La Croce Rossa privata. E' l'ultima trovata del governo per affossare un altro pezzo di assistenzialismo e sanità. La misura è contenuta nella manovra finanziare di Tremonti, quella che dovrebbe condurre al pareggio di bilancio entro il 2014. Nessuno scherzo: la Croce Rossa italiana - il cui scopo è da sempre l'assistenza sanitaria e sociale sia in tempo di pace che in tempo di conflitto - verrebbe trasformata da Ente Pubblico ad associazione umanitaria a carattere volontario, con personalità giuridica di diritto privato. Con tutto ciò che questo comporterebbe: cure a pagamento e solo per chi è in grado di potersele permettere. Tutto questo potrebbe essere realtà se Consiglio dei ministri prima e Parlamento poi dovessero dire "sì" all'idea. In quel caso la Croce Rossa sarebbe privata e privatizzata dal primo gennaio 2012. I rischi, oltre a quello della perdita di assistenza sanitaria, sono due: il personale non militare rischia di essere posto in mobilità, e i contratti a termine saranno risolti entro l'anno. Immediata la reazione dell'Usb, l'unione sindacale di base, che denuncia «un progetto il cui unico vero obiettivo è quello di far cassa infischiandosene di malati, disabili e lavoratori». Dal sindacato, dunque, un secco «no a privatizzazioni, dismissioni e licenziamenti». Ma il governo va avanti: dopo l'idea di una Protezione civile spa, ecco quella di una Croce Rossa spa, l'ultimo atto di una voglia matta di distruggere stato e società.
Thursday, 30 June 2011
L'idea del governo: una Croce Rossa spa
Nella manovra finanziaria a firma Tremonti spunta anche la privatizzazione dell'Ente pubblico. Che fa già gridare allo scandalo.
di Emiliano Biaggio
La Croce Rossa privata. E' l'ultima trovata del governo per affossare un altro pezzo di assistenzialismo e sanità. La misura è contenuta nella manovra finanziare di Tremonti, quella che dovrebbe condurre al pareggio di bilancio entro il 2014. Nessuno scherzo: la Croce Rossa italiana - il cui scopo è da sempre l'assistenza sanitaria e sociale sia in tempo di pace che in tempo di conflitto - verrebbe trasformata da Ente Pubblico ad associazione umanitaria a carattere volontario, con personalità giuridica di diritto privato. Con tutto ciò che questo comporterebbe: cure a pagamento e solo per chi è in grado di potersele permettere. Tutto questo potrebbe essere realtà se Consiglio dei ministri prima e Parlamento poi dovessero dire "sì" all'idea. In quel caso la Croce Rossa sarebbe privata e privatizzata dal primo gennaio 2012. I rischi, oltre a quello della perdita di assistenza sanitaria, sono due: il personale non militare rischia di essere posto in mobilità, e i contratti a termine saranno risolti entro l'anno. Immediata la reazione dell'Usb, l'unione sindacale di base, che denuncia «un progetto il cui unico vero obiettivo è quello di far cassa infischiandosene di malati, disabili e lavoratori». Dal sindacato, dunque, un secco «no a privatizzazioni, dismissioni e licenziamenti». Ma il governo va avanti: dopo l'idea di una Protezione civile spa, ecco quella di una Croce Rossa spa, l'ultimo atto di una voglia matta di distruggere stato e società.
La Croce Rossa privata. E' l'ultima trovata del governo per affossare un altro pezzo di assistenzialismo e sanità. La misura è contenuta nella manovra finanziare di Tremonti, quella che dovrebbe condurre al pareggio di bilancio entro il 2014. Nessuno scherzo: la Croce Rossa italiana - il cui scopo è da sempre l'assistenza sanitaria e sociale sia in tempo di pace che in tempo di conflitto - verrebbe trasformata da Ente Pubblico ad associazione umanitaria a carattere volontario, con personalità giuridica di diritto privato. Con tutto ciò che questo comporterebbe: cure a pagamento e solo per chi è in grado di potersele permettere. Tutto questo potrebbe essere realtà se Consiglio dei ministri prima e Parlamento poi dovessero dire "sì" all'idea. In quel caso la Croce Rossa sarebbe privata e privatizzata dal primo gennaio 2012. I rischi, oltre a quello della perdita di assistenza sanitaria, sono due: il personale non militare rischia di essere posto in mobilità, e i contratti a termine saranno risolti entro l'anno. Immediata la reazione dell'Usb, l'unione sindacale di base, che denuncia «un progetto il cui unico vero obiettivo è quello di far cassa infischiandosene di malati, disabili e lavoratori». Dal sindacato, dunque, un secco «no a privatizzazioni, dismissioni e licenziamenti». Ma il governo va avanti: dopo l'idea di una Protezione civile spa, ecco quella di una Croce Rossa spa, l'ultimo atto di una voglia matta di distruggere stato e società.
