Saluti romani in curva e sotto la curva, bandiere con falce e martello sugli spalti: da Genova a Roma, da San Siro al San Paolo, tanti i riferimenti politici e ideologici nei campi di calcio di casa nostra. Tanto che c'è chi grida "fuori la politica dagli stadi". Ma in Italia come altrove la curva politicizzata è solo la punta di un iceberg, dove a farla da padrone è proprio la politica. Iniziamo dal calcio di casa nostra: la Juventus è controllata dalla Fiat, colosso economico e industriale legato agli ambienti istituzionali. Che dire del Milan? Il presidente della squadra è stato ed è il capo del governo, in una chiara e palese sovrapposizione tra calcio e potere. Poco diversa la situazione dell'Internazionale, alle cui spalle ci sono la Saras di Moratti e la Pirelli di Marco Tronchetti Provera. All'estero la situazione non è diversa: esempi storici di come sport non sia solo semplicemente sport arrivano innanzitutto dalla Spagna. Notoria la rivalità tra i blancos del Real Madrid e i blaugrana del Barcellona, meno noti i motivi di questa contrapposizione, che è di natura storica e politica oltre che sportiva: il Real era infatti la squadra del regime, mentre il Barça quella dell'oppozione. Real Madrid-Barcellona si tramutava allora in uno scontro tra franchisti e repubblicani. Meno storico, ma comunque di rilevanza politica, il caso offerto dai Paesi Bassi, dove una delle squadre più titolate è il Psv. Questo lo sanno tutti, ma pochi sanno che PSV sta per Philips Sport Vereniging, vale a dire Unione Sportiva Philips. Altro esempio di team in mano a colossi industriali che, in quanto tali, sono per forza di cosa nelle rubriche telefoniche di ministri e capi di gabinetto. In Germania spiccano i casi del Wolfsburg- controllata dalla casa automobilistica Volkswagen- e del Bayer Leverkusen, legato al colosso farmaceutico Bayer (si, la Bayer, quella che negli anni del nazismo faceva parte dell'IG Farben, l'industria che riforniva i lager di Zyklon B) e definito, non a caso, la squadra "delle aspirine". A contatto con le istituzioni, più o meno direttamente, anche i francesi del Sochaux, in quanto controllati dalla Peugeot. Ma nella Ligue1 milita anche il Monaco, la squadra del principato che gode ovviamente delle 'simpatie' della famiglia reale. Oltre Manica il presidente dell'Arsenal Peter Hill-Wood ha un passato nelle Coldstream guards, reggimento dell'esercito di sua maestà. Casi ancor più emeblemati di controllo diretto della politica sulle squadre di calcio arriva da est: in Russia il CSKA Mosca era la squadra dell'esercito, ma anche adesso il team ha tra gli azionisti il ministero della Difesa. Lo Zenit di San Pietroburgo è la squadra di Gazprom, la più grande compagnia energetica del Paese e il maggior estrattore del mondo. Tifoso d'eccezione del team il primo ministro Vladimir Putin, vicino proprio al colosso energetico di stato. Insomma, dopo questi esempi, chi crede che la politica debba uscire dagli stadi dovrebbe iniziare a rivolgersi alla tribuna autorità, e solo dopo alle curve.
