Wednesday, 17 March 2010

Gli Usa spostano lo scudo antimissile in Romania, si riapre lo scontro con la Russia

Il Cremlino pretende spiegazioni, e già studia le contromosse.

di Valentina Pop.
Traduzione di Emiliano Biaggio


La Russia si dice «preoccupata» e si aspetta «adeguate spiegazioni» sul piano statunitense di schierare un sistema di difesa anti-misssile in Romania, anche se da parte delle autorità russe c'è ancora interesse a contribuire ad un «giudizio comune», con Europa e Stati Uniti, su quelle che sono le minacce per la sicurezza. Vladimir Chizhov, l'ambasciatore russo all'Unione europea, esterna i malumori di Mosca per quel progetto di scudo spaziale - installazioni radar e batterie missilistiche - che sembrava abbandonato ma che a Washington non sembra essere stato dimenticato. «Prendiamo nota delle affermazioni del presidente Basescu, che dice di essere d'accordo ad accettare questi elementi. Ciò- sostiene Chizhov- pone un serio problema che analizzeremo quando avremo tutti i dettagli su cosa significhi installare certe installazioni proprio lì». La Russia non digerisce dunque le parole del presidente romeno, che ha fatto sapere di aver accettato la richiesta dell'amministrazione Obama di far ospitare dalla Romania le batterie anti-missile come parte dei piani Usa di difesa dell'Europa dalle minacce iraniane e regionali. Secondo i programmi, i missili saranno schierati dal 2015, in una seconda fase della nuova versione dello scudo anti-missile che combina intercettori per razzi a corto, medio e lungo raggio. L'accordo deve ancora essere negoziato tra i due governi e approvato dai rispettivi parlamenti, ma intanto la Russia risponde e riecheggiano le voci del premier Putin, che ha minacciato di schierare missili nucleari nell'enclave di Kaliningrad qualora gli Stati Uniti realizzassero lo scudo. L'ambasciatore russo presso l'Ue fa sapere che dalla Russia per ora arrivano «reazioni preliminari» in attesa di ulteriori chiarimenti da parte americana. Certo è che «è fonte di preoccupazione per noi», riconosce Chizhov, chiarendo che Mosca vuole sapere «le ragioni dietro la scelta della Romania». Perchè «uno potrebbe sostenere che la Romania sia più vicina all'Iran che alla Polonia, ma in base alle nostre informazioni l'Iran nè ora nè in futuro potrà disporre di una capacità missilistica in grado di raggiungere la Romania». Un'affermazione, quest'ultima, non condivisa però dal Pentagono, che in recenti revisioni delle difese missilistiche degli Stati Uniti ha notato che l'Iran «ha sviluppato e acquisito potenziale balistico in grado di colpire in Medio Oriente e in Europa orientale». Il progetto di scudo Usa, prevede anche installazioni radar che però ancora non si sa dove verranno poste e, dal 2011, intercettori marittimi nel Mediterraneo. Quindi, dal 2015, la seconda fase del piano, quello che riguarda la Romania. Una terza fase del programma, che dovrebbe essere operativa dal 2018, prevede intercettori localizzati in Europa settentrionale, e in merito il portavoce del dipartimento di Stato americano, Philip Crowley, ha confermato che gli Stati Uniti stanno negoziando con la Polonia. Secondo la Nato, la revisione del progetto di scudo missilistico «non è di alcuna sorpresa per la Russia» e gli alleati europei starebbero discutendo su come, eventualmente, integrare la struttura della discordia all'interno della Nato. Dal Cremlino, intanto, osservano, studiano e attendono...