Wednesday, 29 June 2011
Afghanistan, pantano da cui non si esce
Il presidente degli Stati Uniti medita il ritiro, contro il parere dell'esercito. Mentre i talebani, per nulla sconfitti, tornano a colpire.
di Emanuele Bonini
Barack Obama annuncia il ritiro dall'Afghanistan, o meglio, l'intenzione di un disimpegno statunitense dal paese, e per tutta risposta ottiene le aspre critiche dei repubblicani e delle alte sfere dell'esercito oltre alla rivitalizzazione dei talebani, che attaccano l'hotel di lusso di Kabul frequentato da occidentali. L'attentato all'hoterl Intercontinental (almeno 18 vittime civili, secondo un primo bollettino medico) mostra tutto il fallimento militare e strategico degli Stati Uniti in Afghanistan: dopo 8 anni di operazioni e presidio del territorio i talebani sono ancora una minaccia, una forza in grado di colpire in qualunque momento e in qualsiasi luogo. Ed è proprio per questo che l'esercito - generale David Petraeus in testa, comandante della operazioni in Afghanistan - chiedono a Obama di restare e contestano al presidente Usa la mappa del ritiro stilata dalla sua amministrazione. L'inquilino della Casa Bianca sa però che questa guerra finora non ha prodotto risultati, se non costi esorbitanti per le casse dello Stato e per i contribuenti, stanchi di finanziare la "campagna di Afghanistan". Inoltre Obama è consapevole che gli americani sono stufi di questa guerra che ormai percepiscono come persa e che tutte queste risorse economiche se dirottate su politiche a sostegno del mercato permetterebbero manovre di più ampio respiro a un'economia ancora in affanno e nella morsa della crisi. Ma l'Afghanistan resta un problema, un vero e proprio pantano dal quale non si sa come e quando se ne verrà fuori. L'amministrazione Obama comunque valuterà il ritiro, nei prossimi 12-18 mesi, dei 30.000 militari extra mandati nel 2009. Anche se alla luce degli ultimi avvenimenti probabilmente si valuterà se lasciarceli.
Barack Obama annuncia il ritiro dall'Afghanistan, o meglio, l'intenzione di un disimpegno statunitense dal paese, e per tutta risposta ottiene le aspre critiche dei repubblicani e delle alte sfere dell'esercito oltre alla rivitalizzazione dei talebani, che attaccano l'hotel di lusso di Kabul frequentato da occidentali. L'attentato all'hoterl Intercontinental (almeno 18 vittime civili, secondo un primo bollettino medico) mostra tutto il fallimento militare e strategico degli Stati Uniti in Afghanistan: dopo 8 anni di operazioni e presidio del territorio i talebani sono ancora una minaccia, una forza in grado di colpire in qualunque momento e in qualsiasi luogo. Ed è proprio per questo che l'esercito - generale David Petraeus in testa, comandante della operazioni in Afghanistan - chiedono a Obama di restare e contestano al presidente Usa la mappa del ritiro stilata dalla sua amministrazione. L'inquilino della Casa Bianca sa però che questa guerra finora non ha prodotto risultati, se non costi esorbitanti per le casse dello Stato e per i contribuenti, stanchi di finanziare la "campagna di Afghanistan". Inoltre Obama è consapevole che gli americani sono stufi di questa guerra che ormai percepiscono come persa e che tutte queste risorse economiche se dirottate su politiche a sostegno del mercato permetterebbero manovre di più ampio respiro a un'economia ancora in affanno e nella morsa della crisi. Ma l'Afghanistan resta un problema, un vero e proprio pantano dal quale non si sa come e quando se ne verrà fuori. L'amministrazione Obama comunque valuterà il ritiro, nei prossimi 12-18 mesi, dei 30.000 militari extra mandati nel 2009. Anche se alla luce degli ultimi avvenimenti probabilmente si valuterà se lasciarceli.
Friday, 24 June 2011
Thursday, 23 June 2011
Bisignani, capo del governo occulto che tesseva l'Italia di Berlusconi
E' il grande manovratore, il maestro della P4 ed esecutore dei desideri del premier. Che adesso trema con tutti i palazzi del potere e i centri di interesse.
