Sunday, 14 June 2009

Il vero merito? Conoscere.

Nel mondo del lavoro non conta avere capacità, ma gli agganci.

di Emiliano Biaggio

Il merito? In Italia si guarda ad altro, soprattutto alle conoscenze. E’ quanto emerge da studio effettuato da Federmanager, l’organizzazione dei dirigenti aziendali. Secondo la ricerca, nel lavoro la propria capacità è importante per due italiani su dieci. Soltanto per il 27% degli intervistati, infatti, il merito è un fattore che conta, e quasi la metà (46%) delle persone interrogate ammette di aver fatto carriera grazie a conoscenze. Di più: la quasi totalità (91%) si dice d’accordo con l’affermazione secondo cui c’è l’abitudine a far maggiore affidamento sulle appartenenze e sulle relazioni. Risultato: in Italia il merito è «un valore dimenticato». Colpa, in larga parte, della politica. «La visione della politica – affermato Edoardo Lazzati, presidente di Federmanager – ha fatto fatica a mettere in pratica il merito. In questi anni noi abbiamo chiesto ai nostri politici di confrontarsi non soltanto con chi è portatore di numeri, e oggi fa piacere sentire che entrambi gli schieramenti parlano di merito. Per questo io dico ai politici: dateci fiducia». Non riserva critiche al mondo politico-istituzionale neppure Angela Savino, coordinatrice nazionale dei giovani dirigenti. «Oggi – sostiene – la politica è un meccanismo di cooptazione in cui le scelte sono dettate dalle lobbies e le macchine partitiche sono al servizio delle clientele. Dalla politica ci si dovrebbe attendere di più, in particolare ci si aspetterebbe il tempo delle riforme. Il messaggio che vogliamo lanciare alla politica – conclude Savino – è creare un nuovo sistema di welfare e un mercato di reclutamento basato sui meriti. E’ ora di uscire dalle logiche della gerontocrazia».

Friday, 12 June 2009

Motti, solo modi di dire. Non di essere.

Dall'Asia all'Africa fino alle Americhe, slogan che non corrispondono alla realtà.