Tuesday, 16 March 2010

Quattro ruote e sessant'anni di mito

Lo storico Volkswagen raggiunge anche questo fantastico risultato. Che ne fa uno dei prodotti automobilistici più riusciti di sempre

di Emiliano Biaggio

E' molto più di un furgone, ed è riduttivo anche definirlo camper. Ha segnato la vita di famiglie, comitive, gruppi musicali, escursionisti e patiti delle quattro ruote. Poi, è diventato addirittura il punto di riferimento della cultura hippy e dei figli dei fiori. Padre di tutti i van e multivan, precursore delle monovolume, è stato e continua a essere un simbolo, un vero e proprio mito a motore: è il Bully della Volkswagen, che compie sessant'anni. Prodotto felice di una Germania ovest del dopoguerra, ha finito col diventare un fenomeno mondiale e un oggetto richiesto e ricercato ancora oggi. Comparso per la prima volta nel 1950 con il nome di Volkswagen Type 2 - anche cononsciuto ufficialmente come Transporter - "Bully" è anche noto semplicemente come T2, essendo il secondo modello di veicolo prodotto dalla casa automobilistica di Wolsburg (il primo fu un'altra indimenticata e storica automobile: il Maggiolino). Mai uscito di produzione, nel tempo ha saputo ha sempre reinventarsi, passando attraverso ben 5 diverse versioni: T1 (prodotto dal 1950 al 1967 in Europa Stati Uniti e fino al 1975 in Brasile), T2 (in produzione dal 1967 al 1979 in Europa e Stati Uniti, fino al 1986 in Messino, fino al 1991 in Argentina e ancora un produzione in Brasile) T3 (in produzione dal 1979 al 1991 in Europa e Stati Uniti), per poi passare alla generazione "post T2", quella dei moderni furgoni Transporter T4 (prodotti dal 1991 al 2003) e T5 (dal 2003 a oggi). Per tutti, Bully è simbolo dell'industria tedesca, anche se quell'idea i tedeschi "la importarono". Fu infatti Ben Pon, rivenditore di vetture Volkswagen nei Paesi Bassi - il primo a vendere auto tedesche fuori dalla Germania - a disegnare su un foglio quel bozzetto da cui poi gli ingegneri della casa automobilistica dell'allora Repubblica federale tedesca hanno ricavato l'inossidabile Transporter. Nato con un motore boxer a 4 cilindri da 25 cavalli, il primo Bully era raffreddato ad aria, e poteva raggiungere la velocità massima di 80 chilometri orari per quello che poi sarebbe diventato il primo furgone con motore e trazione anteriore. In tutte le prime tre generazioni (T1, T2 e T3), continuò a montare gli stessi motori diesel, poi in tempi più recenti (anni Novanta) il motoro iniziò a subire modifiche per garantire un miglior rappporto consumo/prestazioni e minori emissioni inquinanti.
I numeri parlano per lui: nel 1959 uscì dalla catena di montaggio il camper numero 1.000, mentre all’inizio degli anni Sessanta, la Volkswagen produceva dieci Bully al giorno. Ma il prodotto automobilistico Volkswagen iniziava a diventare mito: Il T2 si affermò negli Stati Uniti dove, fino al 1976, furono venduti 15 mila esemplari della prima generazione. La domanda tuttavia cresceva anche in Germania: se nel 1960 venivano prodotti dieci camper al giorno, nel 1967 erano già 70. Un fascino dovuto anche grazie a Romy Schurhammer, giornalista tedesca ventunenne che nel 1959 compì il primo grande viaggio attorno al mondo alla guida di un Bully: in un anno, partendo dalla Germania, guidò attraverso Jugoslavia, Iran, Afghanistan, India, Thailandia, Vietnam, Laos e Giappone. La nascita del mito del primo e mai dimenticato Transporter si deve anche a ciò, e ancora oggi, a distanza di sessantanni, il Bully continua a solcare le strade di tutto il mondo.