Sunday, 31 May 2009
Calcio, la politica entra negli stadi. Dalla porta principale
Saluti romani in curva e sotto la curva, bandiere con falce e martello sugli spalti: da Genova a Roma, da San Siro al San Paolo, tanti i riferimenti politici e ideologici nei campi di calcio di casa nostra. Tanto che c'è chi grida "fuori la politica dagli stadi". Ma in Italia come altrove la curva politicizzata è solo la punta di un iceberg, dove a farla da padrone è proprio la politica. Iniziamo dal calcio di casa nostra: la Juventus è controllata dalla Fiat, colosso economico e industriale legato agli ambienti istituzionali. Che dire del Milan? Il presidente della squadra è stato ed è il capo del governo, in una chiara e palese sovrapposizione tra calcio e potere. Poco diversa la situazione dell'Internazionale, alle cui spalle ci sono la Saras di Moratti e la Pirelli di Marco Tronchetti Provera. All'estero la situazione non è diversa: esempi storici di come sport non sia solo semplicemente sport arrivano innanzitutto dalla Spagna. Notoria la rivalità tra i blancos del Real Madrid e i blaugrana del Barcellona, meno noti i motivi di questa contrapposizione, che è di natura storica e politica oltre che sportiva: il Real era infatti la squadra del regime, mentre il Barça quella dell'oppozione. Real Madrid-Barcellona si tramutava allora in uno scontro tra franchisti e repubblicani. Meno storico, ma comunque di rilevanza politica, il caso offerto dai Paesi Bassi, dove una delle squadre più titolate è il Psv. Questo lo sanno tutti, ma pochi sanno che PSV sta per Philips Sport Vereniging, vale a dire Unione Sportiva Philips. Altro esempio di team in mano a colossi industriali che, in quanto tali, sono per forza di cosa nelle rubriche telefoniche di ministri e capi di gabinetto. In Germania spiccano i casi del Wolfsburg- controllata dalla casa automobilistica Volkswagen- e del Bayer Leverkusen, legato al colosso farmaceutico Bayer (si, la Bayer, quella che negli anni del nazismo faceva parte dell'IG Farben, l'industria che riforniva i lager di Zyklon B) e definito, non a caso, la squadra "delle aspirine". A contatto con le istituzioni, più o meno direttamente, anche i francesi del Sochaux, in quanto controllati dalla Peugeot. Ma nella Ligue1 milita anche il Monaco, la squadra del principato che gode ovviamente delle 'simpatie' della famiglia reale. Oltre Manica il presidente dell'Arsenal Peter Hill-Wood ha un passato nelle Coldstream guards, reggimento dell'esercito di sua maestà. Casi ancor più emeblemati di controllo diretto della politica sulle squadre di calcio arriva da est: in Russia il CSKA Mosca era la squadra dell'esercito, ma anche adesso il team ha tra gli azionisti il ministero della Difesa. Lo Zenit di San Pietroburgo è la squadra di Gazprom, la più grande compagnia energetica del Paese e il maggior estrattore del mondo. Tifoso d'eccezione del team il primo ministro Vladimir Putin, vicino proprio al colosso energetico di stato. Insomma, dopo questi esempi, chi crede che la politica debba uscire dagli stadi dovrebbe iniziare a rivolgersi alla tribuna autorità, e solo dopo alle curve.
Saturday, 30 May 2009
«Italiani, vi compatisco»
La testimonianza di un ragazzo venuto in Italia alla ricerca di una nuova vita. Ma che adesso rimpiange di non averla cercata altrove.
di Emiliano Biaggio
“Mia madre mi ha detto che vogliono introdurre un permesso di soggiorno a punti, come la patente”. E’ l’Italia che non ti aspetti, quelle dei provvedimenti anti-immigrazione e anti integrazione. O almeno è l’Italia che non si aspetta Carlo, una delle tante persone che si possono incontrare nei bar. Una delle tante persone, ma non una persona come tante. Albanese di 26 anni, Carlo è in Italia da quando era bambino, da quando i suoi genitori decisero di cercare nel nostro Paese una nuova vita e, soprattutto, un futuro per i loro figli. Nonostante Carlo sia in Italia ormai da vent’anni, lui resta ancora un cittadino albanese. E' in attesa di ottenere la cittadinanza italiana, ma ancora non gli è stata riconosciuta, e fin tanto che le pratiche non si chiudono lui resta un extracomunitario, che non riesce a capire ed accettare una delle proposte dai senatori della Lega Nord in tema di immigrazione. “E pensare che i miei se lo sono scelto questo Paese”, dice amareggiato mentre consumiamo il nostro aperitivo. Carlo vive nei pressi di Roma, insegna kick boxing in una palestra della zona, ha amici italiani, parla addirittura con l’inflessione dialettale romanesca, ma tutto questo sembra non bastare per poterlo considerare italiano a tutti gli effetti. Tanto che per giudicarlo idoneo all’Italia adesso deve ottenere un punteggio. “A voi dopo un certo numero di infrazioni vi tolgono i punti dalla patente e non potete più guidare, a me invece dopo che ho finito i punti mi mandano via. Non è proprio la stessa cosa. Anche perché voi la patente potete riprenderla, io il permesso di soggiorno no”. Nelle sue parole emerge chiaramente l’amarezza per una terra che avrebbe dovuto accoglierlo ma che invece sembra non averlo mai accettato. “E pensare che noi questo Paese ce lo siamo scelto”, ci ripete deluso. “Sapete una cosa? Io vi compatisco, perché voi almeno qui ci siete nati, voi non avete avuto scelta. Io invece per me provo solo pena, perché potevamo andare in Spagna, Olanda, e invece tra tutta l’Europa abbiamo deciso di venire qui. Se non fosse che aspetto di prendere la cittadinanza me ne andrei”. Carlo svuota il bicchiere, mentre attorno a lui si fa silenzio. Del resto c’è poco da dire. Soltanto che Carlo è un nome di fantasia, perché chi è uscito da quel bar probabilmente non se l’è sentita di far apparire il suo vero nome. Perchè chi è uscito da quel bar ci compatisce e, con ogni probabilità, non si fida più di noi.