di Emiliano Biaggio

"Unione - Libertà – Giustizia", recita il motto nazionale della Sierra Leone, "Lavoro, Giustizia, Solidarietà" quello della Guinea, "Unità, Progresso, Giustizia" quello del Burkina Faso. Slogan che suonano come ironici se si da’ uno sguardo a quella che e’ la situazione interna di questi Paesi e si pensa alla loro storia. Chi ha voluto svincolarsi dal dominio degli uomini su altri uomini, non solo non vi e’ riuscito, perché continua a essere subordinato a presenze estranee, ma perché una volta ottenuti, o una volta che si è illuso di ottenere quei principi elencati nei motti nazionali, non ha saputo garantirli né realizzarli. Ma attenzione a non cadere in facili tranelli: quegli stessi principi sbandierati dalle ex colonie africane, sono gli stessi che sbandieriamo, da sempre, tutti noi. Ma nessuno di noi, è mai riuscito a creare una situazione di Unione - Libertà – Giustizia- Solidarietà – Progresso. Ognuno di noi grida del “dittatore” a chi non si piega ai propri interessi economici, e spodesta un tiranno cattivo per metterne un altro, meno cattivo. Le idee di Unione - Libertà – Giustizia- Solidarietà – Progresso sono del tutto personali e personalistiche, e al di là delle definizioni dizionaresche, sono completamente indefinite. Questo fa si’ che possano significare tutto e, allo stesso tempo, niente. Parlare di Unione - Libertà – Giustizia- Solidarietà – Progresso in un mondo dilaniato dalle guerre, diviso dall’odio, governato dagli interessi personalistici e dalla sopraffazione, induce al sorriso. Un sorriso ironico e amaro. Perché si combatte sempre in nome degli stessi principi irrealizzati, perché si combatte sempre per sostituire un nemico con una nuova minaccia, perché si combatte sempre. In Afghanistan come in Iraq, in Somalia come in Sierra Leone, in Palestina come in Libano. Si combatte in nome della libertà, della giustizia e del progresso (anche se i più preferiscono parlare di sviluppo). E poco importa se la libertà e la giustizia si ottengono con i morti, se la giustizia si instaura tra mille ingiustizie, se la tanto agognata libertà deve essere conquistata attraverso la prigionia e i prigionieri di una guerra. Le parole si distorcono e assumono la formula dei principi del Grande fratello orwelliano, in un mondo in cui non si capisce se gli animali che scalzano gli uomini dal potere e acquistano la propria libertà siano meno animali di quanto si credeva o più uomini di quanto ci si potesse aspettare. "Unione - Libertà – Giustizia", recita il motto nazionale della Sierra Leone, un Paese dilaniato da una guerra civile che denota una dolorosa divisione, non porta ad alcuna libertà e non rende giustizia a nessuno. "Unità, Progresso, Giustizia", recita il motto del Burkina Faso, Paese distrutto dalle lotte intestine e tra i più sottosviluppati, pardon, meno progrediti al mondo. Parole che suonano ironiche rispetto a un contesto che non rispecchia le immagini che si proclamano. Ma tra i principi attorno a cui si dovrebbe costruire uno Stato, almeno secondo i politici, c’è anche la religione. Ma anche questa dimostra la propria inefficacia. "Allah è grande", e’ lo slogan dell’Iraq. Verrebbe da chiedersi “quale Iraq?”, se quello del governo filo-occidentale di Nuri al-Maliki o se quello che gli iracheni- una buona parte di essi- iniziano a rimpiangere. Di certo se Allah è grande gli iracheni non sembrano accorgersene, impegnati come sono a distruggersi gli uni con gli altri. "In God we trust"e’ infine il motto degli Stati Uniti: ma il dio cristiano non è forse quello che predica amore e tolleranza? Ah no, quello era Cristo. Dio è colui che punisce e colpisce. Forse è per questo che Ambrose Bierce ha scritto: “Dio ha fatto della guerra lo strumento per far conoscere la geografia agli americani”.

Thursday, 11 June 2009

«Io, teste contro la 'Ndrangheta abbandonata dallo Stato»

Parla una supertestimone sotto protezione. A cui è stata tolta la scorta.

di Emiliano Biaggio

«Vorrei qualcuno che mi spiegasse, vorrei capire cosa sta succedendo». Giuseppina Cordopatri è incredula, ma soprattutto indignata, perchè quello che le sta capitando «è una vergogna». Lei è un teste d'accusa contro la 'Ndrangheta, e dal 1997 vive sotto scorta. O meglio, viveva. Perchè da 40 giorni le hanno tolto la protezione, e adesso, denuncia, «se chiedete di me non vi rispondono, è come se fossi morta». Cordopatri deve testimoniare contro la potente cosca Gerace-Raso di Gioia Tauro, ma è stata abbandonata dallo Stato. E senza un motivo. «Quando ho telefonato per chiedere perchè mi hanno tolto la scorta la funzionaria con cui ho parlato mi ha risposto: 'io non ne so niente, ero in ferie'». La donna se la prende con i «settori deviati dell'amministrazione dello Stato» che da oltre un mese l'hanno costretta ad «arresti domicialiari forzati». Ma lei, strano a dirsi, c'è abituata: «Non è la prima volta che provano a togliermi la scorta, con questa siamo a tre», rivela. «Una prima volta ci hanno provato nel 2003, poi me l'hanno ritolta nel 2006. Quell'anno con il governo Prodi Marco Minniti elaborò per me un piano di protezione personalizzato». Ma adesso tutto è cambiato: a partire dalla mezzanotte del 27 aprile scorso non ha più una scorta, e alla residenza segreta di Giuseppina Cordopatri «il 4 maggio scorso è stata staccata la corrente elettrica», aggiunge. Non le portano via neanche la spazzatura: «Esco a mio rischio e pericolo a buttare l'immondizia», rivela. Rischio e pericolo, già. Perchè «questo è un braccio di ferro, e qui non si pareggia», tiene a sottolineare. Giuseppina Cordopatri vuole essere ancor più esplicita: «Marco Biagi è stato ucciso così», accusa. «E io non voglio fare la sua fine». Per questo si sta battendo perchè si sappia della sua storia. «Ho anche parlato con un giornalista del 'Guardian'», sottolinea. Perchè vuole «che tutti sappiano di questa storia». E in particolare vuole far sapere che «io sono destabilizzante, perchè vado ai processi e parlo. Parlo di corruzione, di mafia e di logge massoniche che controllano, e questo dà fastidio». La teste d'accusa sostiene che «mi vogliono fiaccare». Ma, assicura, «io non mi arrendo, non ho intenzione di cedere». Tutto quello che sta accadendo, sostiene Cordopatri, «è finalizzato a far ritirare la mia costituzione in parte civile, perchè loro sono in affari con le organizzazioni mafiose». Quel "loro" sono sempre i «settori deviati dell'amministrazione dello Stato». Gli stessi che le hanno tolto la scorta? «Voi siete a Roma, vero? Allora chiedete lì».

