Wednesday, 31 March 2010

Regionali, il trionfo dell'astensionismo e dell'anti-politica

Vince il centrodestra, ma sia Pd che Pdl perdono consensi. Mentre chi non resta a casa premia egoismo, campanilismo e contestazione pura. A scapito dell'Italia.

l'e-dittoreale

Il centrodestra vince, il centrosinistra incassa una sonora sconfitta. Nonostante quello che sostiene il segretario del Pd Pier Luigi Bersani («Non canto vittoria ma non parlo di sconfitta» e «E' falso che il Pd al Nord sia andato male»), il Partito democratico viene di fatto bocciato in tutta Italia. Se n'è accorto Beppe Fioroni, secondo cui i risultati elettorali «richiedono una riflessione». Ciò a destra come a sinistra, perchè dalla amministrative esce sconfitto anche il Pdl. Perde consensi il partito voluto da Silvio Berlusconi (-9% rispetto alle europee del 2009 e -10% rispetto alle politiche del 2008). Insieme al Pd (fermo al 26,5%, con una differenza dello 0,5% rispetto alle europee del 2009 ma con un -7% rispetto alle politiche del 2008), è chiaro che il disegno bipartitico è fallito. E questo lo dimostrano anche i successi della Lega (adesso a livello nazionale al 12,2%, con un +2,3% sulle Politiche e un +1% delle Europee), delle liste "5 stelle" di Grillo (quasi il 2% su scala nazionale) e della tenuta dell'Idv (7,3%). Ma a guardare bene i voti viene da dire che escono sconfitte Italia, politica e democrazia. Innanzitutto per l'elevato astensionismo, che ha toccato il 36%. E poi perchè gli unici che hanno conquistato voti sono un partito senza alcun senso della repubblica e delle sue istituzioni - la Lega - e un movimento che fa dell'antipolitica il proprio cavallo di battaglia - i grillini. Altri aspetti su cui riflettere, per il bene di un democrazia quanto mai provata e di una società quanto mai distante dalla gente. A partire proprio dai due maggiori schieramenti: il Pdl di Berlusconi continua con provvedimenti e leggi che poco hanno a che fare con l'interesse generale e il bene dell'Italia; nel Pd, invece, c'è «un gruppo dirigente che opera senza ascoltare il Paese», come riconosce Ignazio Marino. E poi c'è l'Udc, partito che in una regione sostiene il centrodestra e nell'altra il centrosinistra: operazioni politiche che disorientano l'elettore, sempre più incapace di individuare una linea chiara. Comprensibile, dunque, che a essere premiati siano gli altri, quelli che sanno essere alternativi semplicemente perchè diversi, perchè - semplicemente - si rivolgono alla comunità. Sia pur con toni e argomenti diversi, Lega, Idv e Movimento 5 stelle si rivolgono infatti al cittadino, schierandosi con esso e dimostrando di essere presenti lì dove gli altri latitano. Ma attenzione: laddove i partiti maggiori non hanno saputo trasmettere idee e valori, gli altri ne hanno veicolati di altri che non lasciano intravedere nulla di buono: la Lega è il partito dell'intolleranza e degli egoismi, del campanilismo sfrenato e fanatico; il movimento di Beppe Grillo è quello della contestazione e della critica, dei "Vaffa... day" per nulla costruttivi e assai volgari già dalla loro formulazione; Di Pietro è l'anima dell'antiberlusconismo, che non può essere un valore nè tanto meno un programma di governo. Su questo gli italiani sono chiamati a riflettere, mentre su questa emorrargia di voti (-1 milioni per il Pdl, -2 milioni per il Pd) i maggiori partiti del paese devono - in virtù delle responsabilità che conseguono all'essere principali partiti - riflettere e lavorare, per evitare derive che non fanno bene al Paese. Adesso ci sono tre anni senza elezioni, Berlusconi ha i numeri per governare e riformare, ma anche una Lega sempre più forte che già presenta il conto (pretende Milano) e i finiani con cui chiarire molti aspetti; il Pd ha tutto il tempo per riorganizzarsi e costruire quell'alternativa che pretende di essere. Ognuno, insomma, ha i propri nodi da sciogliere. Nodi che devono essere sciolti, perchè si rischia di non approdare a nulla da una parte, e di giungere a nuove sconfitte dall'altra. Il tutto a scapito di un'Italia spaesata e smarrita che si rinchiude sempre più in sè stessa, guardando con rassegnato distacco la classe politica e dirigente.