di Emiliano Biaggio“Mia madre mi ha detto che vogliono introdurre un permesso di soggiorno a punti, come la patente”. E’ l’Italia che non ti aspetti, quelle dei provvedimenti anti-immigrazione e anti integrazione. O almeno è l’Italia che non si aspetta Carlo, una delle tante persone che si possono incontrare nei bar. Una delle tante persone, ma non una persona come tante. Albanese di 26 anni, Carlo è in Italia da quando era bambino, da quando i suoi genitori decisero di cercare nel nostro Paese una nuova vita e, soprattutto, un futuro per i loro figli. Nonostante Carlo sia in Italia ormai da vent’anni, lui resta ancora un cittadino albanese. E' in attesa di ottenere la cittadinanza italiana, ma ancora non gli è stata riconosciuta, e fin tanto che le pratiche non si chiudono lui resta un extracomunitario, che non riesce a capire ed accettare una delle proposte dai senatori della Lega Nord in tema di immigrazione. “E pensare che i miei se lo sono scelto questo Paese”, dice amareggiato mentre consumiamo il nostro aperitivo. Carlo vive nei pressi di Roma, insegna kick boxing in una palestra della zona, ha amici italiani, parla addirittura con l’inflessione dialettale romanesca, ma tutto questo sembra non bastare per poterlo considerare italiano a tutti gli effetti. Tanto che per giudicarlo idoneo all’Italia adesso deve ottenere un punteggio. “A voi dopo un certo numero di infrazioni vi tolgono i punti dalla patente e non potete più guidare, a me invece dopo che ho finito i punti mi mandano via. Non è proprio la stessa cosa. Anche perché voi la patente potete riprenderla, io il permesso di soggiorno no”. Nelle sue parole emerge chiaramente l’amarezza per una terra che avrebbe dovuto accoglierlo ma che invece sembra non averlo mai accettato. “E pensare che noi questo Paese ce lo siamo scelto”, ci ripete deluso. “Sapete una cosa? Io vi compatisco, perché voi almeno qui ci siete nati, voi non avete avuto scelta. Io invece per me provo solo pena, perché potevamo andare in Spagna, Olanda, e invece tra tutta l’Europa abbiamo deciso di venire qui. Se non fosse che aspetto di prendere la cittadinanza me ne andrei”. Carlo svuota il bicchiere, mentre attorno a lui si fa silenzio. Del resto c’è poco da dire. Soltanto che Carlo è un nome di fantasia, perché chi è uscito da quel bar probabilmente non se l’è sentita di far apparire il suo vero nome. Perchè chi è uscito da quel bar ci compatisce e, con ogni probabilità, non si fida più di noi.
Thursday, 28 May 2009
Balcani, area ad alta tensione
Bosnia divisa dalle etnie e in una paralisi che non consente governabilità, Slovenia e Croazia al centro di una disputa sui confini marittimi. E poi ancora il Kosovo indipendente che non piace alla Serbia e la repubblica di Macedonia che tanto irrita la Grecia. Ecco perchè, dopo la guerra, l'ex Jugoslavia resta nell'instabilità.