Wednesday, 10 June 2009

Denuncia choc in Perù: «In Amazzonia violati diritti umani»

Le associazioni accusano, il governo nega. E intanto nella questione legata alle terre vendute alle compagnie petrolifere interviene la Chiesa.

di Emiliano Biaggio

Si allarga la dimensione della 'questione amazzonica' in Perù: gruppi locali denunciano «abusi e violazione dei diritti umani» da parte degli agenti di polizia del governo di Lima negli scontri nella regione dell'Amazonas. E proprio al governo centrale viene chiesto di fare chiarezza. «Ci sono indizi da verificare, dobbiamo sapere la verità, ma presto o tardi i fatti che si sono verificati verranno alla luce», assicura Ernesto de la Jara, dell'Istituto per la difesa legale. Critiche anche dalla Commissione inter-americana per i diritti umani, secondo cui «la criminalizzazione della legittima mobilitazione e protesta sociale, sia attraverso la repressione diretta dei manifestanti o attraverso inchieste o processi penali, è incompatibile con una società democratica». La squadra del presidente Alan Garcia Perez respinge tutte le accuse al mittente, ma la Confederación general de trabajadores del Perú (Cgtp, il principale sindacato nazionale) getta benzina sul fuoco: «Il presidente García è il responsabile della strage», sostiene Mario Huamán, capo della Cgtp. Per cercare di smorzare i toni e disinnescare una crisi sempre più evidente, la Chiesa cattolica si offre come mediatore per favorire un dialogo tra il governo e la popolazione indigena che si oppone alla controversa legge sulle sfruttamento della terra e delle risorse naturali dell’Amazzonia: il presidente della Conferenza episcopale peruviana, Miguel Cabrejos, fa sapere di voler avviare «un dialogo autentico» tra le parti in lotta, per giungere ad una soluzione che sarebbe «importantissima». Soprattutto per gli indios.

Tuesday, 9 June 2009

Perù, Amazzonia in vendita alle corporations del petrolio. Ed è guerra.

Le compagnie petrolifere avanzano con il consenso del governo, che spara sugli indios. Con armi italiane.