Monday, 15 March 2010

Berlusconi "Putin" e la libertà di fermare programmi tv non graditi

Facendo pressioni - per le quali è indagato - il premier opera censure non degne di uno stato democratico

l'e-dittoreale

Un capo di governo che telefona di persona per chiedere la sospensione di determinati programmi televisivi, quelli a lui poco graditi. Accade in Italia, dove Silvio Berlusconi a quanto pare ha chiesto di fermare Annozero. A chi? A Giancarlo Innocenzi, presidente dell’Agcom, l’Autorità garante nelle comunicazioni. E poi, anche al direttore generale della Rai, Mauro Masi. Il premier è inchiodato da intercettazioni telefoniche rientranti in un inchiesta condotta dalla Procura di Trani, che sta indagando sul premier per concussione. Il presidente del consiglio si dice «scandalizzato» per quelle che ritiene «palesi violazioni» dei giudici. Ditemi chi frequenti e ti dirò chi sei: nessun riferimento alle escort, ma basta pensare a quelli che sono i grandi amici del Cavaliere sullo scacchiere internazionale per capire che tipo è il nostro premier scandalizzato. Putin, Lukashenko e Gheddaffi: questi gli amici del capo del governo. Tutti soggetti non proprio paladini della democrazia e non certo passati agli onori della cronaca per governo illuminato. Ecco allora che Berlusconi impara ad essere oligarca e colonnello, ad attaccare tutto arreca disturbo. E a ricorrere a qualsiasi cosa pur di fare in modo che il re non venga disturbato. Lo ha sempre fatto con magistratura e stampa critica, e non ha perso l'occasione di rifarlo, con l’arroganza che è propria del potere, con i talk-show. In un paese democratico l’opinione pubblica sarebbe indignata e la farebbe pagare come i francesi con Sarkozy, che non hanno perdonato all’inquilino dell’Eliseo di voler piazzare il figlio all’Epad, l’ente pubblico che gestisce la Defense, il quartiere parigino degli affari. Ma in Italia a indignarsi per primi sono loro, quelli che tutto tentano in barba alle regole e che sanno compiacersi in pubblico di averle aggirate o di denunciare chi non ha permesso loro di farlo. In un’ Europa dotata di personalità e spessore politica, saremmo già stati richiamati all’ordine per i continui attacchi a diritti e messe in discussione dell’ordine democratico. Ma si dà il caso che l’Unione europea è soggetto economico-finanziario e che in Italia, come sempre avviene, chi dovrebbe controllare dovrebbe essere controllato. Così l’Agicom finisce con l’essere organo composto da membri scelti dalla politica tra personaggi della politica, in un’ottica in cui l’Authority dovrebbe essere indipendente ma non lo è. Che dire della commissione di vigilanza Rai o del cda della stessa azienda? La lunga mano del regime si estende sull’informazione: ma attenzione, poiché se il regime è di democrazia, allora questa mano saprà essere tesa verso una stretta amichevole; ma se viceversa il regime non è di democrazia o di democrazia alla deriva allora la mano saprà stringere l’informazione in una morsa fino a strangolarla. Questo, giornalisti col senso della professione e con la coscienza a posto, dovrebbero saperlo molto bene e schierarsi di conseguenza dalla parte dell’informazione, che prim’ancora di essere un servizio è diritto per la collettività. Questo dovrebbero fare, piuttosto che avallare con altrettanta arroganza e non minore colpevolezza, certe inaccettabili violazioni di libertà costituzionalmente riconosciute. Bene fa l’opposizione a denunciare l’accaduto, con un Bersani tra il caustico e il sarcastico che si rivolge al diretto interessato: «Suggerirei al capo del governo che se vuole cambiare programma in tv non usi il telefono ma il telecomando». Per il segretario del Pd, «con tutte le questioni aperte e i problemi che abbiamo, non è una bella immagine per il nostro Paese immaginare il presidente del Consiglio che sta sempre al telefono per dei programmi televisivi». Peccato che la realtà a volte, superi l’immaginazione. E la realtà è quella che è sotto gli occhi di tutti e che Berlusconi, tra una sua rilettura e un provvedimento ad hoc cerca di stravolgere.


(Poi editoriale per la puntata del 19 marzo 2010 di E' la stampa bellezza, su
Radio Libera Tutti)

Thursday, 11 March 2010

Sull'uguaglianza

A proposito del decreto salva elezioni e del legittimo impedimento. E non solo...