di Emiliano Biaggio
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Balcani 'polveriera' d'Europa, oggi più che mai. Molti sono i motivi di conflitti nella regione, dentro e fuori gli stati stessi dell'area. Nella cornice delle repubbliche nata dalla dissoluzione dell'ex Jugoslavia la tensione è alta, da nord a sud. Difficile dove si ha la situazione di maggiore instabilità, perchè la regione è un grande mosaico di etnie e confessioni religiose che turbano i precari equilibri tra Stati e negli Stati. A livello di tensioni tra Paesi Slovenia e Croazia sono al centro di un contenzioso per i confini marittimi e, in più in particolare, della sovranità sul golfo di Pirano. Nella voglia e nella fretta di porre fine alla guerra, ci si accordò sui confini territoriali ma non su quelli marini. E adesso quella del golfo di Pirano diventa una questione spinosa, con la Slovenia- membro Ue e dell'eurolandia- che minaccia veti all'ingresso della Croazia nell'Unione europea se il governo di Zagabria non la smette con le sue rivendicazioni. Ma la Croazia deve fare anche i conti con la propria composizione sociale: una maggioranza croata, cattolica, e una minoranza serba, ortodossa. A questa due si aggiunge poi un piccolissimo nucleo di bosniaci, musulmani. In piccolo, in Croazia si propone e si ripropone il motivo di tensione che divide Serbia e Bosnia-Erzegovina: il massacro di Srebrenica- con la campagna di pulizia etnica attuata dalle milizie serbe nei confronti dei bosniaci musulmani-rappresenta ancora una ferita aperta e fonte di odio tra le due popolazioni, che costituiscono i principali gruppi etnici della Bosnia-Erzegovina. Qui, infatti, alla maggioranza bosniaca- musulmana- si aggiunge una forte minoranza (31%) di serbi- cristiano ortodossi. Un quadro multi-etnico e pluri-confessionale che si completa con il 17% di croati- cristiano cattolici- che si impogono come terza forza della repubblica. Già, 'forza'. In Bosnia-Erzegovina i trattati di Dayton che nel 1995 hanno posto fine alla guerra civile jugoslava hanno voluto garantire uguale peso politico alle tre anime del paese, serbi, croati e bosgnacchi (i bosniaci musulmani). Ma l'eguale distribuzione amministrativa e la rivalità tra le parti hanno finito per paralizzare la repubblica, dove nessuno è in grado di governare. Sarà anche per questo che il Paese è l'unico della regione a non aver ancora riconosciuto l'indipendenza del Kosovo, staccatosi dalla Serbia tra le proteste del governo di Belgrado. Il Kosovo rappresenta dunque un motivo ulteriore per guardare con preiccupazione alla stabilità della regione, dove si pone il problema della repubblica di Macedonia. Si tratta di una disputa nominale tra i governi greco e macedone: Atene vuole che il nuovo stato cambi nome, dato la Macedonia è una regione del nord dello stato ellenico. Per distinguere stato da regione oggi molti Paesi usano la dicitura Ex repubblica jugoslava di Macedonia, ma per la Grecia non basta e minaccia di impedire al governo di Skopje l'accesso a Unione Europea e Nato. Insomma: tra odi, minacce e veti incrociati, la situazione nei balcani resta ad alto potenziale esplosivo.
Wednesday, 27 May 2009
Medio Oriente, chiusura di Israele ai negoziati. Per trattare.
Obama: "Due stati". Netanyahu: "No". Le "divergenze" tra Usa e stato ebraico complicano il processo di pace nella regione. Che forse non è poi così compromesso.

di Emiliano Biaggio
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Il presidente degli Stati Uniti rilancia il piano di pace in Medio Oriente che prevede la nascita di due stati, ma Israele gela Barack Obama e il suo staff: "No a uno stato palestinese", taglia corto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Un secco rifiuto che mette in salita la missione diplomatica della nuova amministrazione Usa, decisa a voler trovare una soluzione definitiva alla questione arabo-israeliana. Non solo: il 'no' di Israele rischia a questo punto di complicare ulteriormente l'intero processo di pace, e di deteriorare ancora di più i rapporti con il mondo arabo-islamico. A livello internazionale la cosa non è sfuggita, tanto che si parla già delle divergenze tra i due Paesi. Ma niente drammi, almeno per ora. Poichè tutto è ancora da definire, e molto è ancora da decidere. Quella che si gioca è una partita a scacchi, dove i due avversari studiano e si studiano, per capire che mossa fare, che strategia elaborare, quali pedine sacrificare. Il messaggio che il primo ministro dello Stato ebraico ha voluto lanciare alla Casa bianca è che Israele non condivide la linea 'soft' della politica estera statunitense. Chiaramente a governo e membri della Knesset (il parlamento isralieno) non piace un presidente Usa che vuole dialogare con l'Iran, con chi, cioè, in più di un'occasione ha detto di voler cancellare Israele dalla carta geografica. Ma Barack Obama sa bene quanto Israele abbia bisogno degli Stati Uniti e del loro appoggio: ecco che allora si abbandona la fase di studio e si tentano le prime mosse. Israele starebbe pensando di smantellare due dozzine di insediamenti all'interno della Cisgiordania occupata, per poter proseguire nella realizzazione di colonie in altre zone, tra cui Gerusalemme est. Forse è un pò poco per l'amministrazione americana- che pure ha chiesto a Netanyahu di bloccare la costruzione di insediamenti nei territori palestinesi- ma quel che è certo è che a Tel Aviv si guarda a come Washington risponderà a questa mossa, per capire come e dove negoziare. Ma certo la situazione appare complicata: per il presidente dell'autorità palestinese Abu Mazen non esistono le condizioni per poter trattare, dato che il leader dell'Anp ha chiesto lo stop della costruzione di colonie che invece il governo israeliano intende portare avanti altrove. Netanyahu deve invece fare i conti con la destra nazionalista di Avigdor Lieberman, che non vuole fare concessioni ai rivali palestinesi. E come se non bastasse da Bruxelles le istituzioni comunitarie dell'Ue fanno sapere che "è improbabile che vengano potenziate le relazioni con Israele". Insomma, lo stato ebraico appare isolato nella sua politica di intransigenza ed è chiamato a muoversi nella tortuosità dello scenario che si propone. Per adesso si resta a guardare: ora la prossima mossa spetta a Obama.