di Emiliano Biaggio

E' ormai scontro aperto nelle regioni amazzoniche del Perù, dove da giorni si stanno dando battaglia le popolazioni indigene e le forze paramilitari del governo di Lima. Il presidente peruviano Alan Garcia Perez accusa gli indios di aver ucciso 22 agenti nel corso degli ultimi scontri, e censura la «barbarie» di quanti impediscono lo sviluppo nel Paese e, più nello specifico, nella regione dell'Amazonas. Con due diversi decreti- emanati nel 2007 e nel 2008- Garcia Perez ha dato il via libera ad un maggiore sfruttamento minerario del territorio: in particolare prevede la cessione di circa il 70% della foresta amazzonica alle compagnie petrolifere straniere Perenco (anglo-francese), PlusPetrol (argentina), Petrolifera (canadese), Repsol (spagnola) e Petrobras (brasiliana), che si sono accaparrate ampi tratti di foresta. A queste Garcia Lopez ha concesso diritti di esplorazione e trivellazione in zone che gli indios considerano sacre. Non solo: mentre per i petrolieri si configurano affari d'oro, per gli indios e le loro comunità si prefigura il pericolo reale di perdere risorse e acqua. Come se non bastasse, secondo l'Organizzazione del popolo indigeno amazzonico del Peru' i decreti violano la convenzione internazionale sul Lavoro sui diritti delle popolazioni tribali approvata nel 1989. Tutto questo ha innescato la rivolta delle popolazioni locali, decise a salvaguardare le proprie tradizioni e difendere il proprio territorio, anche con la forza. Di fronte all'intransigenza delle autorità e delle compagnie petrolifere la risposta è stata è stata la lotta armata: adesso è scontro aperto, con città blindate e sotto regime di coprifuoco: «il governo- ha spiegato il capo di gabinetto Yehude Simon- si è visto costretto ad adottare queste misura per tutti i 28 milioni di peruviani». E ormai sono giorni che gli scontri vanno avanti, con oltre 50 vittime: 22 gli agenti governativi morti, 30- secondo dati del governo- gli oppositori colpiti a morte, anche se gli indios sostengono che i morti sono «di più». E' anche guerra di cifre, quindi. Ma in mezzo alle incertezze- per il numero effettivo dei morti civili e per l'esito dello scontro- restano due certezze: la prima è che ricchezza, denaro e profitto continuano a essere considerate prioritarie rispetto ai diritti dell'individuo; la seconda è che in questo spargimento di sangue l'Italia non è esente da responsabilità: i dati del Sipri dicono che il nostro Paese è stato il principale venditore di armi all'esercito del Perù (per 172 milioni di dollari, nell'anno fiscale 2007-8).

Monday, 8 June 2009

Afghanistan, la Casa Bianca: «Gli alleati ci diano una mano»

Washington chiede aiuti. Per garantire sicurezza e assicurarsi una via d'uscita.

di Emanuele Bonini

In Afghanistan «gli alleati facciano anche loro di più». La richiesta degli Stati Uniti è di quelle perentorie, che pretendono risposte chiare, una volta per tutte. Perchè «l'obiettivo è sconfiggere Al-Qaeda», ma per farlo deve esserci l'impegno di tutti. E finora «la risposta degli alleati è stata deludente», critica il segretario della Difesa Usa Robert Gates. La casa Bianca si attende in particolare che i paesi membri della Nato garantiscano la fornitura di rinforzi temporanei alla forza internazionale Isaf, almeno per garantire sicurezza alle elezioni presidenziali, in programma il 20 agosto. Si tratta di forze aggiuntive provvisorie, anche perchè il presidente Obama sta ormai lavorando su altri fronti: consolidamento dell'economia del Paese e maggior coinvolgimento del Pakistan. Solo in questo modo il presidente degli Stati Uniti potrà vedersi garantita quell'exit strategy su cui ha annunciato di essere al lavoro. Del resto, numeri alla mano, le operazioni in Afghanistan hanno raggiunti costi sempre più insostenibili: al Tesoro statunitense la guerra sta costando oltre 180 miliardi di dollari, e al contribuente americano più di 1.400 dollari dal 2001 a oggi. Spese che, con la crisi, difficilmente il cittadino statunitense sarà disposto a pagare ulteriormente. E questo a Washington lo sanno. Come sanno che l'Afghanistan è costato 700 soldati. Anche per questo «deve esserci una strategia di uscita», spiega il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. «Si deve dare la sensazione che non si tratti di un impegno senza fine». Agli afghani e agli statunitensi. Insomma, a chi paga. E questa guerra la pagano in molti.