(Tratto da Il marchese del Grillo, di Mario Monicelli, 1981)

Monday, 8 March 2010

Quel decreto e quella firma, un pasticcio tutto italiano che fa male al Paese

Il Pdl presenta la documentazione per le regionali oltre i limiti consentiti, e le liste sono escluse. Berlusconi "sana" l'errore con un decreto interpretativo "ad hoc". Che Napolitano firma.

l'e-dittoreale

La vicenda delle liste elettorali, per come si è conclusa, fa male al paese. Perchè rimette in discussione uno dei principi fondamentali di uno stato di diritto quale l'Italia, fino a oggi, è stata. Si tratta della legalità, del rispetto delle regole e dell'agire secondo la legge. Questo, nel caso delle liste elettorali del Pdl, non è avvenuto. Anzi, con una forzatura legislativa - qual è quella del decreto interpretativo voluto dal Governo - si apre un pericoloso precedente che di fatto dice che le regole non sono valide sempre e allo stesso modo, che non valgono per tutti ma in alcuni casi solo per qualcuno, che si possono rispettare ma, all'occorrenza, aggirare. Un messaggio di deregulation che va proprio in direzione opposta rispetto a quanto dovrebbe fare chi è chiamato a governare, per una violazione di dettami giuridici compiuta con la complice compartecipazione del presidente della Repubblica. Proprio il capo dello Stato, il cui compito è quello di assicurare il pieno rispetto delle regole, ha dato il proprio benestare ad un provvedimento improprio perchè - ha spiegato lo stesso Napolitano - si doveva «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici». Per carità, garantire una democratica consultazione elettorale è dovere di ogni democrazia, ci mancherebbe. Nulla da eccepire alle spiegazioni - peraltro fornite per la prima volta nella storia della Repubblica in un modo inusuale quanto la presa di posizione assunta dal Quirinale - fornite dal Colle. Napolitano ha voluto quindi precisare che il testo di decreto che gli è stato sottoposto «non ha presentato evidenti vizi di incostituzionalità». Peccato solo che, per l'articolo 3 della Costituzione, quella stessa Costituzione di cui Napolitano dovrebbe essere garante e difensore, sancisce l'ugualianza di fronte alla legge. Poniamo un esempio pratico: per la partecipazione ad un qualsiasi concorso, ognuno deve far pervenire la corretta documentazione, in genere, "entro e non oltre" un determinato termine, pena l'esclusione. Un caso non diverso a quanto capitato al Pdl per le liste, con la differenza - laddove differenza è l'opposto di uguaglianza - che per il partito di Governo si fanno decreti interpretativi "ad hoc", mentre il privato cittadino viene escluso dalla competizione nel rispetto - giusto - e nell'applicazione - sacrosanta - della legge. Napolitano ha sorvolato su quest'aspetto, ha sorvolato sul principio di uguaglianza previsto dalla nostra Carta costituzionale, decidendo con fretta e leggerezza. E poi non erano presenti vizi «evidenti». Lo stesso capo dello Stato ha riconosciuto che «erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Con la firma al decreto è stata presa una decisione più politica che giuridica, quando, ad esempio, un rinvio delle elezioni avrebbe potuto garantire eguale - e migliore - rispetto di entrambi i "beni", per dirla alla Napolitano. Fermo restando che c'è modo e modo di dire le cose, le critiche rivolte al Quirinale non sono affato gratuite. Di Pietro è arrivato a parlare di «impeachment» per Napolitano, forse in un eccesso di rabbia. Chi invece da sempre è abituato ad utilizzare un linguaggio soppesato in ogni parola è la Chiesa, che attraverso il capo degli Affari giuridici della Cei, monsignor Domenico Mogavero, parla ai fedeli dentro e fuori i palazzi istituzionali: «Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è già in atto è altamente scorretto, perché- ha criticato il vescovo- si legittima ogni intervento arbitrario con la motivazione che ragioni più o meno intrinseche o pertinenti mettono in gioco il valore della partecipazione». Le regole, ha detto ancora monsignor Mogavero, «sono a garanzia e a tutela di tutti». Con il decreto salva elezioni «a questo punto si legittima ogni intervento arbitrario con la motivazione che ragioni più o meno intrinseche o pertinenti mettono un gioco un valore: il valore della partecipazione oggi, e domani un altro valore». Parole che sanno di monito, di richiamo all'ordine. Di quel richiamo a una retta condotta che è stata abbandonata e che come conseguenza pone il dubbio per cui «forse siamo impreparati a una democrazia sostanziale». Se sorgono certi dubbi, se si verificano episodi come quelli verificatesi, se si rimettono in discussione regole e valori, il sistema - presto o tardi - crolla. Perchè si finisce con il delegittimare qualunque cosa a scapito della coesione sociale e dell'ordinamento statale. E del sistema paese nel suo complesso. Ecco perchè, scontri politici a parte, la vicenda delle liste elettorali fa male al paese.