di Emiliano Biaggio
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Il presidente degli Stati Uniti rilancia il piano di pace in Medio Oriente che prevede la nascita di due stati, ma Israele gela Barack Obama e il suo staff: "No a uno stato palestinese", taglia corto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Un secco rifiuto che mette in salita la missione diplomatica della nuova amministrazione Usa, decisa a voler trovare una soluzione definitiva alla questione arabo-israeliana. Non solo: il 'no' di Israele rischia a questo punto di complicare ulteriormente l'intero processo di pace, e di deteriorare ancora di più i rapporti con il mondo arabo-islamico. A livello internazionale la cosa non è sfuggita, tanto che si parla già delle divergenze tra i due Paesi. Ma niente drammi, almeno per ora. Poichè tutto è ancora da definire, e molto è ancora da decidere. Quella che si gioca è una partita a scacchi, dove i due avversari studiano e si studiano, per capire che mossa fare, che strategia elaborare, quali pedine sacrificare. Il messaggio che il primo ministro dello Stato ebraico ha voluto lanciare alla Casa bianca è che Israele non condivide la linea 'soft' della politica estera statunitense. Chiaramente a governo e membri della Knesset (il parlamento isralieno) non piace un presidente Usa che vuole dialogare con l'Iran, con chi, cioè, in più di un'occasione ha detto di voler cancellare Israele dalla carta geografica. Ma Barack Obama sa bene quanto Israele abbia bisogno degli Stati Uniti e del loro appoggio: ecco che allora si abbandona la fase di studio e si tentano le prime mosse. Israele starebbe pensando di smantellare due dozzine di insediamenti all'interno della Cisgiordania occupata, per poter proseguire nella realizzazione di colonie in altre zone, tra cui Gerusalemme est. Forse è un pò poco per l'amministrazione americana- che pure ha chiesto a Netanyahu di bloccare la costruzione di insediamenti nei territori palestinesi- ma quel che è certo è che a Tel Aviv si guarda a come Washington risponderà a questa mossa, per capire come e dove negoziare. Ma certo la situazione appare complicata: per il presidente dell'autorità palestinese Abu Mazen non esistono le condizioni per poter trattare, dato che il leader dell'Anp ha chiesto lo stop della costruzione di colonie che invece il governo israeliano intende portare avanti altrove. Netanyahu deve invece fare i conti con la destra nazionalista di Avigdor Lieberman, che non vuole fare concessioni ai rivali palestinesi. E come se non bastasse da Bruxelles le istituzioni comunitarie dell'Ue fanno sapere che "è improbabile che vengano potenziate le relazioni con Israele". Insomma, lo stato ebraico appare isolato nella sua politica di intransigenza ed è chiamato a muoversi nella tortuosità dello scenario che si propone. Per adesso si resta a guardare: ora la prossima mossa spetta a Obama.