Friday, 5 June 2009

Niente crisi per l'esercito italiano: più soldi ai militari all'estero

Afghanistan e Iraq: quanto pesano sulle casse dello stato le missioni in questi Paesi? Quasi 250 milioni di euro in più dell'anno scorso.

di Emanuele Bonini

Nel 2009 il costo della missione militare in Afghanistan subirà un incremento del 43% rispetto all'anno scorso: solo per i primi sei mesi di quest'anno sono stati stanziati cifra stanziata è di 242 milioni di euro, il che vuol dire 40 milioni di euro al mese, ben 12 in più della spesa media mensile dello scorso anno. Infatti nel 2008 per la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, l'Italia aveva messo sul piatt0 337 milioni di euro, per un costo di 28 milioni ogni 30 giorni. Adesso, per l'anno in corso il nostro Paese solo per l'Afghanistan destina ben 147 milioni in più, portando a 484 i milioni di euro annuali per la missione. Se a questi si aggiungono i 337 del 2008, emerge che solo nell'ultimo biennio l'impegno italiano in Afghanistan costa 821 milioni di euro. Quanto a spese, l'Iraq quest'anno costerà 'solo' 13 milioni di euro, briciole rispetto alla voce Afghanistan ma comunque un impegno economico cresciuto di oltre il 50% a distanza di un anno: nel 2008 erano 8 i milioni di euro per le operazioni nel paese dell'ex rais. Qui, quest'anno, oltre 6 milioni e mezzo della cifra complessiva garantita verrano spesi entro il 30 giugno. Nel biennio 2008-2009 spenderemo in Iraq 21 milioni di euro che, aggiunti a quelli sborsati per l'Afghanistan, portano a 842 i milioni di euro spesi negli ultimi due anni per finanziare i nostri 90 soldati di stanza a Nassirya e gli altri 2.800 nella provincia afghana di Herat. E a proposito di soldati: In Iraq sono 33 quelli rimasti uccisi dal 2003 a oggi, mentre in Afghanistan le perdite sono 14.

Thursday, 4 June 2009

L'Italia e l'Iraq: democrazia in cambio di petrolio

Italia impegnata in Iraq. Per costruire la democrazia. E (soprattutto) portarsi a casa il petrolio. Il governo ha mandato i nostri soldati a Nassiriya, una destinazione non casuale.

fonte: osservatorio iraq

"L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per… ora abbiamo la conferma: sia l’ENI che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare “riservata” a ENI, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300.000 di barili/giorno. L’ENI si è detta “fiduciosa” di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo. In sostanza l’affare è fatto". (leggi tutto)

Wednesday, 3 June 2009

E con crisi e terremoto in Abruzzo il governo investe miliardi per la ripresa. Della difesa.

L'Italia fa spesa. Militare. Nel carrello finiscono ben 131 cacciabombardieri F35, che costeranno all'Erario 13 miliardi di euro. Tutto questo mentre in Abruzzo si aspetta di tornare a casa.