Saturday, 6 March 2010

----------------- V -------------------

di Emiliano Biaggio

E' passato sui grandi schermi quasi in silenzio, senza premiazioni nè elogi della critica, ed è stato poi trasmesso sul piccolo schermo in seconda e in terza serata. V per vendetta, film tratto dall'omonimo graphic novel di Alan Moore e David Lloyd, che hanno curato la sceneggiatura per la trasposizione su cellulosa, è forse uno dei prodotti recenti più interessanti dell'industria cinematografica: una parabola del potere - dalla sua conquista al suo esercizio - per un pellicola politica che tratta i delicati temi della democrazia e del suo lento ma inesorabile rovesciamento per l'instaurazione di un regime autoritario che sopprime libertà e cancella diritti e contro cui si è chiamati a reagire per ripristinare il vecchio, democratico, ordine di cose. Una pellicola degna di nota e, volendo, anche di approfondimenti e analisi. La paura verso il nemico e tutte quelle forme che possono dare vita a instabilità quale base e garanzia del consenso a chi, in nome della pace sociale, finisce con il proibire ogni forma di diversità; la creazione di un sistema che, sulla base del consenso, reprime il dissenso; l'uso e l'abuso del potere; l'instaurazione di un sistema di giustizia attraverso metodi e pratiche contro ogni regola e convenzione; le mille sfaccettature dell'autorità, e i più inumani modi con cui essa si può mostrare, rimettendo in discussione l'autorità stessa. Tanti i temi affrontati, molti gli spunti di riflessione, molteplici gli aspetti comuni al mondo reale racchiusi e narrati da V per vendetta, forse proprio per questo lasciato sotto la luce dei riflettori il minimo indispensabile. Perchè a volersi impegnare, ma neanche così tanto a ben vedere, ci sono tanti parallelismi con l'attualità: riscrittura delle leggi per sè stessi e per pochissimi amici, immense fortune economiche concentrate nella mani di una ristretta elitè, dirigismo imposto dall'alto, obbligo di obbedienza, impossibilità di partecipare al dibattito politico, per voluti impedimenti. E poi, gli attacchi senza pietà a chi la pensa diversamente. Tutti aspetti, questi ben messi in risalto da una storia originale, una sceneggiatura riuscita, e una regia sapiente. Par condicio, conflitti sociali e istituzionali, discriminazioni, leggi concepite e votate per una sola persona: se vedete parallelismi è perchè V per vendetta sa essere molto attuale, come tutte le opere frutto dell'intelligenza e del lavoro ragionato. E questo film lo è: ripropone scenari immaginari ma per nulla fantasiosi attraverso storie, idee e ideali per nulla inediti, ma al contrario ben conosciuti, fino a dare una rappresentazione dell’idea. Prodigi in tecnicolor per una pellicola che si ispira alla realtà - come molto spesso fa il cinema, definito non a caso mondo - per poi darne una propria rilettura in un affresco d'autore. Facile, dunque, riscontrare analogie, somiglianze e raffigurazioni: i governi non producono arte, mentre arte il cinema lo è. Per cui godetevi questo film, anche se potrebbe risultare per palati fini. Un pò perchè la politica può risultare noiosa e non facile da capire, e poi perchè come ha avuto modo di dire Sydney Pollack - uno che di film se ne intende - «fare film politici oggi non è facile come venti o trent'anni fa. Oggi più di allora il cinema è intrattenimento prima che veicolo di messaggi». Un po' come la tv, che passa in seconda o terza serata film impegnati come V per vendetta e non manda in onda - su precise disposizioni - programmi di approfondimento politico.
(Editoriale per la puntata del 5 marzo 2010 di E' la stampa bellezza, su Radio Libera Tutti)