di Emiliano Biaggio
Un governo ufficiale e un governo ombra. Un grande capo e un grande manovratore, poteri manifesti e poteri occulti, entrambi molto forti. Talmente forti da decidere nomine, controllare procure, ottenere informazioni vere e crearne di false, pilotare tg e designare i più alti vertici di imprese e di istituti di credito. Benvenuti nella Bisignani spa, vera e propria rete di interessi e pressioni atta a scandire ogni battito politico-economico-finanziario del paese. E’ la famigerata P4, su cui stanno indagando i pm della Procura di Napoli Francesco Curcio e Henry John Woodcock. Due anni di lavoro, quindicimila carte messe insieme, per portare alla luce un intrigo che tocca ogni parte sensibile del paese. Il tutto, sembrerebbe, architettato secondo un disegno ben chiaro: controllo dei mezzi d’informazione, controllo di politici e imprenditori, ricatti facili e nomine semplici, riforma della giustizia, accesso a informazioni top secret e loro controllo. Per gli inquirenti alla fine Berlusconi era Bisignani e Bisignani era Berlusconi: entrambi uniti al potere e dal progetto, che sa tanto di rinascita democratica P2. Piduista Berlusconi e piduista Berlusconi, accomunati e uniti da tanto: la riforma della giustizia, per cominciare. Emerge che Bisignani avrebbe detto a Paolo Scaroni, ad di Eni, di dire al premier di procedere con la riforma della giustizia. «Gli devi dire di fare l’accordo», ordina addirittura. E poi quell’avversione verso Santoro e Gabanelli, giornalisti liberi in un mondo dell’informazione terreno di conquiste e infiltrazioni. «Gente da licenziare», tanto che arrivano ordini chiari ed espliciti di farli fuori. Ordini che partono da Bisignani destinazione Mauro Masi, direttore generale Rai protagonista di scelte discutibili e discusse ora più che mai chiare. Masi è del resto «il nostro eroe in Rai», ammette Bisignani. Luigi Bisignani, faccendiere già condannato a tre anni e 4 mesi nel processo Enimont e coinvolto nell'inchiesta Why Not, è talmente forte da correggere le interviste del tg1, talmente potente da indurre Alessandro Profumo a lasciare la presidenza di Unicredit, talmente in vista da ricevere lui – e non il ministro degli Esteri Frattini – l’ambasciatore libico. Del resto lo ammette lo stesso Gianni Letta, plenipotenziario di Berlusconi a palazzo Chigi: «Bisignani- riconosce- è amico di tutti, Bisignani è l'uomo più conosciuto che io conosca. Bisignani è uomo di relazioni». Colui che fa e disfa a sua immagine e somiglianza. E proprio perché così conosciuto è impossibile che adesso nessuno sappia. Tremano i palazzi del potere e i centri di interesse, in fibrillazione come neanche dopo lo scandalo della P3, quell’altra organizzazione sotterranea ma pur sempre parallela che mise in luce il sistema corrotto dei grandi appalti pubblici. Sistema da scandalo per il quale Marco Simeon, uomo vicino al segretario della Cei, chiede l’intervento di Bisignani per mettere a tacere certa stampa che approfondisce e scrive.
Nel frattempo, mentre il governo ufficiale lavora nei canali legali, quello ombra agisce per vie traverse: Alfonso Papa, ex magistrato eletto deputato, gira per conto di Bisignani le procure di tutta Italia per dare al capo del governo occulto tutto ciò potesse essere utile per insabbiare, depistare o usare come arma di difesa (leggi ricatto). Adesso per entrambi c’è la richiesta di arresto. Adesso per tutti c’è il rischio che la profezia di Bisignani possa avverarsi: in una della intercettazioni il faccendiere sostiene che «se non gli fanno passare il processo breve, finisce che a Berlusconi danno cinque anni di condanna e l’interdizione dai pubblici uffici, e il gioco è finito per tutti». Viene da augurarselo, anche se in questo momento non da escludere che da qualche parte, in parallelo, una loggia P5 stia già disegnando l’assetto della nuova Italia che potrebbe venire.