di Emiliano Biaggio

Le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno approvato- praticamente all'unanimità, dato che non ci sono stati voti contrari ma solo l'astensione dei commissari del Pd- il piano governativo per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 e per l'ampliamento della base aerea di Cameri (Novara), dove i velivoli verranno assemblati. In totale il nostro Paese sborserà da qui fino al 2026 ben 13 miliardi di euro, tutti alla voce 'spese militari'. Gli investimenti dei nostri governo e Parlamento rappresentano l'impegno del nostro Paese nella partecipazione al Joint Strike Fighter, il programma dell'esercito statunitense per la realizzazione di velivoli di nuova generazione in grado di svolgere funzioni diverse. Da qui e per i prossimi 18 anni si porrà il problema di dove reperire gli oltre 17 miliardi di dollari, ma a questo onere, si legge nel documento parlamentare, "si farà fronte attraverso risorse già individuate nell'ambito delle disponibilità dello stato di previsione del ministero della Difesa nonchè attingendo ad altre fonti di finanziamento". Quali sono queste "altre fonti di finanziamento"? Il documento non lo spiega, ma viene citato, a titolo d'esempio, solo il «Fondo per la realizzazione di programmi di investimento pluriennale per esigenza di difesa nazionale, anche derivante da accordi internazionali». I dubbi restano, e i timori aumentano. Non sarebbe la prima volta che spese militari verrebbero a essere finanziate attraverso tagli o prelievi a settori come previdenza, sanità, istruzione o cultura. Già il secondo governo Prodi aveva operato in tal senso, ma adesso la domanda sorge spontanea: con questa crisi e la ricostruzione dell'Abruzzo, dove verranno trovati i fondi per i 131 aerei da guerra? Perchè di questo si tratta. Gli F 35 sono aerei progettati per colpire “fulmineamente” gli obbiettivi avversari sfuggendo alle intercettazioni dei radar nemici. E, come fanno notare, possono essere impiegati “a supporto ravvicinato alle forze di terra in teatri altamente sensibili come quelli urbani”. Non sono, quindi, “armi da difesa”. Sono aerei attrezzati per portare morte e distruzione a persone e cose. Ma un'altra cosa che pochi sanno, oltre al finanziamento di per sè (la cui votazione è passatta sotto silenzio) è che il via libera alle spese militari è stato dato l'8 aprile, due giorni dopo il terremoto che ha devastato la provincia dell'Aquila.

Monday, 1 June 2009

La Cina sul "Tetto del mondo"

Rivendicazioni storiche, e l’impossibilità di concessioni per la presenza di altre minoranze. Ma soprattutto la posizione strategica e le risorse naturali. Ecco perché la Cina non vuole lasciare il Tibet.
di Emiliano Biaggio