Tuesday, 30 March 2010

La lunga mano del boia

Condanne a morte e sentenze capitali eseguite, il mondo ancora non ci rinuncia.

di Emiliano Biaggio

Nel 2009 sono state messe a morte almeno 714 persone in 18 Paesi e condannate a morte almeno 2.001 persone in 56 stati. Lo dice Amnesty International, nel Rapporto sulla pena di morte 2009. I paesi con il più alto numero di esecuzioni sono l'Iran (388), l'Iraq (120), e l'Arabia Saudita (69), con gli Stati Uniti (52) subito dopo il podio. Ma è polemica sulla Cina, paese che si ritiene abbia il numero più elevato di sentenze di pena capitale eseguite ma che non ha permesso l'accesso ai dati. Il governo di Pechino ha fatto sapere le esecuzioni all'interno dello stato sono «in diminuzione», ma «le stime basate sulle informazioni disponibili forniscono un quadro fortemente sottodimensionato», fa sapere Amnesty. Il rapporto, comunque, evidenzia come nel 2009 il ricorso alla pena di morte sia stato dettato «diffusamente» per inviare messaggi politici, ridurre al silenzio oppositori o promuovere agende politiche, specie in Cina, Iran e Sudan. Il rapporto di Amnesty International descrive anche «il modo discriminatorio» con cui la pena di morte è stata applicata lo scorso anno, «spesso al termine di processi gravemente irregolari», e utilizzata «in modo sproporzionato» soprattutto contro le minoranze e gli appartenenti a comunità etniche e religiose. Attualmente in Europa solo la Bielorussia mantiene la pena capitale, ma nell'anno considerato il paese di Alexandr Lukashenko non ha eseguito condanne. A livello di continenti, in tutta l'America gli Stati Uniti sono stati l'unico paese ad aver eseguito condanne a morte nel 2009. In Asia, invece, oltre alla Cina, esecuzioni si sono registrate in Bangladesh, Corea del Nord, Giappone, Malaysia, Singapore, Thailandia e Vietnam. Da sottolineare come il 2009 sia stata un anno senza esecuzioni in Afghanistan, Indonesia, Mongolia e Pakistan. In Africa, infine, condanne a morte sono state eseguite in Botswana, Egitto, Libia e Sudan. Ma a livello di macro-aree spicca il dato di Medio-Oriente e Africa del nord: qui sono state registrate almeno 624 esecuzioni, suddivise tra sette paesi (Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Siria e Yemen). La buona notizia, spiega Claudio Cordone, segretario generale ad interim di Amnesty International, è che «sempre meno Paesi fanno ricorso alle esecuzioni. Come in passato con la schiavitù e l'apartheid, il mondo sta respingendo questo affronto all'umanità». Attualmente, infatti, i paesi che hanno completamente abolito la pena capitale sono saliti a 95, grazie al Burundi e al Togo, ultimi nell'ordine ad averla cancellata.

Monday, 29 March 2010

Iraq, vince l'instabilità

Prevale Allawi per soli due seggi, con lo sconfitto al-Maliki che non riconosce gli esiti elettorali

di Emanuele Bonini

L'Iraq sceglie il suo nuovo presidente: è Iyad Allawi, sciita. Un risultato che preoccupa per gli equilibri interni, dato un paese a maggioranza sunnita e con una repubblica islamica quale l'Iran - sciita come il nuovo premier iracheno - lì a due passi, ma soprattutto lì lungo lintero confine orientale. Ma a destare preoccupazioni sono altri due aspetti: il primo è il risultato "di misura" con cui Allawi ha vinto sull'avversario, il premier uscente Nouri Al-Maliki (91 seggi contro 89, che vuol dire ingovernabilità); il secondo è il mancato riconoscimento di sconfitta da parte di al-Maliki e del suo partito (Alleanza per lo stato di diritto). «I risultati non sono definitivi e suscitano dubbi», sostiene al-Maliki, che accusa l'Onu per «non aver impedito le frodi» alle elezioni del 7 marzo. Il premier uscente, inoltre, non collaborerà con Iraqiya - il partito di Allawi - e con il nuovo capo di governo: «Siamo sempre impegnati a nominare Nouri al-Maliki come unico candidato alla guida del prossimo governo», fa sapere il portavoce della lista Stato di Diritto, Hajim al Hosni. Un vero e propro problema per chi ha una maggioranza esigua come Allawi: nel nuovo parlamento, infatti, oltre ai 91 seggi di Iraqiya e gli 89 della coalizione di Maliki, ci saranno i 70 seggi dell’Ina (l’alleanza sciita), ci saranno i kurdi della Kurdistan Alliance, con 43 seggi, e poi (poche) altre formazioni politiche: in totale 325 seggi, 8 dei quali riservati alle minoranze (cristiani, yazidi, sabei-mandei, e shabak). La maggioranza – per la fiducia al governo - è di 163 seggi, dunque saranno necessarie alleanze. In un senso o nell'altro. Dalle urne irachene esce dunque un assetto che condanna il Paese all'instabilità politica e all'ingovernabilità, a tutto vantaggio delle forze disgreganti del paese - insorti e forze filo-iraniane. La democrazia, fragile prima e ancor più debole adesso, inizia tra mille difficoltà e nuove delicate sfide la nuova legislatura. L'impressione è che nonostante tutto, la democrazia ancora non sia stata esportata con successo, e che il lavoro da compiere sia ancora molto.