Un governo ufficiale e un governo ombra. Un grande capo e un grande manovratore, poteri manifesti e poteri occulti, entrambi molto forti. Talmente forti da decidere nomine, controllare procure, ottenere informazioni vere e crearne di false, pilotare tg e designare i più alti vertici di imprese e di istituti di credito. Benvenuti nella Bisignani spa, vera e propria rete di interessi e pressioni atta a scandire ogni battito politico-economico-finanziario del paese. E’ la famigerata P4, su cui stanno indagando i pm della Procura di Napoli Francesco Curcio e Henry John Woodcock. Due anni di lavoro, quindicimila carte messe insieme, per portare alla luce un intrigo che tocca ogni parte sensibile del paese. Il tutto, sembrerebbe, architettato secondo un disegno ben chiaro: controllo dei mezzi d’informazione, controllo di politici e imprenditori, ricatti facili e nomine semplici, riforma della giustizia, accesso a informazioni top secret e loro controllo. Per gli inquirenti alla fine Berlusconi era Bisignani e Bisignani era Berlusconi: entrambi uniti al potere e dal progetto, che sa tanto di rinascita democratica P2. Piduista Berlusconi e piduista Berlusconi, accomunati e uniti da tanto: la riforma della giustizia, per cominciare. Emerge che Bisignani avrebbe detto a Paolo Scaroni, ad di Eni, di dire al premier di procedere con la riforma della giustizia. «Gli devi dire di fare l’accordo», ordina addirittura. E poi quell’avversione verso Santoro e Gabanelli, giornalisti liberi in un mondo dell’informazione terreno di conquiste e infiltrazioni. «Gente da licenziare», tanto che arrivano ordini chiari ed espliciti di farli fuori. Ordini che partono da Bisignani destinazione Mauro Masi, direttore generale Rai protagonista di scelte discutibili e discusse ora più che mai chiare. Masi è del resto «il nostro eroe in Rai», ammette Bisignani. Luigi Bisignani, faccendiere già condannato a tre anni e 4 mesi nel processo Enimont e coinvolto nell'inchiesta Why Not, è talmente forte da correggere le interviste del tg1, talmente potente da indurre Alessandro Profumo a lasciare la presidenza di Unicredit, talmente in vista da ricevere lui – e non il ministro degli Esteri Frattini – l’ambasciatore libico. Del resto lo ammette lo stesso Gianni Letta, plenipotenziario di Berlusconi a palazzo Chigi: «Bisignani- riconosce- è amico di tutti, Bisignani è l'uomo più conosciuto che io conosca. Bisignani è uomo di relazioni». Colui che fa e disfa a sua immagine e somiglianza. E proprio perché così conosciuto è impossibile che adesso nessuno sappia. Tremano i palazzi del potere e i centri di interesse, in fibrillazione come neanche dopo lo scandalo della P3, quell’altra organizzazione sotterranea ma pur sempre parallela che mise in luce il sistema corrotto dei grandi appalti pubblici. Sistema da scandalo per il quale Marco Simeon, uomo vicino al segretario della Cei, chiede l’intervento di Bisignani per mettere a tacere certa stampa che approfondisce e scrive.
Nel frattempo, mentre il governo ufficiale lavora nei canali legali, quello ombra agisce per vie traverse: Alfonso Papa, ex magistrato eletto deputato, gira per conto di Bisignani le procure di tutta Italia per dare al capo del governo occulto tutto ciò potesse essere utile per insabbiare, depistare o usare come arma di difesa (leggi ricatto). Adesso per entrambi c’è la richiesta di arresto. Adesso per tutti c’è il rischio che la profezia di Bisignani possa avverarsi: in una della intercettazioni il faccendiere sostiene che «se non gli fanno passare il processo breve, finisce che a Berlusconi danno cinque anni di condanna e l’interdizione dai pubblici uffici, e il gioco è finito per tutti». Viene da augurarselo, anche se in questo momento non da escludere che da qualche parte, in parallelo, una loggia P5 stia già disegnando l’assetto della nuova Italia che potrebbe venire.
Pechino vende a Pyongyang armi per reprimere le manifestazioni popolari
Il regime di Kim Jong-il ha paura delle sparute proteste popolari che iniziano a verificarsi nel Paese e, per difendersi, compra dalla Cina manganelli e armature anti-sommossa. La popolazione, allo stremo, inizia a ribellarsi.
di Joseph Yun Li-sun (AsiaNews)
Gas lacrimogeni, scudi, manganelli e tenute anti-sommossa: ecco cosa la Corea del Nord sta importando in questi giorni dalla Cina. Terrorizzato dalle sparute proteste popolari che iniziano a verificarsi persino nel suo regime – uno dei più controllati e militarizzati del mondo – il “Caro Leader” Kim Jong-il ha chiesto e ottenuto la possibilità di acquistare dalla Cina materiale utile a reprimere nel sangue ogni sommossa. (leggi tutto)
Gas lacrimogeni, scudi, manganelli e tenute anti-sommossa: ecco cosa la Corea del Nord sta importando in questi giorni dalla Cina. Terrorizzato dalle sparute proteste popolari che iniziano a verificarsi persino nel suo regime – uno dei più controllati e militarizzati del mondo – il “Caro Leader” Kim Jong-il ha chiesto e ottenuto la possibilità di acquistare dalla Cina materiale utile a reprimere nel sangue ogni sommossa. (leggi tutto)
Tuesday, 21 June 2011
Il Brasile ci riprova: seggio permanente all'Onu
La presidente Rousseff torna a chiedere la riforma dello statuto per modificare la composizione del consiglio di sicurezza, riaccendendo il dibattito.