Nel 1950 le truppe rosse entrano a Lhasa per volere di Mao Tze Tung, e la Cina si riprende il Tibet. Sul tetto del mondo i Manciù ottennero un controllo nominale nel 1856, che negli anni si trasformò in un protettorato di fatto fino al 1904, anno in cui il territorio finì sotto il controllo britannico. La decolonizzazione, con la corona di Londra che rinunciò ai possedimenti asiatici, lasciò alla Cina nazionalista prima e quella comunista poi campo libero per il ritorno in Tibet. Qui la prima cosa che fecero fu smembrare il territorio per meglio poterlo controllare e per dividere il popolo, così da renderlo più debole. Il Tibet "storico" era infatti quello era infatti composto dalle tre regioni del Kham, Amdo e U-Tsang, ma i cinesi intendo per Tibet la Regione Autonoma tibetana (Tar), creata nel 1965 e comprendente in larga parte quella che per secoli è stata la regione dello U- Tsang. Nel 1965 il Kham e l’Amdo divennero parte delle province cinesi del Qinghai, dello Sichuan, del Gansu e dello Yunnan e da allora il controllo è divenuto sempre più capillare, a scapito della popolazione e della cultura locali. Il leader politico e spirituale dei tibetani, il Dalai Lama, fu costretto alla fuga e si rifugiò a Dharamsala, in India. La rivoluzione culturale colpì templi e monaci, e represse le tradizioni ultramillenarie. Oggi la situazione è anche peggio, con Pechino che ha di fatto colonizzato il Tibet: il governo ha operato un massiccio trasferimento di cinesi di etnia han (quella dominante) e oggi i tibetani sono una maggioranza solo nella capitale Lhasa. Questo è solo uno degli aspetti della questione del Tibet, attorno alla quale ruotano interessi notevoli. Il primo di natura territoriale: controllare il Tibet permette di avere sia un avamposto strategico nel cuore dell’Asia- a cavallo fra India, Nepal e Pakistan- sia uno snodo strategico verso i paesi dell’ex Unione Sovietica. Ma ci sono anche forti motivazioni economiche che spingono i cinesi a rimanere presenti sul territorio: prima fra tutte, la possibilità di sfruttare le risorse naturali di cui è ricca l’area in questione. L’acqua da sola, infatti, permette alla Cina attuale di rispondere alle esigenze idroelettriche richieste da una crescita come quella in atto nel Paese, mentre l’import-export frutta all’erario cinese 130 milioni di dollari annui. Ancora: in Tibet c’è l’82% di tutta l’acqua potabile asiatica, i più grandi giacimenti di uranio al mondo e petrolio. Per ottenere una maggiore penetrazione nel territorio ed un migliore controllo della regione, Pechino ha diviso il territorio in cinque regioni diverse, e ha portato la Cina, o meglio, i cinesi in Tibet, relegando i tibetani ai ruoli marginali della vita politica, economica e sociale. La contestazione della validità del trattato internazionale che nel 1951 ha sancito il riconoscimento della sovranità cinese sul Tibet, la denuncia della violazione dei diritti umani, unitamente all’intensa attività diplomatica del Dalai Lama, hanno indotto la comunità internazionale a interessarsi della situazione in atto in Tibet e ad adoperarsi per una sua risoluzione. Ciò anche grazie alla spinta dell’International Tibet Support Network, una rete di associazioni creata dagli esuli tibetani residenti nei vari paesi e sostenuta dal governo in esilio di Dharamsala, che preme sui governi dei vari paesi proprio per portare le varie amministrazioni al fianco della causa tibetana. Ma Pechino non vuole e non può trovare una soluzione: concessioni ai tibetani aprirebbero uguali rivendicazioni da parte di altre etnie, prima tra tutte quella degli Uighuri nello Xinjiang, rendendo instabile il Paese in più di una regione. Da questo punto di vista, l’interesse internazionale è che Pechino mantenga il suo ruolo di punto di riferimento dell’area e, nello stesso tempo, il pur ribadito impegno verso il Tibet- comunque non rivolto all’indipendenza dello stesso - viene sacrificato a possibilità e necessità economiche ben più concrete: gli Stati Uniti, infatti, se da una parte hanno espresso solidarietà alla causa tibetana, dall’altra hanno oggi necessità di ottenere da Pechino una fluttuazione della valuta cinese ed un riequilibrio degli scambi commerciali, dato che la Cina ha un enorme surplus su Washington; quanto all’Europa, la preoccupazione per il ristagno dell’economia da un lato e per l’invasione dei prodotti cinesi dall’altro fanno stemperare gli impegni presi a livello formale per il rispetto dei diritti umani in Cina e per la questione tibetana. Infine, la situazione è cambiata all’indomani dell’undici settembre e alla politica estera americana che ne è derivata: avendo Pechino impedito- con la chiusura della frontiera con l’Afghanistan- la fuga di Bin Laden nello stato uighuro-musulmano dello Xinjiang, può ora ottenere da Washington un atteggiamento più morbido circa la situazione tibetana. Oltre a ciò gli eventi successivi all’attentato alle torri gemelle, hanno fornito alle autorità pechinesi una legittimazione della repressione in atto in Tibet, giustificata ora come lotta interna ai separatisti e ai terroristi tibetani. La comunità internazionale oscilla dunque fra condanne alla Cina e solidarietà al Tibet da una parte, e il soddisfacimento di interessi politici, economici e commerciali più sostanziosi dall’altra: nonostante numerose risoluzioni approvate da vari paesi- in Europa come in Nord America- e l’istituzione di gruppi interparlamentari pro Tibet, i risultati concreti conseguiti a favore di esso sono infatti pochi. La coesistenza di tutti questi interessi e soggetti in gioco, rende difficile ogni previsione circa una possibile risoluzione della situazione tibetana nel breve periodo: solo il tempo e la futuri combinazione delle diverse spinte permetteranno di capire se e come si risolverà la questione del Tibet.