Sunday, 28 March 2010

Nuove colonie, è gelo tra Israele e Stati Uniti

A Gerusalemme est nuove costruzioni tra l'ira della Casa Bianca. Netanyahu: «Nessuno stop». E Obama lo abbandona per andare a cena.

di Emiliano Biaggio
Israele costruisce nuovi insediamenti a Gerusalemme est, provocando le immediate critiche dell’Autorità nazionale palestinese e – soprattutto - degli Stati Uniti, che considerano l’iniziativa una minaccia per i negoziati di pace in Medio Oriente. Lo stop alla realizzazione di nuove colonie a Gerusalemme est è infatti una delle condizioni che vengono poste a Israele dalla road map, e il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha disapprovato le nuove costruzioni e il mancato intervento delle autorità israeliane. Critiche per il governo di Benjamin Netanyahu anche da parte del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: l’inquilino della Casa Bianca – pur ribadendo che Stati Uniti e Israele sono legati da una forte e grande amicizia – ha fatto sapere all’esecutivo di Tel Aviv di non aver gradito la notizia, intimando uno stop definitivo della costruzione delle colonie.
Gerusalemme est è da sempre contesa tra arabi e israeliani, tra Israele e Anp, con il primo che ne ha fatto la propria capitale (Tel Aviv è la città dove ha sede il governo) e che la vede come territorio irrinunciabile per il proprio stato, e la seconda che la rivendica per la comunità palestinese e ne vuole libero accesso per via delle moschee che qui sorgono e che gli arabi considerano importanti luoghi di culto. I negoziati di pace – che dovrebbero portare da Israele e territori palestinesi a Israele e stato palestinese – impongono a Israele, come detto, il divieto a realizzare qualsiasi nuovo insediamento nel territorio in questione: da parte israeliana, dunque, una violazione degli impegni assunti che ha fatto riaccendere gli scontri tra la parti in causa. Sullo Stato ebraico, infatti, sono stati lanciati missili in numero e continuità come non si vedeva da prima dell’operazione “Piombo fuso”, la campagna militare con cui Israele rispose alla continua caduta su suolo israeliano di razzi sparati dai miliziani di Hamas. A Washington c’è quindi il timore che la situazione possa nuovamente precipitare, vanificando così tutti gli sforzi della diplomazia e assestando un duro colpo ai negoziati di pace. E se ciò dovesse accadere sarebbe un duro smacco per Barack Obama, che ha fatto della risoluzione della questione del Medio Oriente una delle priorità della propria agenda di politica estera, già durante la campagna elettorale. I nuovi insediamenti irritano dunque anche gli Stati Uniti, gli “amici di sempre” di Israele, forse mai così in crisi con lo storico alleato.
Il premier israeliano ha smentito che tra i due paesi ci siano dissapori e crisi, ma è certo che l’attuale governo dello stato ebraico risenta del peso, sia all’intero dello stesso governo che nella Knesset (il parlamento israeliano, ndr) , della destra di Avigdor Lieberman, forte e convinto sostenitore della costruzione degli insediamenti. Insediamenti – 1.600 nuovi alloggi - che non si fermeranno, ha avuto modo di dichiarare Netanyahu ad un contrariato Obama che, a un certo punto del faccia a faccia avuto alla Casa bianca nei giorni scorsi organizzato per discutere della questione, ha abbandonato il premier israeliano stufo per le continue chiusure e le mancate concessioni di Israele. «Ora me ne ne vado negli appartamenti privati per cenare con Michelle e le bambine. Fammi sapere se ci sono novità», ha detto un Obama contrariato e stizzito. Mai prima d’ora era stato riservato un trattamento simile a un capo di governo israeliano, segno del solco aperto tra Stati Uniti e Israele, e di un caso a questo punto ancor più diplomatico. Intanto il presidente Usa dà un vero e proprio schiaffo a Netanyahu, «umiliato» secondo i media israeliani. Agli occhi dell’opinione pubblica internazionale vince Obama e perde Netanyahu: chissà se questo servirà per un’inversione di rotta di Israele, oggi ancora più isolato.