Friday, 5 March 2010

La Terra? Ha 15 inferni dell'inquinamento

Da Mother nature network la lista delle mete da evitare. Orbita compresa.

di Alberto Fiorillo

Sono 15 le località del pianeta dov'è altamente sconsigliato trasferirsi. Non è una vera e propria classifica, ma un elenco di emergenze planetarie attorno alle quali vivono in condizioni di sicurezza precarie decine di migliaia di persone. La mappa degli "inferni terrestri" l'ha stilata il sito specializzato Mother nature network, prendendo in considerazione una serie di parametri altamente negativi come inquinamento dell'aria, presenza di scorie radioattive, livelli di deforestazione, accumulo di spazzatura. Ecco, una per una, le 15 mete da perdere:

CITARUM RIVER (INDONESIA): Il Citarum è il fiume più inquinato del mondo. Circa cinque milioni di persone vivono nel bacino del fiume e la maggior parte di loro utilizza il suo
flusso per l'approvvigionamento di acqua;

CHERNOBYL (UCRAINA): Qui nel 1986 c'è stato il peggior incidente nucleare della storia. Conta piu' di 14.000 abitanti, ma la città rimane per lo più disabitata a causa dei rischi di contaminazione radioattiva;

LINFEN (CINA): Ha l'inquinamento atmosferico più alto di qualsiasi altra città del mondo. Al centro della cintura di carbone cinese, smog e fuliggine da inquinanti industriali e
automobili anneriscono l'aria a tutte le ore. Si dice che il bucato steso diventi nero prima di asciugarsi;

THE NORTH PACIFIC GYRE: Un'isola galleggiante di spazzatura grande due volte la dimensione del Texas (grande cinque volte quella dell'Italia) nel bel mezzo dell'oceano Pacifico, creata della corrente Vortice del nord Pacifico;

RONDONIA (BRASILE): E' uno stato nel nord-ovest del Brasile che, insieme con gli stati del Mato Grosso e Parß, è una delle regioni piu' disboscate della foresta pluviale amazzonica.
Migliaia di ettari di foresta sono stati tagliati e bruciati, in gran parte per far posto l'allevamento del bestiame;

YAMUNA RIVER (INDIA): Il maggiore affluente del Gange. Scorre attraverso Delhi e raccoglie, senza nessun filtro, il 58% dei rifiuti della città;

VAPI (INDIA): La città di Vapi è un luogo dove ci sono sostanze chimiche di ogni genere. I livelli di mercurio nelle acque sotterranee sono 96 volte superiori livelli di sicurezza e
metalli pesanti sono presenti in aria e nei prodotti;

LA OROYA (PERU'): Città mineraria delle Ande peruviane. Il 99% per cento dei bambini che vivono qui hanno livelli nel sangue che eccedono i limiti accettabili per avvelenamento da piombo, prodotto da una fonderia di proprieta' americana che inquina la citta' dal 1922;

HAITI: una volta era coperta da boschi per il 60% del territorio. Oggi, solo il 2% del paese ha ancora in piedi degli alberi. Haiti ha eliminato quasi ogni albero fino ai suoi
confini. E con il recente devastante terremoto, la situazione ambientale dell'isola è peggiorata;