Tuesday, 26 May 2009
Operai e fasce deboli? In Italia li difende la Chiesa
di Emiliano Biaggio
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Tutela per i precari, sostegno a chi ha perso il lavoro, un fisco equo ed etico e politiche che favoriscano immigrazione e integrazione. Non sono le richieste nè di Rifondazione comunista nè dell'ala Ds del Partito democratico. Sono invece gli inviti della Conferenza episcopale italiana, che entra a pieno titolo e a tutto campo nelle questioni di estrema attualità del nostro dibattito politico. Ciò non sorprende: da sempre la Chiesa si esprime sulle questioni di casa nostra, perchè fa parte- e non ha mai smesso di farne parte- della storia di casa nostra. Piaccia o no, oggi come allora lo stato del Vaticano serve: perchè i valori assoluti in questo mondo e in queste società sono pochi. Per cui se è vero che l'autorità pontificia sia sempre stata poco incline al progressismo e ben più disposta al conservatorismo, non stupisce l'intervento dei vescovi. C'è da salvaguardare e difendere quanto conquistato nel corso della storia, vale a dire diritti. All'uguaglianza e all'assistenza, innanzitutto. Perchè si tratta dei fondamenti alla base di società e stati moderni. La Cei, monsignor Angelo Bagnasco in testa, non fanno altro che difendere questa società. E lo fanno per due motivi: il primo è di dottrina. Perchè l'uomo è innanzitutto creatura di Dio, e la Chiesa è da sempre vicina ai propri fedeli. E i fedeli sono i componenti della società in ogni sua fascia: ricchi, poveri, lavoratori, disoccupati, italiani e non italiani. Tutte persone assistite, attraverso la macchina della solidarietà rappresentata dalle diocesi, dalle parrocchie, dalle offerte e dalla Caritas. Il secondo motivo è di natura politica: in parlamento le forze della sinistra sono ridotte a qualche ex diessino, mentre fuori dalle istituzioni le formazioni che raccoglievano l'eredità del Pci sono oggi decimate dalle continue scissioni che hanno frantumato in tanti piccolissimi partiti quel che restava della sinistra così detta 'radicale'. Per i vescovi si presenta così l'occasione di diventare l'unico punto di riferimento di chi vorrebbe e vuole interventi di politiche sociali. Possono cioè, venire incontro alla classe operaia e lavoratrice del Paese scalzando quello che resta di espressioni partitico-politiche solitamente indigeste agli ambienti vaticani. Per cui se da una parte la Cei si erge a paladina della società e dei suoi diritti, dall'altra tesse la trama di un disegno ben preciso. Ma del resto in Vaticano sono sempre molto attenti, e non si lascia mai niente al caso. Al momento opportuno, i vescovi verranno a bussare a casa di quanti oggi ricevono sostegno.
Sunday, 24 May 2009
Berlusconi. Cosa dice, e cosa dicono
"Berlusconi: la giustizia è una patologia", scrive El Pais. "Ennesimo show del premier che paragona la presidente di Confindustria a una velina e attacca giudici e parlamento". Sarà perchè ricopre la carica di capo di governo, ma ogni volta che parla Berlusconi fa il giro del mondo. Così capita che le sue ultime uscite sulla giustizia- con i suoi affondi alla magistratura dopo la sentenza sul caso Mills- e sulla politica- con i suoi affondi contro il parlamento- finiscano immediatamene sui principali quotidiani europei, che non vanno troppo per il sottile. Ma se è facile aspettarsi parole come quelle del principale quotidiano di centro-sinistra della Spagna, sorprendono testate di ben altro orientamento come il Times. "Berlusconi promette di ottenere più potere a spese del Parlamento", scrive il quotidiano britannico, dove i lettori lasciano commenti tutt'altro che teneri. "Judges are communist...foreign press is communist...he sees communists everywhere...he reminds me the american senator McCarthy... Parliament? An option! I wouldn't be surprised if one day he decides to close it and summon it when he needs it. Like Charles I in the 17th century! That's a shame"! (I giudici sono comunisti... La stampa internazionale è comunista... Ormai vede comunisti dappertutto... Li ricorda il senatore degli Stati Uniti McCarthy. Il parlamento? Un optional! NOn mi sorprenderebbe se decidesse di chiuderlo e convocarlo quando ne ha voglia. Come Carlo I nel 1600. E' una vergogna!) Ancor più duro Le Figaro, storico giornale della 'droite' francese: "Berlusconi raggiunto dai processi", titola. "Il cavaliere si dichiara vittima dopo la sentenza che condanna uno dei suoi avvocati per falsa testimonianza". Le Figaro sottolinea come il premier di casa nostra parli di "complotto orchestrato dalla sinistra" e chiude l'articolo in modo polemico nei confronti del cavaliere: "nel farsi passare per una vittima, lui eccelle" (dans l'art de se faire passer pour une victime, il excelle), si legge. A rincarare la dose i lettori transalpini: "Berlusconi est un malade... et les italiens sont tellement hypnotisés par ses TV qu'ils continuent de le soutenir". (Berlusconi è un malato... E gli italiani sono talmente ipnotizzati dalle sue tv che continuano a sostenerlo), scrive uno. Mentre un secondo affonda: "Il serait comme ça l'italiano idiot"? (Sarebbe così idiota l'italiano?)