di Emiliano Biaggio
Riforme nello statuto delle Nazioni Unite, con «maggiore flessibilità» per quanto riguarda il Consiglio di Sicurezza. Lo ha chiesto il presidente del Brasile, Dilma Rousseff, nel corso di un incontro a Brasilia con il presidente dell'Assemblea generale dell'Onu, Joseph Deiss. Il Brasile da tempo chiede di essere incluso tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'Onu, in quanto lo stato del sud America ritiene che ormai l'attuale quintetto di paesi con diritto di veto (Stati Unti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) non rappresenti più il reale ordine mondiale, che vede avanzare sempre più i paesi del così detto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Deiss si è detto d'accordo su una riforma dello statuto e del funzionamento dell'Onu, ma il numero uno dell'Assemblea generale si è però limitato a dire che «c'è la necessità di una maggiore partecipazione dei paesi emergenti». Nessun riferimento esplicito dunque a una riforma del consiglio di sicurezza, tema al centro del confronto e dello scontro internazionale
Anche l'Italia è per una maggiore flessibilità dell'organismo, intesa in senso di maggiore rappresentatività regionale. L'idea è quella di creare nuovi seggi non permanenti che, a rotazione, garantiscano la massima rappresentatività. A questa proposta si contrappone però quella dei Paesi del cosiddetto G4 (Brasile, India, Germania e Giappone), che aspirano a quattro nuovi seggi permanenti. Idea poco gradita ai cinque stati detentori di seggio permanente.
Riforme nello statuto delle Nazioni Unite, con «maggiore flessibilità» per quanto riguarda il Consiglio di Sicurezza. Lo ha chiesto il presidente del Brasile, Dilma Rousseff, nel corso di un incontro a Brasilia con il presidente dell'Assemblea generale dell'Onu, Joseph Deiss. Il Brasile da tempo chiede di essere incluso tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'Onu, in quanto lo stato del sud America ritiene che ormai l'attuale quintetto di paesi con diritto di veto (Stati Unti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) non rappresenti più il reale ordine mondiale, che vede avanzare sempre più i paesi del così detto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Deiss si è detto d'accordo su una riforma dello statuto e del funzionamento dell'Onu, ma il numero uno dell'Assemblea generale si è però limitato a dire che «c'è la necessità di una maggiore partecipazione dei paesi emergenti». Nessun riferimento esplicito dunque a una riforma del consiglio di sicurezza, tema al centro del confronto e dello scontro internazionale
Anche l'Italia è per una maggiore flessibilità dell'organismo, intesa in senso di maggiore rappresentatività regionale. L'idea è quella di creare nuovi seggi non permanenti che, a rotazione, garantiscano la massima rappresentatività. A questa proposta si contrappone però quella dei Paesi del cosiddetto G4 (Brasile, India, Germania e Giappone), che aspirano a quattro nuovi seggi permanenti. Idea poco gradita ai cinque stati detentori di seggio permanente.
Monday, 20 June 2011
Caro gasolio, aggravi da 2 miliardi per agricoltura
La Cia lancia l'allarme: senza interventi si affossa l'unico settore che traina la ripresa del paese.
di Emiliano Biaggio
Il rincaro dei carburanti rischia di colpire seriamente il settore primario, e di ripercuotersi così sull’economia nazionale. L’allarme lo lancia la Cia- Confederazione italiana agricoltori, secondo cui «c’è il rischio che a fine 2011 l’intero mondo agricolo sia costretto a sostenere un ulteriore pesante fardello da oltre 2 miliardi di euro, determinato proprio dai rialzi del petrolio». Già allo stato attuale, avverte l’associazione agricola, «i continui aumenti del carburante hanno avuto effetti devastanti nel settore», innescando «una grave crisi per le imprese agricole». Per questo la Cia, per voce del presidente dell’organizzazione, Giuseppe Politi, chiede «una riforma dell'agricoltura che punti all'incremento della sicurezza alimentare e alla crescita della produttività agricola». Anche perché, sottolinea Politi, «è l’agricoltura a trainare la crescita del Pil italiano nel primo trimestre 2011». I dati Istat, del resto, parlano chiaro: nel primo trimestre 2011 l’aumento del valore aggiunto del settore primario mette a segno un rialzo congiunturale del 2,3% contro lo 0,1% di settore secondario (industria) e terziario (servizi). Si tratta di «un risultato importante che la politica non può più ignorare», scandisce la Cia. Il perché è chiaro: con un paese fermo da un punto di vista di produzione e mercato in due settori su tre, affossare l’unico settore che traina la lenta crescita e attenua la crisi sarebbe un suicidio. Per questo occorre uscire da quella che al momento per la Cia è «l’emergenza più grave», quella del caro gasolio. «Nei primi cinque mesi del 2011 solo il “caro-gasolio” è costato all’agricoltura oltre 15 milioni di euro in più», e «senza immediati e straordinari interventi a sostegno degli agricoltori e soprattutto senza una nuova politica agraria 250 mila aziende possono chiudere i battenti». E l’Italia non può permetterselo.
