere? di Erich Fromm)

[...] L'autorità quando è razionale si fonda sulla competenza, e aiuta a crescere coloro che a essa si appoggiano. L'autorità quando è invece irrazionale si basa sul potere e serve a sfruttare la persona che a essa è asservita. Gran parte dei membri di una società burocratica, gerarchicamente organizzata qual è appunto la nostra, esercita autorità, con l'eccezione di coloro che appartengono all'infimo livello sociale, e che sono soltanto oggetto di autorità. Nelle società più primitive viene esercitata dalla persona generalmente riconosciuta come competente: su quali doti si basi la competenza, dipende in larga misura dalle circostanze specifiche, ma generalmente nel novero devono rientrare esperienza, saggezza, generosità, abilità, «presenza» e coraggio. Presso molte di queste tribù, non esiste autorità permanente. Quando accade che le qualità su cui si fonda scompaiono o impallidiscono, l'autorità stessa ha fine. Secondo la modalità dell'essere l'autorità non è fondata soltanto sulla competenza dell'individuo per quanto riguarda l'assolvimento di certe funzioni sociali, ma anche, e nella stessa misura, sulla vera essenza di una personalità pervenuta a un alto grado di crescita e integrazione. Persone del genere irradiano autorità e non sono costrette a impartire ordini, a minacciare, a corrompere; si tratta di individui altamente sviluppati i quali dimostrano, con ciò che sono - e non principalmente con ciò che fanno o dicono -, quello che gli uomini possono essere. Il bambino, che ha bisogno di quest'autorità secondo la modalità dell'essere, reagisce a essa con grande entusiasmo, mentre si ribella alle pressioni o all'indifferenza di individui che, con il loro stesso comportamento, dimostrano di non aver compiuto a loro volta lo sforzo che pretendono dal figlio che cresce. In seguito alla formazione di società basate su un ordine gerarchico assai più ampio e complesso di quelle primitive, l'autorità basata sulla competenza cede il passo all'autorità basata sul rango sociale. Con questo, non si vuole dire che l'autorità esistente sia per forza di cose incompetente, ma soltanto che la competenza non costituisce un elemento essenziale dell'autorità. In gran parte delle società vaste e gerarchicamente organizzate si verifica il processo di alienazione dell'autorità, nel senso che la competenza iniziale, effettiva o presunta, viene trasferita all'uniforme o al titolo dell'autorità. Se questa veste la divisa appropriata o si fregia del titolo adeguato, tale segno esteriore di competenza prende il posto della competenza effettiva e delle relative qualità. Il fatto che la gente scambi uniformi e titoli per le effettive qualità della competenza non è qualcosa che accade di per sé. Coloro che possiedono questi simboli di autorità e coloro che ne beneficiano devono attutire il modo di pensare realistico, vale a dire critico, dei loro subordinati, e far sì che credano alla finzione. Chiunque si soffermi a riflettere su quanto s'è detto, si renderà conto delle macchinazioni della propaganda, dei metodi cui si fa ricorso per togliere di mezzo il giudizio critico, di come la mente, mediante il ricorso a cliché, venga addormentata e sottomessa, di come la gente sia resa ottusa perché diventi dipendente e perda la capacità di prestar fede ai propri occhi e alla propria capacità di giudizio. Si è così resi ciechi alla realtà dalla finzione in cui si crede. [...]

Friday, 4 February 2011

Menzogne e colpi di mano dietro il federalismo

Un Parlamento calpestato da un governo che riscrive e decide a proprio piacimento ciò che i parlamentari bocciano, per l'ultimo atto scabroso a firma Berlusconi.

l'e-dittoreale

Il presidente del Consiglio e tutti i suoi alleati mettono in scena l'ennesima pantomima politica di questa edizione di governo Berlusconi, con un comportamento che fa gridare allo scandalo l'opposizione e che irride istituzioni, paese e cittadini. La commissione Bicamerale non approva il federalismo: 15 pari tra favorevolie contrari, e per regolamento con una situazione di parità il testo si considera respinto. Prima del voto Bossi aveva avvertito: o il provvedimento passa o è voto. Il testo non passa e al voto anticipato non si va. Piuttosto si anticipa un Consiglio dei ministri da venerdì mattina a giovedì sera, per approvare un decreto che approva disposizioni sulla stessa materia non approvata dall'organismo parlamentare. Detto più semplicemente: il Parlamento boccia un disegno di legge, il Governo non tenendone conto fa del disegno di legge appena bocciato un decreto da approvare. E lo approva. In fretta e furia. Per Bersani, non a torto, «un colpo di mano illegale», per l'Udc un «atto volgare e violento, che apre un ulteriore conflitto istituzionale tra Governo e Parlamento». Perchè appare chiaro, ancora una volta, come per Berlusconi & Co. le Camere rappresentano un freno - per via di iter troppo lunghi - e soprattutto un'insidia - dati i numeri ancora risicati che la maggioranza fatica ad avere a Montecitorio e a San Macuto, la sede della commissioni bicamerali. Questo è il rispetto delle regole di questa maggioranza, questo lo stile personalistico del potere che si permette qualunque cosa. Questo è il rispetto per le istituzioni, questa è l'ennesima, nuova bugia smascherata del presidente del Consiglio. Dopo le sue false verità sul caso Ruby, Berlusconi si tradisce con i fatti. Era il 28 settembre 2010, appena quattro mesi fa, quando il premier in odor di crisi e in bisogno di voti alla Camera dichiarava prima del voto di fiducia sui cinque punti che «non ci può mai essere contrapposizione tra il governo e il Parlamento», Parlamento che Berlusconi diceva di volere «libero e forte». Adesso si scopre che così non è: le sue parole erano ipocriti tentativi di arruffianarsi - perchè compravendite di parlamentari non ce ne sono state - gli onorevoli e convincerli della sua buonafede. Ora sappiamo che il Parlamento che vuole Berlusconi deve essere libero di ratificare le decisioni del plenipotenziario ministro primo e della sua compagine di Governo. E a dimostrazione di ciò, adesso la Lega chiede una ricomposizione della commissione Bicamerale per le riforme per avere i numeri desiderati. Si fa e si disfa a proprio piacimento, fa e disfa a proprio piacimento. Fortunatamente c'è ancora il presidente della Repubblica a circoscrivere l'azione irresponsabile di governo, dichiarando «irricevibile» il decreto della vergogna sul federalismo.