Thursday, 21 May 2009
E Giddens pensa a tasse contro l'anti-ambientalismo in nome della sostenibilità
di Emiliano Biaggio
"Sviluppo pulito per imprese più competitive", perchè "solo rispondendo alle sfide ambientali si può essere competitivi". E poi le tasse: occorrono "tasse verdi", vale a dire una maggiore pressione fiscale contro quei comportamenti anti-ambientali, per promuovere una nuova cultura ecologica. Sostenibilità, 'green economy', un nuovo modello di crescita e sviluppo che tenga conto del mondo naturale che ci circonda: espressioni, queste, sulla bocca di tutti e nei programmi politici di molti. A partire dal presidente Usa Barack Obama. Ma quando a parlare di sviluppo sostenibile è Anthony Giddens, allora forse vuol dire che la questione è seria per davvero e gli interessi in gioco molto forti. E poi, a pensarci, chi meglio di un sociologo- oltretutto illustre come il padre della Terza via- può dire quanto incida l'ambiente sulla società? Il professore emerito della London school of Economics, intervenendo al convegno 'Growing & greening the economy' di Roma, affronta la questione. Partendo da un aspetto sociale piuttosto sentito: la tassazione, che riguarda governanti e governati. Giddens suggerisce "politiche fiscali dagli obiettivi verdi"; tradotto, "il meccanismo che regola l'imposizione di tasse contro l'anti-ambientalismo dovrebbe essere più esteso". Messaggio più sociale o più sociologico? Di certo rivolto più alla politica che alla cittadinanza, perchè se fare politica è amministrare e gestire un territorio con i suoi abitanti, allora "l'obiettivo è pensare alla sfida dei mutamenti climatici in un contesto specificamente politico", anche alla luce del fatto che, ricorda Giddens, "oggi quello del clima è il principale problema politico". Il sociologo britannico non nasconde che "c'è molto lavoro da fare", ma nonostante la situazione non sia delle migliori e il compito non dei più semplici, "abbiamo bisogno di una trasformazione". E allora, "perchè non sfruttare questa opportunità"? Una domanda, quella di Giddens, che fa tornare alla mente Bob Kennedy e quella sua citazione, nella campagna elettorale per le primarie del partito democratico, di George Bernard Shaw. "Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no", disse Kennedy quarant'anni fa. Oggi Obama, che ha fatto della 'green economy' uno dei punti prioritari della sua agenda politica direbbe "si, possiamo". E allora facciamolo. "Lo stato- continua Giddens- deve innanzitutto agire da catalizzatore per incoraggiare l'innovazione". E deve farlo in fretta, perchè altrimenti "i costi economici e sociali dei mutamenti climatici saranno gravi e diffusi".
Barrios Altos: storia di un massacro di Stato
di Bessemer451
La Commissione per la Verità e Riconciliazione è in condizione di affermare che a Lima, 15 persone furono giustiziate extragiudizialmente e altre quattro sono rimaste menomate nella loro integrità fisica per mano di agenti dello Stato. E, conformemente a quanto deliberato dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani il 14 marzo 2001, dichiara che fu deliberatamente impedita l'investigazione del crimine mediante l'imposizione di meccanismi legislativi e giuridici, favoreggiando e ostacolando la sanzione dei responsabili. In conseguenza di ciò, è stata protetta una politica di violazione dei Diritti Umani, per la quale lo Stato non ha osservato gli obblighi internazionali, sancendo, a tal proposito, leggi il cui unico oggetto fosse l'impunità. leggi il resto
La Commissione per la Verità e Riconciliazione è in condizione di affermare che a Lima, 15 persone furono giustiziate extragiudizialmente e altre quattro sono rimaste menomate nella loro integrità fisica per mano di agenti dello Stato. E, conformemente a quanto deliberato dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani il 14 marzo 2001, dichiara che fu deliberatamente impedita l'investigazione del crimine mediante l'imposizione di meccanismi legislativi e giuridici, favoreggiando e ostacolando la sanzione dei responsabili. In conseguenza di ciò, è stata protetta una politica di violazione dei Diritti Umani, per la quale lo Stato non ha osservato gli obblighi internazionali, sancendo, a tal proposito, leggi il cui unico oggetto fosse l'impunità. leggi il resto
Wednesday, 20 May 2009
La Russia vuole il primato anche nello spazio
di Emiliano BiaggioLa corsa della Russia non si arresta: dopo Europa- attraverso la supremazia energetica- e Artico- sempre in ottica energetica e di risorse naturali disponibili- adesso Mosca vuole lo spazio. Un ritorno alla guerra fredda? Il primo ministro Vladimir Putin si limita a dire che il suo Paese "non deve solamente preservare la sua competitività nel settore dell'industria spaziale, ma anche accrescerla in modo considerevole". E per farlo rispolvera il passato sovietico della nazione, indicando negli spazioporti di Plesetsk and Vostochny- voluti all'epoca proprio dal Pcus- siti da "utilizzare" per il rilancio della supremazia stellare e galattica del Paese. Tutto questo, tiene a sottolineare Putin, in un'ottica di "maggiore modernizzazione del settore" e della nazione, che gioca in grande su più fronti: quello delle risorse, quello dei territori, quello della tecnologia, e quello del cosmo. Una politica che richiama quella della potenza egemone dell'Urss che fu, ma che oggi invece evidenzia la contesta del cosmica in atto: la Cina ha già lanciato la sua conquista dell'orbita con la prima passeggiata nello spazio di un astronauta cinese finanziata interamente da Pechino e con gli Stati Uniti che, invece, dopo la bandiera piantata sulla luna vuole anche la conquista di Marte. Ma anche qui la voglia di primeggiare non manca: è noto che Cina e Russia hanno in cantiere una missione congiunta proprio sul 'Pianeta rosso'. Dopo la guerra fredda dobbiamo allora aspettarci delle guerre stellari?