KABWE (ZAMBIA): Le colline di Kabwe sono formate dalle scorie prodotte dalle miniere di piombo e cadmio della zona, dove l'aria è 10 volte più contaminata del massimo consentito dal limite di sopravvivenza. I bambini qui hanno concentrazioni di piombo nel sangue da cinque a 10 volte il consentito e la terra e' talmente contaminata che nulla puo' essere coltivato;

APPALACHI (WEST VIRGINIA, STATI UNITI): In questa regione tagliano le cime delle montagne, una delle pratiche più distruttive per l'ambiente, per estrarre carbone. Montagne intere vengono rimosse per arrivare al minerale e questo sistema aumenta l'erosione e il deflusso di sostanze inquinanti verso i terreni limitrofi e i fiumi;

RIACHUELO BASIN (ARGENTINA): Il bacino del Riachuelo è un corso d'acqua il cui nome è sinonimo di inquinamento. Oltre 3.500 fabbriche operano lungo le rive del fiume, un paesaggio che comprende anche 13 baraccopoli, numerose tubazioni di scarico illegale in esecuzione direttamente nel fiume, e 42 discariche aperte;

DZERZHINSK (RUSSIA): Il Guinness dei primati ha nominato Dzerzhinsk la città più inquinata chimicamente sulla Terra, e nel 2003 il tasso di morte ha superato il suo tasso di natalità del 260%;

LAGO KARACHAY (RUSSIA): Secondo un rapporto del Worldwatch Institute sulle scorie nucleari, Karachay è il posto più inquinato della Terra. E' stato utilizzato da parte dell'Unione Sovietica come sito nucleare, e ora il livello di radiazione qui è così alto che è sufficiente avere un'esposizione di appena un'ora per avere conseguenze letali;

L'ORBITA TERRESTRE: Anche lo spazio contiene grandi quantità di inquinamento. Circa 4 milioni di chili di detriti spaziali - dadi, bulloni, metallo e carbonio, anche tutta la sonda - attualmente sono in orbita intorno alla Terra, minacciando i satelliti, la comunicazione e anche le vite dei nostri astronauti.

Thursday, 4 March 2010

La Sagrada Familia chiama la messa

Il 7 novembre la consacrazione della cattedrale, che per quella data sarà completata al 60%. Ma avrà altare, pavimento e navata centrale.

di Emiliano Biaggio
La Sagrada Familia completata dopo 128 anni di lavori. O quasi. Il monumentale progetto di Antoni Gaudi per donare una nuova cattedrale a Barcellona vede finalmente la luce. Attenzione, vede la luce del termine dei lavori, ma non la sparizione dei cantieri: infatti il prossimo 7 novembre Benedetto XVI la consacrerà, ma per quella data nel luogo di culto catalano sarà ultimato al 60%. Infatti a novembre saranno terminati la navata centrale, il pavimento, le vetrate, l'altare maggiore e il baldacchino. La chiesa potrà accogliere 8.000 persone, su una superficie interna di 4.500 metri quadri. È previsto anche lo spazio per più di 1.100 cantanti del coro, ma i lavori continueranno poi anche dopo la visita del Pontefice: i cantieri resteranno infatti all'esterno, dove si devono ancora costruire dieci torri e una facciata. Insomma, la Sagrada Familia sarà chiesa forse funzionante, ma certamente ancora per un pò resterà "work in progress". Un buona notizia per i turisti e per Barcellona, abituati forse alla particolarità - oltre al design - della chiesa, quella di ospitare i lavori, appunto. Mano al portafogli, quindi, dato che si continuerà a pagare il biglietto d'ingresso (11 euro) col quale si portano avanti i lavori di edificazione dell'immensa struttura. Della realizzazione della cattedrale venne incaricato Gaudì nel 1882, e l'architetto catalano non smise mai di lavorarvi fino al giorno della sua morte, nel 1926. Da allora vari architetti hanno continuato i lavori seguendo la sua idea originale. Il tempio, da più di 128 anni, si costruisce solo grazie alle offerte, e questo spiega la sua lentezza: potrebbe essere ultimato entro il primo terzo del XXI secolo. Lo stesso Gaudì disse che «la Sagrada Familia è un'opera che è nelle mani di Dio e nella volontà del popolo».