Saturday, 20 March 2010

C'è un 'Italia che ha sete

E' quella che a Roma dice "no" alla privatizzazione dell'acqua. E alle leggi già approvate che invece la prevedono.

di Emiliano Biaggio


Gli organizzatori contavano di portare nella Capitale «decine di migliaia di persone», ma l'obiettivo «è stato raggiunto e anche superato», tanto che a Roma «ci sono 100 mila persone e continuano ad arrivare pullman». Piazza della Repubblica «è già piena» e «una parte del corteo si è mossa per permettere alla tanta gente di poter defluire, anche se la manifestazione vera e propria non è ancora partita perchè stiamo aspettando quanti stanno ancora arrivando». Insomma, «possiamo già dire che la manifestazione di oggi è un grande successo, un grande successo di partecipazione popolare». E' palpabile la contentezza di Paolo Carsetti, del coordinamento nazionale del Forum italiano dei movimenti per l'acqua, nel giorno della manifestazione contro la privatizzazione delle risorse idriche. "Coloriamo Roma del blu... dell'acqua pubblica": questo lo slogan con cui sindaci, rappresentanti di Enti locali, comitati (tra i quali i No tav e i No Ponte) e partiti (Pd, Idv, Verdi, Sel) si sono ritrovati, assieme ad associazioni ecologiste (Wwf, Legambiente e Forum Ambientalista), movimenti come il Popolo viola e cittadinanza, alla manifestazione contro la gestione ai privati delle risorse idriche e, nello specifico, contro quei provvedimenti - decreto Ronchi e articoli 150 e 154 del decreto ambientale 152 del 2006 - che la prevedono. In tal senso «oggi presenteremo tre quesiti referendari, uno per ogni testo, per abrogare i provvedimenti che privatizzano l'acqua», spiega Carsetti. «Da metà aprile partirà la raccolta delle firme, e fino a metà luglio contiamo di raggiungerne 700 mila», aggiunge. Per i referendum servono 500 mila firme, ma «noi vogliamo raccoglierne di più per dare più forza a questa campagna». A Roma, «siamo venuti per dire "Fuori l'acqua dal mercato" e "Fuori i profitti dall'acqua"». In tal senso, sul palco di piazza Navona - luogo di arrivo del corteo - si alternano i rappresentanti dei Comitati per l'acqua di tutta Italia (da quello di Aprilia a quello di Torino, al Forum toscano dei movimenti per l'acqua, all'Abruzzo social forum, dal Comitato umbro acqua pubblica al Coordinamento pugliese acqua bene comune, dal Coordinamento Molise acqua pubblica fino al Coordinamento campano acqua pubblica, il Coordinamento regionale acqua pubblica Basilicata, il Coordinamento calabrese acqua pubblica "Bruno Arcuri", il Forum siciliano dei movimenti per l'acqua e naturalmente il Coordinamento acqua pubblica Lazio). Tutti a raccontare le proprie esperienze di "resistenza" alla privatizzazione dell'acqua. La campagna del "Popolo dell'acqua pubblica" ha già trovato il sostegno del mondo della politica: «Oggi parte una battaglia di civiltà contro questo Governo che vuole regalare l'acqua ai privati, come sta avvenendo a Roma con Caltagirone», sostiene il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. Quando si parla di acqua in mano ai privati "non e' azzardato parlare di crimini contro l'umanita'", ha aggiunto Bonelli, secondo cui «la battaglia referendaria a questo punto e' inevitabile: il 29 marzo depositeremo i quesiti in Cassazione e inizierà la campagna di raccolta firme». I promotori della manifestazione avevano incassato il "sì" dell'Idv, con il pieno sostegno dell'eurodeputato Luigi De Magistris alla campagna referendaria. «Va sostenuto il referendum contro la privatizzazione, perchè sia riconsegnata ai cittadini la possibilità legittima di esprimersi sui propri diritti fondamentali», sostiene. Ma il responsabile Green economy del Pd, Ermete Realacci, invita alla cautela: «Qualità dell'acqua e uso razionale delle risorse idriche, insieme a politiche pubbliche di gestione, sono punti centrali per il Partito democratico, ma sul referendum- afferma- ho molti dubbi: rischia di produrre l'effetto contrario». Ciò perchè, «sono 15 anni che i referendum non raggiungono i quorum», per cui «se non cambia la legge sul referendum, questo servirà come campagna di mobilitazione ma non per i risultati». Insomma, «prima va cambiata la legge, poi si ragiona sui referendum». Realacci esclude poi la gratuità dell'acqua, «perchè risorse idriche gratis vuol dire sprechi». Ad ogni modo, «indipendentemente dai numeri, è importante che ci sia tanta gente a Roma, perchè l'acqua è una risorsa preziosa e lo sarà ancor più in futuro».