Sunday, 17 May 2009
Le tigri si arrendono. In Sri Lanka torna la pace (per ora).
di Emiliano BiaggioAlla fine, quella che sembrava una guerra senza fine è finita. Dopo oltre venticinque anni l'esercito di liberazione delle tigri Tamil Eelam (Ltte) si è arreso all'esercito regolare dello Sri Lanka. Sono state le stesse tigri a deporre le armi dopo aver riconosciuto che la causa del popolo Tamil ha avuto "una fine amara". L'amarezza sta nella consapevolezza di aver perso, e non solo lo scontro militare. Adesso coloro che si sono arresi saranno trattati come sconfitti, col rischio di subire pesanti condizioni. E proprio le condizioni cui era stata costretta la minoranza Tamil è poi la scintilla che fece scoppiare la guerra costata oltre 80.000 morti, secondo le cifre ufficiali del governo di Colombo. Nel 1948, ottenuta l'indipendenza dall'impero britannico, il parlamento del neo-nato Sri Lanka vara il Citizenship act, provvedimento che non riconosce la minoranza Tamil (5% della popolazione dell'isola) cittadini dello stato. La lingua tamil non viene riconosciuta. Nel 1956 cominciano le prime sollevazioni popolari, e il governo centrale si vede costretto a riconoscere l'autonomia alla regione popolata dai non singalesi. Ma l'autonomia resta puramente formale, tanto che la nuova costituizione del 1970 riconosce come lingua ufficiale nazionale solo quella sinhala, quella dei singalesi. Nemmeno la religioni indù e cristiana- le confessioni dei tamil- vengono riconosciute nella carta. Nelk 1972 nasce il gruppo delle nuove tigri Tamil, che 3 anni più tardi diventano il gruppo separatista che da lì in poi sarebbe divenuto noto a tutto il mondo: l'esercito di liberazione delle tigri Tamil Eelam (Ltte). La guerriglia inizia nel 1983, dando vita ad un conflitto lungo 26 anni: una scia di sangue repressa nel sangue, che adesso vede il suo epilogo. "La battaglia è arrivata alla sua amara fine", commenta Selvarajah Pathmanathan, portavoce internazionale delle tigri Tamil. "Abbiamo deciso per il silenzio delle nostre armi. Il nostro solo rammarico è per le vite perdute e per quello che non potremo avere per molto tempo", aggiunge. Parole di preoccupazione, e non potrebbe essere altrimenti data la storia alle spalle del conflitto e a quelle del governo centrale: quest'ultimo se non era mai stato tenere nei confronti dei tamil prima saprà esserlo adesso? Forse. Giorni fa Mahinda Samarasinghe, il ministro per le emergenze umanitarie e i diritti umani dello Sri Lanka Colombo, ha promesso l'amnistia per i guerriglieri Tamil che si fossero arresi di propria spontanea volontà e che è allo studio un reinserimento nella società degli ex ribelli attraverso un programma mirato di riabilitazione. Ma che significa riabilitazione? E poi le tigri si sono sì arrese, ma perchè incapaci di continuare nella loro lotta armata, e questo a Colombo lo sanno bene. I dubbi non mancano e le domande sono inevitabili. Prima fra tutte: hanno vinto i buoni o i cattivi? Difficile dirlo, perchè difficile è trovare dei buoni in una guerra. Ad ogni modo se adesso saprà seguire una vera riconciliazione nazionale e un rispetto che sia reale per la minoranza, allora avranno vinto i giusti. In caso contrario, in Sri Lanka ci saranno vinti e vincitori perdenti.
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