Il rincaro dei carburanti rischia di colpire seriamente il settore primario, e di ripercuotersi così sull’economia nazionale. L’allarme lo lancia la Cia- Confederazione italiana agricoltori, secondo cui «c’è il rischio che a fine 2011 l’intero mondo agricolo sia costretto a sostenere un ulteriore pesante fardello da oltre 2 miliardi di euro, determinato proprio dai rialzi del petrolio». Già allo stato attuale, avverte l’associazione agricola, «i continui aumenti del carburante hanno avuto effetti devastanti nel settore», innescando «una grave crisi per le imprese agricole». Per questo la Cia, per voce del presidente dell’organizzazione, Giuseppe Politi, chiede «una riforma dell'agricoltura che punti all'incremento della sicurezza alimentare e alla crescita della produttività agricola». Anche perché, sottolinea Politi, «è l’agricoltura a trainare la crescita del Pil italiano nel primo trimestre 2011». I dati Istat, del resto, parlano chiaro: nel primo trimestre 2011 l’aumento del valore aggiunto del settore primario mette a segno un rialzo congiunturale del 2,3% contro lo 0,1% di settore secondario (industria) e terziario (servizi). Si tratta di «un risultato importante che la politica non può più ignorare», scandisce la Cia. Il perché è chiaro: con un paese fermo da un punto di vista di produzione e mercato in due settori su tre, affossare l’unico settore che traina la lenta crescita e attenua la crisi sarebbe un suicidio. Per questo occorre uscire da quella che al momento per la Cia è «l’emergenza più grave», quella del caro gasolio. «Nei primi cinque mesi del 2011 solo il “caro-gasolio” è costato all’agricoltura oltre 15 milioni di euro in più», e «senza immediati e straordinari interventi a sostegno degli agricoltori e soprattutto senza una nuova politica agraria 250 mila aziende possono chiudere i battenti». E l’Italia non può permetterselo.
Sunday, 19 June 2011
Bossi: «Berlusconi non è più il leader indiscusso»
Da Pontida arrivano le condizioni della Lega, che "sfiducia" il premier. Nel Pdl monta l'irritazione. Alemanno: «Lega da condannare»
di Emiliano Biaggio
«Caro Berlusconi, la tua premiership è in discussione alle prossime elezioni, se non vengono approvate le nostre richieste, che vedrete elencate nella lista che vi daremo». Da Pontida Umberto Bossi lancia un messaggio inequivocabile al presidente del consiglio e leader di forza Italia, mai come in questo momento sotto pressione e verosimilmente sotto scacco della Lega. Dopo le sconfitte alle amministrative e al referendum, a Berlusconi Bossi presenta il conto, sottoforma di lista di cose da fare. Di fatto Bossi detta l'agenda politica: al capo del governo chiede infatti riduzione dei contingenti impegnati all'estero e dimezzamento, entro 15 mesi, del numero dei parlamentari e il senato federale. Entro 30 giorni, invece, per il Carroccio devono essere approvati altri sei punti: attivazione delle procedure per l'attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste, misure per la riduzione delle bollette energetiche, riforma del patto di stabilità interno per i Comuni e per le Province, taglio dei costi della politica e finanziamento del trasporto pubblico locale. Infine a Berlusconi si chiedono le prime norme per l'abolizione delle ganasce fiscali. E per finire ministeri al nord. Richieste che non piacciono agli alleati della Lega: all'interno del Pdl Gianni Alemanno, invita a «condannare gli atteggiamenti della Lega» e invita a presentare in Parlamento una mozione per «ribadire con forza che i ministeri devono stare a Roma». Il sindaco di Roma chiede a Berlusconi un «chiarimento netto e definitivo», perchè «non si può andare avanti con gli ultimatum della Lega».