Friday, 19 March 2010

Grecia, specchio di un'Europa senz'anima

Dalle autorità elleniche stretta su redditi e pensioni in nome dei conti pubblici, l'Ue di banchieri e finanzieri approva. Mentre una Unione non politica pensa un nuovo istituto di credito fotocopia del Fmi.

di Emiliano Biaggio

La crisi della Grecia mostra il vero volto dell'Unione europea. In un paese in spaventoso dissesto economico e con i conti pubblici fuori controllo, i governo Papandreou vara un pacchetto di «misure aggiuntive» del valore di 4,8 miliardi di euro che colpisce duramente salari e pensioni. Il pacchetto anti-crisi prevede un taglio del 30% e del 60% delle tredicesima e quattordicesima mensilità, una riduzione del 12% delle indennità salariali, un congelamento delle pensioni, aumento dell’Iva al 21%. Ci sono anche l'eliminazione dei bonus ai manager pubblici, l'aumento del 20% delle imposte su alcool e del 65% sulle sigarette, ma a gravare sulla popolazione anche le decisioni di aumentare i prezzi dei carburanti, 8 centesimi di euro in più per benzina e 3 per il gasolio. La crisi, in Grecia, finiscono col pagarla tutti i greci. A caro prezzo e con il beneplacito dell'Europa: è stata infatti Bruxelles a invocare a gran voce misure in grado di rimettere a posto i conti e riportare il paese ellenico in linea con i parametri dall'Unione europea. E nell'Unione europea e in Europa, i provvedimenti del premier George Papandreou sono accolti con «soddisfazione». Bruxelles e Berlino si sono congratulate per prime con il governo ellenico, che ha ricevuto il plauso della Bce e di Moody’s: per tutti il pacchetto fiscale dimostra e rende credibile l’impegno di Atene nel risanamento dei conti pubblici, e poco importa se ne risente il welfare. In fin dei conti l'Ue chiede agli stati membri di tenere a posto i conti e di stare dentro i parametri, non si chiede il benessere della nazione. Si chiede "stare in linea", lasciando al singolo paese il modo di raggiungere l'obiettivo senza entrare nel merito delle decisioni e dei metodi assunti. Tutto va bene, purchè i conti tornino. Ma i conti non tornano affatto, se è vero che il caso Grecia ha spinto paesi europei a ragionare sull'istituzione di un Fondo monetario europeo: l'Eu dimostra di non essere creatura politica, ma una creazione di banchieri e finanzieri, un'Unione europea solo monetaria, una comunità di istituti di credito ed economisti. E l'economia, si sa, non è etica. Le ragioni sociali e umane si sbriciolano davanti alle logiche del mercato e agli interessi economici, nella convinzione errata che la chiave di tutto sia nel denaro. La stabilità economica non è la stabilità di un paese, e le due espressioni non sempre sono sovrapponibili e sinonimiche. Perchè gli scontri per le vie di Atene dimostrano che una stabilità economica troppo onerosa può generare turbolenze sociali forse peggiori. Ma è chiaro che se l'Europa è quella dei mercati monetari e azionari, l'Europa è creatura virtuale privilegio di pochi. E questo tutti lo hanno capito: i popoli prima e i governanti dopo. Quando gli europei sono stati chiamati ad esprimersi sull'Ue, questa è stata bocciata. I "no" di Francia, Paesi Bassi e Irlanda alla Costituzione hanno indotto i governi ad adottarla in seconda battuta senza passare attraverso l'espressione popolare. L'Europa non è degli europei e non è soggetto politico. E' al contrario un apparato burocratico-economico che impone risoluzioni di natura finanziaria e fiscale ai problemi economici. Perchè di questo si occupa. Di affari. A confermarlo anche Amnesty Internation, in un dossier - "Dalle parole ai fatti" - dal titolo emblematico: soltanto sette dei 27 Stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione strumenti utilizzati per infliggere tortura, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo e nonostante la normativa Ue, risalente al 2006 e più volte integrata, stabilisca chiaramente divieti e obblighi di controllo e trasparenza da parte dei governi. Ma il piatto è ricco e il mercato fiorente, e tutto va bene per fare cassa. Ancora una volta, l'Europa ha preferito i conti agli uomini. Logico, quindi che la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo abbia detto "no" ai crocefissi nelle aule delle scuole: ha venduto Cristo per 30 denari. Ma per avere i conti in ordine, questo e altro.