(poi editoriale dell'11 febbraio 2011 di
E' la stampa bellezza, su RadioLiberaTutti)

Thursday, 3 February 2011

Natura, i 40 anni della Convenzione di Ramsar

Nel 1971 firmato il trattato per la consevazione delle zone umide, strumento ecologico di grande importanza. Che l'Italia non celebra.

di Emiliano Biaggio

Compie 40 anni la Convenzione di Ramsar, il trattato internazionale per la conservazione e la gestione degli ecosistemi naturali. Siglato il 2 febbraio 1971 a Ramsar, in Iran, la convenzione oggi vede 160 paesi contraenti, 1.912 siti inseriti nelle liste di protezione, per 186.963.216 ettari di natura sotto tutela. Numeri alla mano quindi, un anniversario felice per celebrare 40 anni di successi, da festeggiare doppiamente: quest'anno, infatti, il "compleanno" coincide con le celebrazioni per la 'Giornata mondiale delle zone umide'. E, va sottolineato, il nome completo della convenzione di Ramsar, è "Convenzione internazionale relativa alle zone umide di importanza internazionale, soprattutto come habitat degli uccelli acquatici".
Le zone umide, infatti, a livello mondiale rappresentano una delle tipologie di habitat più importanti per la conservazione della biodiversità. Si calcola che tra gli uccelli minacciati di estinzione, ad esempio, 146 specie dipendono dalle zone umide, che rappresentano quindi un risorsa per flora e fauna, e per la conservazione di ambiente e territorio. Non a caso obiettivo del trattato, da sempre, è - come recita la stessa convenzione - «la conservazione e un uso consapevole di tutte le zone umide attraverso azioni locali e nazionali e cooperazione internazionale come contributo per il raggiungimento di un sviluppo sostenibile mondiale». Le zone umide, infatti, se conservate e curate, tra le altre cose ricoprono grande valenza nel contenimento del rischio idro-geologico attenuando i fenomeni come le piene dei fiumi. Infatti le paludi adiacenti i corsi d'acqua, ad esempio, raccolgono le acque durante le piene restituendole poi durante i periodi di magra. Il tutto riducendo il rischio di alluvioni. Da quarant'anni la Convenzione di Ramsar lavora per salvaguardare l'ambiente in ogni parte del mondo, concentrandosi su quelli che sono i «tre pilastri» del trattato: designare le aree da inserire nella "Lista delle zone umide di importanza internazionale" (la "Lista Ramsar") e assicurarne l'effettiva gestione sostenibile, fare in modo di far operare i singoli paesi con piani di utilizzo del suolo oculati e con appropriate leggi e politiche ambientali, cooperare a livello internazionale per proteggere sempre meglio, e sempre di più, le zone umide. Festeggiamenti in tutti continenti per lo speciale anniversario, con un'eccezione: l'Italia. Il nostro paese non ha nulla in programma per le zone umide. In fin dei conti siamo o non siamo il paese degli abusi edilizi e dei condoni?

Tuesday, 1 February 2011

Sudan, il sud ha deciso: sarà indipendente

Il 99% dei votanti si è espresso per la separazione dal nord musulmano. Khartoum: «Accettiamo l'esito del voto».

di Emiliano Biaggio

Il Sudan del sud ha scelto: si separerà dal nord, per diventare uno stato indipendente e sovrano. Manca solo l'ufficialità, ma i dati preliminari del referendum tenuto nel sud dal 9 al 15 gennaio parlano chiaro: il 99% dei votanti ha detto "indipendenza". Il risultato non è una sorpresa, perchè tutti davano già per scontato l'esito delle consultazioni referendarie. Tanto che il vice presidente sudanese Ali Osman Taha ha fatto subito sapere che il governo di Khartoum ha accettato l'esito dei risultati preliminari del referendum. «Annunciamo di aver accettato l'esito del referendum e sosteniamo i risultati», ha spiegato Taha in conferenza stampa. Da parte della autorità di Khartoum, ha aggiunto, c'è l'intenzione di voler «portare avanti delle relazioni di buon vicinato con il Sud». I presupposti per relazioni non tese ci sono: c'è già stata infatti una divisione delle risorse di greggio presenti nel sottosuolo tra autorità del nord e quelle del sud del paese, ma su diversi giacimenti - piuttosto redditizi - gli accordi non ci sono. Così come non ci sono ancora accordi sulla regione di confine di Abyei. Quel che è certo a luglio nascerà la repubblica del Sud, con capitale Juba e maggioranza cristiana. Restano le incognite per un governo debole e una regione al centro di turbolenze socio-politiche. Lo scacchiere nordafricano continua a cambiare: troppo velocemente per capire in che direzione va.