La crisi all'interno della maggioranza ormai è sempre più conclamata, con il leader sempre meno leader: Berlusconi tirato e strattonato dalla Lega, criticato all'interno del Pdl, accerchiato da correnti e fazioni, con elementi interni al popolo della liberà che chiedono un cambio di rotta - e chi addirittura un ritorno al passato - e con Bossi pronto a scaricare l'amico ormai non più così caro. «Se staremo con Berlusconi?», scandisce Bossi. «Dipenderà dalle scelte che saranno fatte. Il sostegno della Lega a Berlusconi potrebbe finire con le prossime elezioni politiche». Alemanno, rappresentante di un'anima insofferente del Pdl, non ci sta. «Dobbiamo prendere atto che c'è un vero e proprio ultimatum. E di fronte a questo ultimatum dobbiamo andare al confronto duro, non solo sui ministeri, ma su tutto». Tira aria da resa dei conti, con un Berlusconi mai così in bilico. L'impressione è che possa cadere, si tratta di capire ovviamente quando ma soprattutto per iniziativa di chi. Forse al momento eventuali tranelli potrebbero venire dal Pdl, perchè Bossi sa che «una crisi adesso gioverebbe alla sinistra». Dunque andare avanti. Ma come? E per quanto? Perchè è vero che Bossi punta ad arrivare a fine legislatura e sperare di riconquistare consensi, ma è anche vero che le condizioni poste dalla Lega potrebbero finire col rappresentare l'oggetto di una crisi. Berlusconi tace. Mai come in questo momento ha bisogno di prendere tempo. Che non ha. (fonte foto: lapresse)
«Caro Berlusconi, la tua premiership è in discussione alle prossime elezioni, se non vengono approvate le nostre richieste, che vedrete elencate nella lista che vi daremo». Da Pontida Umberto Bossi lancia un messaggio inequivocabile al presidente del consiglio e leader di forza Italia, mai come in questo momento sotto pressione e verosimilmente sotto scacco della Lega. Dopo le sconfitte alle amministrative e al referendum, a Berlusconi Bossi presenta il conto, sottoforma di lista di cose da fare. Di fatto Bossi detta l'agenda politica: al capo del governo chiede infatti riduzione dei contingenti impegnati all'estero e dimezzamento, entro 15 mesi, del numero dei parlamentari e il senato federale. Entro 30 giorni, invece, per il Carroccio devono essere approvati altri sei punti: attivazione delle procedure per l'attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste, misure per la riduzione delle bollette energetiche, riforma del patto di stabilità interno per i Comuni e per le Province, taglio dei costi della politica e finanziamento del trasporto pubblico locale. Infine a Berlusconi si chiedono le prime norme per l'abolizione delle ganasce fiscali. E per finire ministeri al nord. Richieste che non piacciono agli alleati della Lega: all'interno del Pdl Gianni Alemanno, invita a «condannare gli atteggiamenti della Lega» e invita a presentare in Parlamento una mozione per «ribadire con forza che i ministeri devono stare a Roma». Il sindaco di Roma chiede a Berlusconi un «chiarimento netto e definitivo», perchè «non si può andare avanti con gli ultimatum della Lega».
La crisi all'interno della maggioranza ormai è sempre più conclamata, con il leader sempre meno leader: Berlusconi tirato e strattonato dalla Lega, criticato all'interno del Pdl, accerchiato da correnti e fazioni, con elementi interni al popolo della liberà che chiedono un cambio di rotta - e chi addirittura un ritorno al passato - e con Bossi pronto a scaricare l'amico ormai non più così caro. «Se staremo con Berlusconi?», scandisce Bossi. «Dipenderà dalle scelte che saranno fatte. Il sostegno della Lega a Berlusconi potrebbe finire con le prossime elezioni politiche». Alemanno, rappresentante di un'anima insofferente del Pdl, non ci sta. «Dobbiamo prendere atto che c'è un vero e proprio ultimatum. E di fronte a questo ultimatum dobbiamo andare al confronto duro, non solo sui ministeri, ma su tutto». Tira aria da resa dei conti, con un Berlusconi mai così in bilico. L'impressione è che possa cadere, si tratta di capire ovviamente quando ma soprattutto per iniziativa di chi. Forse al momento eventuali tranelli potrebbero venire dal Pdl, perchè Bossi sa che «una crisi adesso gioverebbe alla sinistra». Dunque andare avanti. Ma come? E per quanto? Perchè è vero che Bossi punta ad arrivare a fine legislatura e sperare di riconquistare consensi, ma è anche vero che le condizioni poste dalla Lega potrebbero finire col rappresentare l'oggetto di una crisi. Berlusconi tace. Mai come in questo momento ha bisogno di prendere tempo. Che non ha. (fonte foto: lapresse)
Saturday, 18 June 2011
Corteo anti-discarica in diretta su radioliberatutti.it
Dalle 16 su radioliberatutti.it diretta del corteo organizzato dal coordinamento "No inceneritore" di Albano contro il progetto di ampliamento della discarica di Roncigliano. Appuntamento quindi con E' la stampa monnezza, speciale a cura della redazione di E' la stampa bellezza sulla questione rifiuti nei castelli romani e nel Lazio. Inviati, collegamenti, interviste dal vivo e interventi da studio per dare voce alla cittadinanza e alle loro problematiche. Tutto in presa diretta fino alla fine della manifestazione, con la possibilità poi di poter riascoltare - prossimamente - la registrazione dello speciale di radioliberatutti.it
Thursday, 16 June 2011
Rifiuti, un tesoro da 9,3 miliardi di euro
Althesys: dal 1999 al 2010 benefici equivalenti ad una manovra finanziaria.