(poi editoriale della puntata del 26 marzo 2010 di E' la stampa bellezza, su Radio Libera Tutti)

Wednesday, 17 March 2010

Gli Usa spostano lo scudo antimissile in Romania, si riapre lo scontro con la Russia

Il Cremlino pretende spiegazioni, e già studia le contromosse.

di Valentina Pop.
Traduzione di Emiliano Biaggio


La Russia si dice «preoccupata» e si aspetta «adeguate spiegazioni» sul piano statunitense di schierare un sistema di difesa anti-misssile in Romania, anche se da parte delle autorità russe c'è ancora interesse a contribuire ad un «giudizio comune», con Europa e Stati Uniti, su quelle che sono le minacce per la sicurezza. Vladimir Chizhov, l'ambasciatore russo all'Unione europea, esterna i malumori di Mosca per quel progetto di scudo spaziale - installazioni radar e batterie missilistiche - che sembrava abbandonato ma che a Washington non sembra essere stato dimenticato. «Prendiamo nota delle affermazioni del presidente Basescu, che dice di essere d'accordo ad accettare questi elementi. Ciò- sostiene Chizhov- pone un serio problema che analizzeremo quando avremo tutti i dettagli su cosa significhi installare certe installazioni proprio lì». La Russia non digerisce dunque le parole del presidente romeno, che ha fatto sapere di aver accettato la richiesta dell'amministrazione Obama di far ospitare dalla Romania le batterie anti-missile come parte dei piani Usa di difesa dell'Europa dalle minacce iraniane e regionali. Secondo i programmi, i missili saranno schierati dal 2015, in una seconda fase della nuova versione dello scudo anti-missile che combina intercettori per razzi a corto, medio e lungo raggio. L'accordo deve ancora essere negoziato tra i due governi e approvato dai rispettivi parlamenti, ma intanto la Russia risponde e riecheggiano le voci del premier Putin, che ha minacciato di schierare missili nucleari nell'enclave di Kaliningrad qualora gli Stati Uniti realizzassero lo scudo. L'ambasciatore russo presso l'Ue fa sapere che dalla Russia per ora arrivano «reazioni preliminari» in attesa di ulteriori chiarimenti da parte americana. Certo è che «è fonte di preoccupazione per noi», riconosce Chizhov, chiarendo che Mosca vuole sapere «le ragioni dietro la scelta della Romania». Perchè «uno potrebbe sostenere che la Romania sia più vicina all'Iran che alla Polonia, ma in base alle nostre informazioni l'Iran nè ora nè in futuro potrà disporre di una capacità missilistica in grado di raggiungere la Romania». Un'affermazione, quest'ultima, non condivisa però dal Pentagono, che in recenti revisioni delle difese missilistiche degli Stati Uniti ha notato che l'Iran «ha sviluppato e acquisito potenziale balistico in grado di colpire in Medio Oriente e in Europa orientale». Il progetto di scudo Usa, prevede anche installazioni radar che però ancora non si sa dove verranno poste e, dal 2011, intercettori marittimi nel Mediterraneo. Quindi, dal 2015, la seconda fase del piano, quello che riguarda la Romania. Una terza fase del programma, che dovrebbe essere operativa dal 2018, prevede intercettori localizzati in Europa settentrionale, e in merito il portavoce del dipartimento di Stato americano, Philip Crowley, ha confermato che gli Stati Uniti stanno negoziando con la Polonia. Secondo la Nato, la revisione del progetto di scudo missilistico «non è di alcuna sorpresa per la Russia» e gli alleati europei starebbero discutendo su come, eventualmente, integrare la struttura della discordia all'interno della Nato. Dal Cremlino, intanto, osservano, studiano e attendono...