Wednesday, 3 March 2010

Mettiamoci una croce sopra (il muro)

"[...] Il crocifisso in quest'aula è il simbolo di un culto assai diffuso nel nostro Paese. Pur sapendo che molte persone di buon cuore praticano questa fede, non posso non rilevare che in nome delle grandi religioni monoteiste sono stati commessi alcuni tra i più grandi crimini della storia. Inoltre, è costume degli intolleranti chiamare malvagio, infedele e idolatra chiunque non appartenga al loro culto. Questo crocifisso non è la salvezza per tutti gli uomini e le donne della Terra, ma tutt'al più è di conforto a una grande parte di loro. Mentre in ogni Paese e deserto e montagna e isola e bosco altri dèi buoni o malvagi vengono adorati, appesi ai muri, portati processione e in battaglia. Perciò a coloro che vorrebbero togliere questo crocifisso rispondo che mi sembrerebbe un'inutile intolleranza pur essendo (o essendo stati) uno Stato laico [...]". (tratto da La grammatica di Dio di Stefano Benni, Feltrinelli, 2007)

Ieri la Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto la domanda di rinvio dell'Italia davanti alla Grande Camera del caso sull'affissione del crocifisso nelle aule scolastiche.

Tuesday, 2 March 2010

Via all'atomica, ma non alla possibilità di usarla

Il presidente degli Stati Uniti pronto ad un taglio degli arsenali, ma si riserva il diritto del "primo colpo".

di Emiliano Biaggio
Obama si dice «pronto a ridurre le atomiche», ma non a rinunciare al "first strike", la possibilità di poter utilizzare l'arma non convenzionale e soprattutto di potervi far ricorso per primi, anche contro quei paesi non datati di atomica come fu per il Giappone. Dal presidente degli Stati Uniti, quindi, la promessa e l'idea di «spettacolari riduzioni» degli arsenali da una parte, e la conservazione della possibilità dell'opzione dall'altra. Dimostrazione ulteriore di un Nobel per la pace generoso e frettoloso (assegnato anche per assenza di alternative) e di un presidente schiacciato tra le sue voglie di innovazione e gli ideali conservatori dei repubblicani e delle lobby. Obama ha un'idea, e la storia insegna che i cambiamenti nascono prima di tutto da un'intuizione; ma Obama ha anche la pressione di un'opnione pubblica perplessa e un'opposizione congressuale contraria. Il sistema internazionale infatti - con i proclami iraniani sul nucleare e una Corea del Nord indecifrabile - non permette al presidente Usa di rivendicare pienamente le proprie scelte, con i repubblicani che guardano con timore anche al Pakistan, paese con bomba atomica e teatro di scorribande talebane. E poi, con la crisi e la perdita di supremazia a livello mondiale, il deterrente nucleare rappresenta per gli Stati Uniti un argomento se non convincente comunque dissuadente in una politica internazionale, da sempre, frutto dei rapporti di forza. Non da ultimo, la carta del nucleare è stata efficace durante la guerra fredda, ed esercito e anche frange di democratici sposano la teoria del "squadra vincente non si cambia". Quanto è cambiato Obama: a 22 anni, quando ancora frequentava la Columbia University a New York, sul giornale universitario Sundial scriveva che «discutere di possibilità di primo colpo o di secondo colpo nucleare fa comodo soltanto agli interessi militari industriali con i loro miliardi. Non dobbiamo accettare tale logica perversa ma realizzare un mondo migliore». Adesso Obama si piega agli interessi militari ed economici, a scapito del mondo migliore. (fonte foto: SkyTg24)