di Emiliano Biaggio
I rifiuti non sono un costo, ma una risorsa. Economica e ambientale. Dal 1999 al 2010 la raccolta, il riciclo e il riuso dei materiali di recupero ha infatti portato 9,3 miliardi di euro di benefici all’Italia. Praticamente l'equivalente di una manovra finanziaria. Lo rileva Althesys (la società di consulenza economica e strategica) nel MP2 Annual Report (lo studio annuale sulle materie prime seconde), che racconta L’industria italiana del riciclo tra competizione internazionale e politiche nazionali. L'Italia, sottolinea lo studio, ha nel recupero degli imballaggi in acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro «un settore che vanta posizioni di leadership in Europa». Ciò grazie al lavoro di Conai (il consorzio per il recupero degli imballaggi), che solo nel 2010 ha permesso benefici per oltre un miliardi e mezzo di euro. Per il solo anno in questione, infatti, i costi relativi al sistema raccolta-riciclo sono stati pari a 386 milioni di euro e i benefici pari a 1,6 miliardi. Inoltre, il riciclo ha permesso di evitare l'emissione di 63,3 milioni di tonnellate di CO2. Ma i numeri del “tesoro green” del riciclo arrivano dal bilancio costi-benefici tracciato dall’MP2: dal 1999 a oggi i costi complessivi del sistema Conai ammontano a circa 3,3 miliardi di euro, mentre i benefici raggiungono quota 12,6 miliardi, per un saldo netto di circa 9,3 miliardi di euro.
«Come voci di costo- spiega Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys– abbiamo considerato, tra le altre, quelle per il trasporto a selezione e riciclo dei rifiuti da imballaggio e quelli di struttura». Mentre tra le voci di beneficio sono state rilevate «in primis il costo di smaltimento evitato», vale a dire «il costo che la collettività non ha dovuto sostenere per avviare a smaltimento tutti i volumi dei rifiuti intercettati dal Sistema Conai nello scenario storico, pari a 4,4 miliardi». Senza la raccolta differenziata e il riciclo, infatti, tutte le frazioni sarebbero confluite nei rifiuti urbani indifferenziati e come tali avviate a smaltimento, con i relativi oneri. Il beneficio legato a questo aspetto ammonta a 4,5 miliardi. Il rapporto fotografa quindi nel complesso un 2010 di ripresa per l’industria del riciclo, con i mercati delle materie prime seconde (Mps) in forte salita. In particolare, grazie al Sistema Conai nel 2010 è stato riciclato il 64,6% degli imballaggi immessi al consumo (+4,6% rispetto al 2009) e recuperato il 74,9% (+4,4%).
I rifiuti non sono un costo, ma una risorsa. Economica e ambientale. Dal 1999 al 2010 la raccolta, il riciclo e il riuso dei materiali di recupero ha infatti portato 9,3 miliardi di euro di benefici all’Italia. Praticamente l'equivalente di una manovra finanziaria. Lo rileva Althesys (la società di consulenza economica e strategica) nel MP2 Annual Report (lo studio annuale sulle materie prime seconde), che racconta L’industria italiana del riciclo tra competizione internazionale e politiche nazionali. L'Italia, sottolinea lo studio, ha nel recupero degli imballaggi in acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro «un settore che vanta posizioni di leadership in Europa». Ciò grazie al lavoro di Conai (il consorzio per il recupero degli imballaggi), che solo nel 2010 ha permesso benefici per oltre un miliardi e mezzo di euro. Per il solo anno in questione, infatti, i costi relativi al sistema raccolta-riciclo sono stati pari a 386 milioni di euro e i benefici pari a 1,6 miliardi. Inoltre, il riciclo ha permesso di evitare l'emissione di 63,3 milioni di tonnellate di CO2. Ma i numeri del “tesoro green” del riciclo arrivano dal bilancio costi-benefici tracciato dall’MP2: dal 1999 a oggi i costi complessivi del sistema Conai ammontano a circa 3,3 miliardi di euro, mentre i benefici raggiungono quota 12,6 miliardi, per un saldo netto di circa 9,3 miliardi di euro.
«Come voci di costo- spiega Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys– abbiamo considerato, tra le altre, quelle per il trasporto a selezione e riciclo dei rifiuti da imballaggio e quelli di struttura». Mentre tra le voci di beneficio sono state rilevate «in primis il costo di smaltimento evitato», vale a dire «il costo che la collettività non ha dovuto sostenere per avviare a smaltimento tutti i volumi dei rifiuti intercettati dal Sistema Conai nello scenario storico, pari a 4,4 miliardi». Senza la raccolta differenziata e il riciclo, infatti, tutte le frazioni sarebbero confluite nei rifiuti urbani indifferenziati e come tali avviate a smaltimento, con i relativi oneri. Il beneficio legato a questo aspetto ammonta a 4,5 miliardi. Il rapporto fotografa quindi nel complesso un 2010 di ripresa per l’industria del riciclo, con i mercati delle materie prime seconde (Mps) in forte salita. In particolare, grazie al Sistema Conai nel 2010 è stato riciclato il 64,6% degli imballaggi immessi al consumo (+4,6% rispetto al 2009) e recuperato il 74,9% (+4,4%).
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