Tuesday, 16 March 2010

Quattro ruote e sessant'anni di mito

Lo storico Volkswagen raggiunge anche questo fantastico risultato. Che ne fa uno dei prodotti automobilistici più riusciti di sempre

di Emiliano Biaggio

E' molto più di un furgone, ed è riduttivo anche definirlo camper. Ha segnato la vita di famiglie, comitive, gruppi musicali, escursionisti e patiti delle quattro ruote. Poi, è diventato addirittura il punto di riferimento della cultura hippy e dei figli dei fiori. Padre di tutti i van e multivan, precursore delle monovolume, è stato e continua a essere un simbolo, un vero e proprio mito a motore: è il Bully della Volkswagen, che compie sessant'anni. Prodotto felice di una Germania ovest del dopoguerra, ha finito col diventare un fenomeno mondiale e un oggetto richiesto e ricercato ancora oggi. Comparso per la prima volta nel 1950 con il nome di Volkswagen Type 2 - anche cononsciuto ufficialmente come Transporter - "Bully" è anche noto semplicemente come T2, essendo il secondo modello di veicolo prodotto dalla casa automobilistica di Wolsburg (il primo fu un'altra indimenticata e storica automobile: il Maggiolino). Mai uscito di produzione, nel tempo ha saputo ha sempre reinventarsi, passando attraverso ben 5 diverse versioni: T1 (prodotto dal 1950 al 1967 in Europa Stati Uniti e fino al 1975 in Brasile), T2 (in produzione dal 1967 al 1979 in Europa e Stati Uniti, fino al 1986 in Messino, fino al 1991 in Argentina e ancora un produzione in Brasile) T3 (in produzione dal 1979 al 1991 in Europa e Stati Uniti), per poi passare alla generazione "post T2", quella dei moderni furgoni Transporter T4 (prodotti dal 1991 al 2003) e T5 (dal 2003 a oggi). Per tutti, Bully è simbolo dell'industria tedesca, anche se quell'idea i tedeschi "la importarono". Fu infatti Ben Pon, rivenditore di vetture Volkswagen nei Paesi Bassi - il primo a vendere auto tedesche fuori dalla Germania - a disegnare su un foglio quel bozzetto da cui poi gli ingegneri della casa automobilistica dell'allora Repubblica federale tedesca hanno ricavato l'inossidabile Transporter. Nato con un motore boxer a 4 cilindri da 25 cavalli, il primo Bully era raffreddato ad aria, e poteva raggiungere la velocità massima di 80 chilometri orari per quello che poi sarebbe diventato il primo furgone con motore e trazione anteriore. In tutte le prime tre generazioni (T1, T2 e T3), continuò a montare gli stessi motori diesel, poi in tempi più recenti (anni Novanta) il motoro iniziò a subire modifiche per garantire un miglior rappporto consumo/prestazioni e minori emissioni inquinanti.
I numeri parlano per lui: nel 1959 uscì dalla catena di montaggio il camper numero 1.000, mentre all’inizio degli anni Sessanta, la Volkswagen produceva dieci Bully al giorno. Ma il prodotto automobilistico Volkswagen iniziava a diventare mito: Il T2 si affermò negli Stati Uniti dove, fino al 1976, furono venduti 15 mila esemplari della prima generazione. La domanda tuttavia cresceva anche in Germania: se nel 1960 venivano prodotti dieci camper al giorno, nel 1967 erano già 70. Un fascino dovuto anche grazie a Romy Schurhammer, giornalista tedesca ventunenne che nel 1959 compì il primo grande viaggio attorno al mondo alla guida di un Bully: in un anno, partendo dalla Germania, guidò attraverso Jugoslavia, Iran, Afghanistan, India, Thailandia, Vietnam, Laos e Giappone. La nascita del mito del primo e mai dimenticato Transporter si deve anche a ciò, e ancora oggi, a distanza di sessantanni, il Bully continua a solcare le strade di tutto il mondo.

Monday, 15 March 2010

Berlusconi "Putin" e la libertà di fermare programmi tv non graditi

Facendo pressioni - per le quali è indagato - il premier opera censure non degne di uno stato democratico

l'e-dittoreale

Un capo di governo che telefona di persona per chiedere la sospensione di determinati programmi televisivi, quelli a lui poco graditi. Accade in Italia, dove Silvio Berlusconi a quanto pare ha chiesto di fermare Annozero. A chi? A Giancarlo Innocenzi, presidente dell’Agcom, l’Autorità garante nelle comunicazioni. E poi, anche al direttore generale della Rai, Mauro Masi. Il premier è inchiodato da intercettazioni telefoniche rientranti in un inchiesta condotta dalla Procura di Trani, che sta indagando sul premier per concussione. Il presidente del consiglio si dice «scandalizzato» per quelle che ritiene «palesi violazioni» dei giudici. Ditemi chi frequenti e ti dirò chi sei: nessun riferimento alle escort, ma basta pensare a quelli che sono i grandi amici del Cavaliere sullo scacchiere internazionale per capire che tipo è il nostro premier scandalizzato. Putin, Lukashenko e Gheddaffi: questi gli amici del capo del governo. Tutti soggetti non proprio paladini della democrazia e non certo passati agli onori della cronaca per governo illuminato. Ecco allora che Berlusconi impara ad essere oligarca e colonnello, ad attaccare tutto arreca disturbo. E a ricorrere a qualsiasi cosa pur di fare in modo che il re non venga disturbato. Lo ha sempre fatto con magistratura e stampa critica, e non ha perso l'occasione di rifarlo, con l’arroganza che è propria del potere, con i talk-show. In un paese democratico l’opinione pubblica sarebbe indignata e la farebbe pagare come i francesi con Sarkozy, che non hanno perdonato all’inquilino dell’Eliseo di voler piazzare il figlio all’Epad, l’ente pubblico che gestisce la Defense, il quartiere parigino degli affari. Ma in Italia a indignarsi per primi sono loro, quelli che tutto tentano in barba alle regole e che sanno compiacersi in pubblico di averle aggirate o di denunciare chi non ha permesso loro di farlo. In un’ Europa dotata di personalità e spessore politica, saremmo già stati richiamati all’ordine per i continui attacchi a diritti e messe in discussione dell’ordine democratico. Ma si dà il caso che l’Unione europea è soggetto economico-finanziario e che in Italia, come sempre avviene, chi dovrebbe controllare dovrebbe essere controllato. Così l’Agicom finisce con l’essere organo composto da membri scelti dalla politica tra personaggi della politica, in un’ottica in cui l’Authority dovrebbe essere indipendente ma non lo è. Che dire della commissione di vigilanza Rai o del cda della stessa azienda? La lunga mano del regime si estende sull’informazione: ma attenzione, poiché se il regime è di democrazia, allora questa mano saprà essere tesa verso una stretta amichevole; ma se viceversa il regime non è di democrazia o di democrazia alla deriva allora la mano saprà stringere l’informazione in una morsa fino a strangolarla. Questo, giornalisti col senso della professione e con la coscienza a posto, dovrebbero saperlo molto bene e schierarsi di conseguenza dalla parte dell’informazione, che prim’ancora di essere un servizio è diritto per la collettività. Questo dovrebbero fare, piuttosto che avallare con altrettanta arroganza e non minore colpevolezza, certe inaccettabili violazioni di libertà costituzionalmente riconosciute. Bene fa l’opposizione a denunciare l’accaduto, con un Bersani tra il caustico e il sarcastico che si rivolge al diretto interessato: «Suggerirei al capo del governo che se vuole cambiare programma in tv non usi il telefono ma il telecomando». Per il segretario del Pd, «con tutte le questioni aperte e i problemi che abbiamo, non è una bella immagine per il nostro Paese immaginare il presidente del Consiglio che sta sempre al telefono per dei programmi televisivi». Peccato che la realtà a volte, superi l’immaginazione. E la realtà è quella che è sotto gli occhi di tutti e che Berlusconi, tra una sua rilettura e un provvedimento ad hoc cerca di stravolgere.


(Poi editoriale per la puntata del 19 marzo 2010 di E' la stampa bellezza, su
Radio Libera Tutti)

Thursday, 11 March 2010

Sull'uguaglianza

A proposito del decreto salva elezioni e del legittimo impedimento. E non solo...




(Tratto da Il marchese del Grillo, di Mario Monicelli, 1981)